Adanti – Umbria Rosso IGT “Arquata” 2011

Dall’enciclopedia Treccani, ‘estasi’: genericamente, stato di isolamento e d’innalzamento mentale dell’individuo assorbito in un’idea unica o in un’emozione particolare; più propriamente, nella mistica, il rapimento dell’anima che al culmine della sua esperienza religiosa, perduta la coscienza del mondo fisico e di ogni legame corporeo, si innalza alla contemplazione del divino ed entra in immediata comunione con esso.
Ora, io mi considero una persona altamente razionale. Non che sia parco di complimenti, ma non mi lascio trasportare troppo dalle onde emotive. Il vino storicamente si presta, più di ogni altra bevanda, ad essere oggetto di racconti romanzati (fin troppo romanzati alcune volte), ma io cerco di rimanere saldo sulla mia docile razionalità, consapevole che ogni vino degustato non può essere il vino della vita.
Tuttavia esistono vini che impongono la propria personalità al degustatore di turno, che sia esperto o meno; vini che fanno percepire in modo cristallino la loro qualità, senza dover ricorrere ad effetti speciali: questi vini si mostrano con la massima eleganza e, con grande pacatezza, ti catturano la mente. Bene, al cospetto di questi vini la mia imperturbabilità va a prendersi un bel borsone, ci mette dentro un cambio e della biancheria pulita e se ne va in vacanza un paio di giorni. Sono vini che entusiasmano, di cui ogni sorso ti sembra il primo. E il più buono. Sorsi che spalancano gli occhi e sequestrano ogni singolo pensiero per lunghi istanti. Infine, dopo la deglutizione, lasciano una sensazione di grande appagamento. Di estasi, appunto.
Ascoltate, è molto semplice: l’Umbria Rosso IGT “Arquata” di Adanti è uno di questi vini. È un Grande Vino senza ‘se’ e senza ‘ma’.


È un taglio bordolese atipico, chi è stato attento sa già il perché (agli assenti consiglio un ripasso qui), creatura orgogliosa dello storico cantiniere della Cantina Adanti, il compianto Alvaro Palini. Cabernet Sauvignon e Merlot sono presenti al 40% ciascuno, con il restante 20% occupato dalla Barbera. Esatto, proprio il vitigno piemontese. Barbatelle di Barbera hanno spesso accompagnato il ritorno a casa di chi andava al nord a lavorare, e gli umbri non hanno fatto eccezione. Non ne sono sicuro, ma mi piace pensare che il buon Alvaro abbia voluto inserire la Barbera in questo blend anche per rendere omaggio alla grande storia migratoria italiana, storia che coinvolgeva direttamente anche lui (nel link precedente è tutto spiegato). Soprattutto, la Barbera dà al vino quella sferzata acida che permette a Cabernet e Merlot di concentrarsi sulla loro maturazione fenolica. 
Sì, ma come mai un taglio bordolese qui, in terra umbra? “Ho voluto fare un vino matto, come piaceva a me”, parole e musica di Alvaro Palini. La prima annata fu del 1981, i primi encomi vennero con le annate ’85 e ’88, segno che aveva avuto ancora una volta ragione lui. 
Le viti giacciono felici a circa 230 m s.l.m. su terreno argilloso-calcareo e vengono vendemmiate nel mese di ottobre, a maturazione pienissima. In cantina le uve vengono diraspapigiate e fermentano in acciaio per una ventina di giorni, con rimontaggi e délestage. L’affinamento del vino è affidato a barriques e tonneaux per 24/30 mesi. Il resto del tempo l’Arquata Rosso se lo passa in bottiglia sotto la custodia delle Cantine Adanti, in attesa di uscire da Bevagna a conquistare altri popoli.


Veniamo all’assaggio. Vino di grande consistenza, nel calice si mostra di un rosso granato pieno e piuttosto compatto. La fittezza (ho controllato, esiste come termine) e lentezza degli archetti segnala che l’alcol è presente (14,5%) e che il vino di corpo ne ha da vendere.
Avvicinando il calice al naso si avverte una vibrazione. Non esagero, la prima inspirazione del profumo di questo vino è un privilegio di cui bisogna essere consapevoli. E, se si è consapevoli di ciò, si riesce a percepire questa vibrazione, un brivido di gratificazione. Non saprei come altro definirlo, ma è calzante. Il naso dell’Arquata Rosso 2011, aperto dopo 9 anni, è una gioia. È una distesa di frutta rossa e nera perfettamente matura: amarene, fragole e more; è un sottobosco su cui cresce la lavanda; è una scatola di sigari dove è caduta della noce moscata e un po’ di vaniglia; è un vegetale estremamente soffuso e una balsamicità impetuosa; è una boccetta di china, una striscia di cuoio e una scatola di Mon Chéri. È emozionante. È ampio. Devo fermarmi, ma è solo la razionalità che mi tira per la giacca. 
Se il naso è di questo calibro le aspettative dell’assaggio decollano come il Concorde. Ebbene, queste vengono ampiamente rispettate, se non superate. La bocca dell’Arquata Rosso è ampia, piena e corposa. Suscita sorpresa la notevole freschezza che i 9 anni di età hanno solo in minima parte ridotto. Una freschezza perfettamente in equilibrio con la grande morbidezza del sorso, con un tannino a guisa di seta, che delicatamente accarezza la bocca. Il sapore di questa meraviglia è intenso ed elegantissimo, con notevole persistenza che chiude su ricordi di mora di rovo e cioccolato fondente. 

“La Storia Siamo Noi” di De Gregori, “La nave negriera” di William Turner, LeBron James che stoppa Andre Iguodala in gara 7 delle finali NBA del 2016. Una canzone, un quadro, un’azione di basket in grado di attrarre ed emozionare anche un non esperto, anche un non appassionato. 
Esattamente come l’Arquata Rosso di Adanti. Un vino emozionante. 
Un Grande Vino.



La Staffa – Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore DOC 2018

Il Verdicchio risente ancora di un drammatico problema: chiamarsi Verdicchio. O meglio: chiamarsi Verdicchio ed essere ancora venduto lire nella bottiglia a forma di anfora. Meglio ancora: chiamarsi Verdicchio, essere ancora venduto nella bottiglia a forma di anfora e a due lire, come a dare l’idea del vinello fresco e con quel pizzico di residuo zuccherino che fa tanto pranzo estivo con tavolo, sedie e tovaglia di plastica, con il classico zio pingue e dai nobili natali che se ne beve due bocce da solo prima ancora di mettersi a tavola e te lo ritrovi due ore dopo, bocca aperta sul prato, con le formiche che gli passeggiano sulla schiena. D’accordo, io ho affrescato l’immagine con colori vivaci, ma il fatto è che il Verdicchio rappresenta ancora questo per l’uomo comune: un vinello leggero e fresco, un’anfora a buon mercato per dare un tocco di charme alla propria sciatteria quotidiana. Sì, sono molto animoso verso l’uomo comune, cui dico una semplice parola, con la voce di Sandro Pertini: vergogna!
Il Verdicchio è molto, molto di più. È un’uva magnifica, probabilmente la migliore uva bianca italiana. Lo so, a fare le classifiche si entra sempre nella tana degli orsi coperti di miele, ma per proprietà, caratteristiche e potenziale evolutivo del vino, il Verdicchio (o Trebbiano di Soave, o Trebbiano di Lugana/Turbiana, o Trebbiano Verde, ecc.) ha regalato e regala vini di particolare complessità e finezza a prescindere dall’area geografica, o dalla tecnica di vinificazione e affinamento adottata. 
E spendiamo una parola anche riguardo la bistrattata bottiglia a forma di anfora: è stata realmente un colpo di genio dell’architetto Antonio Maiocchi nel 1953 per l’azienda Fazi Battaglia. La bottiglia nel tempo è diventata sinonimo di Verdicchio, con tutto ciò che, purtroppo, fa seguito ad un successo commerciale in termini di imitazioni, ma resta comunque da ammirare come esempio del genio creativo italiano nel mondo del design.
Poi però il mondo va avanti e i rompiballe, come il sottoscritto, cominciano a richiedere vini di sempre maggiore complessità, soprattutto data la consapevolezza dell’ingente potenziale di quest’uva. In nostro soccorso arrivano sempre più aziende, e una fra queste è La Staffa.
Con 12 ettari nel territorio di Staffolo (AN) su terreni calcarei con buona quota di argilla, La Staffa viene sorretta dal giovane Riccardo Baldi. Classe 1990, Riccardo ha imposto uno stile aziendale su parametri biologici ed artigianali. Un esempio ne è il Verdicchio Dei Castelli di Jesi Classico Superiore in questione: decantazione statica del mosto, fermentazione spontanea in acciaio e cemento ed affinamento in vasche di cemento per 3 mesi. Una lavorazione del genere permette anche ad un Verdicchio ‘base’ e di pronta beva di esprimersi. Che poi ‘di pronta beva’ è del tutto arbitrario, scordatevi un Verdicchio in cantina per qualche anno e vi ripagherà lautamente. Io invece sono un cattivo investitore ed ho sperperato il patrimonio in un’unica tranche. Ecco come è andata.


Nel calice il vino emette concreti riflessi dorati nel suo giallo paglierino e si nota una bella consistenza, contro il comune pensiero riguardo i bianchi ‘base’ di essere vini leggeri ed evanescenti. Il Verdicchio è concreto e lo dichiara subito. 
Il naso è intenso e principalmente minerale, con una sensazione a metà tra la pietra focaia ed il sale marino. E in effetti, posizionati come sono i terreni della Staffa le viti di Verdicchio, con i piedi nel calcare e la testa accarezzata dalla brezza dell’Adriatico, hanno tutta l’intenzione di restituire queste due caratteristiche a chi ne vuol godere. Al fianco della mineralità fanno capolino la fragranza di lievito, dei sentori di erba tagliata, leggeri origano e salvia, tiglio, lime, pesca e frutto della passione. Non male anche qui, una complessità apprezzabile.
La bocca è anch’essa intensa, è secca, molto fresca ma con sapidità molto percepibile. Morbidezze non se ne avvertono, è un vino proteso verso le durezze, e non potrebbe essere altrimenti, data la natura del Verdicchio e la tecnica di vinificazione adottata. Questo vino vuole essere fresco, vuole far sentire l’acidità residua, ma comunque in maniera fine e non grossolana. Sempre per far notare quando un ‘base’ viene fatto bene. Il finale di bocca è particolare, ossia dopo la deglutizione la bocca resta asciutta, si avvertono lievi toni amaricanti che lasciano subito spazio ad una gran sapidità; infine la sapidità sfuma e dà campo libero al ritorno della salivazione, data dalla bella quota acida, a lasciare in bocca una piacevole sensazione agrumata. 
E bravo Riccardo Baldi. Lui a neanche 30 anni fa vini del genere, io a 35 fatico ancora a togliere la capsula della bottiglia in un unico movimento. Ci vuole tanta pazienza.

Torre dei Beati – Trebbiano d’Abruzzo DOC “Bianchi grilli per la testa” 2017

Una delle soddisfazioni di un enotecario è sentirsi dire “vai, mi fido: sceglimi te una bottiglia”. E il buon Alessandro di The Winery Is (Via Franco Sacchetti 5, Roma, zona Talenti; merita la visita, anche solo per bere un bicchiere e fare due chiacchiere con Alessandro), nell’ordine effettuatogli ha colmato lo spazio vuoto nel cartone con questo vino abruzzese.
Straight outta Loreto Aprutino. “Ah, ho capito: Valentini”. Spiacenti, non me lo posso permettere (e non ci devo riflettere / te lo dico a chiare lettere). E poi è scritto nel titolo: Trebbiano d’Abruzzo DOC Torre dei Beati, un’azienda a conduzione biologica tirata su una ventina di anni fa da Adriana e Fausto. L’uva protagonista del vino è Trebbiano Abruzzese, nome sfortunato. Pensateci, non è una gran fortuna per un’uva condividere il nome di battesimo con il vitigno bianco più utilizzato in Italia per fare in una teglia la doccia domenicale al pollo. Dici Trebbiano e la mente dell’uomo comune corre celere al vino in brick. Insomma, conosciamo uve con un nome più seducente. Poi però un vino va anche bevuto, e non sempre uno Chardonnay, un Sauvignon Blanc risulterebbero adatti allo scopo principe del vino, ossia accompagnare dei cibi, perché i cibi sono molteplici ed i vini, grazie a Dio, pure (sto facendo nomi di vitigni a caso; che tali uve siano francesi è del tutto stocastico. Non si offendano i francesi se mi sono stocastici).


Ordunque, l’assaggio. Vino che scende dorato e concreto nel calice, con archetti fitti che riportano più a scarpe da trekking che da ballo (oggi ci hanno consegnato solo queste similitudini, abbiate pazienza). Il naso infatti ci conferma che la scelta della calzatura è più che mai appropriata: sale al naso un profumo esplosivo di fiori di campo, ginestra e camomilla su tutti. E questo campo di fiori è proprio in riva al mare, con la mineralità salmastra ad intercalarsi tra i petali. Note ulteriori di lievito, lascito della sosta sulle fecce fini, di mela golden e di nespola, di foglia di tè, con lievi ritorni di macchia mediterranea. Un naso potente ma che non perde affatto di finezza.
In bocca il sorso è pienamente sapido, è la caratteristica primaria di questo vino. Si percepisce morbidezza al palato, con una freschezza dosata ma viva. L’intensità gustativa è notevole, con una persistenza coerente con il naso, che sbiadisce lasciando dietro di sé questa forte scia sapida. Parte del vino affina 9 mesi in botti grandi di acacia, caratteristica che regala al Trebbiano d’Abruzzo di Torre dei Beati questa splendida complessità. 
Il consiglio dell’enotecario è stato apprezzato, mi avvarrò nuovamente dei servigi di Alessandro.

Marco Antonelli – Cesanese di Olevano Romano Superiore DOC “Il Fresco” 2018

Può uno scoglio arginare il mare? No.
Può un singolo vigneto generare due diversi vini? Dite di no? Sbagliate.
Siamo ad Olevano Romano, da Marco Antonelli, che la mia torcida ricorderà per la visita dello scorso anno e per il suo magnifico Cesanese di Olevano Romano Riserva “Kòsmos” 2015, degustato qualche tempo fa. Questo sempre che non abbiate ancora assaggiato i suoi vini; in tal caso non avete bisogno di presentazioni (e se non li avete ancora assaggiati, cenere sul capo e correre ad ordinarli).
Il vigneto in questione è su un fazzoletto di circa un ettaro e mezzo, adagiato sul Colle Amici a 300 metri s.l.m., proprio di fronte casa di Marco. Terreno compatto, argilloso ‘rosso’ con componente tufacea, un’estremità nord-orientale della zona legata all’antica attività eruttiva del Vulcano Laziale. Vigne di oltre 50 anni di Cesanese Comune, almeno fino a prova contraria. Dico così perché sono in corso alcuni studi su queste piante, per determinarne l’effettivo biotipo. Gli exit poll danno per favorito il biotipo Cesanese d’Affile, ma aspettiamo i risultati ufficiali. Comunque sia, è da questo vigneto che nascono due tra gli eccellenti vini di Marco Antonelli: Il Fresco e Tyto. Il Fresco è stato prodotto nelle annate 2014, 2016, 2018 e 2019 (imminente l’imbottigliamento di quest’ultimo), il Tyto invece nel 2015 e 2017.
Ora vi domanderete “perché mai Marco chiama il vino di questa vigna un anno in un modo e un anno in un altro?”. La motivazione risiede nell’andamento dell’annata. Se questa è molto calda ci si dirige verso il Tyto, che prevede una macerazione più lunga ed un affinamento in rovere (ma ne parleremo meglio tra qualche giorno). Se invece l’annata ha un altro andamento, Marco opta per il Fresco: pigiatura, fermentazione totalmente spontanea, 4-7 giorni di macerazione e successivo affinamento in acciaio per 6-12 mesi, con quantità di solforosa sempre ridotte all’osso. 
Gli scettici potranno opporre il pensiero, legittimo, che da uno stesso vigneto non sia possibile produrre due vini diversi e ugualmente validi. Bene, io rispondo con un soprannome e un cognome: Bo Jackson.
Bo Jackson è stato un fantastico running back di football americano, Heisman Trophy (miglior giocatore a livello universitario) nel 1985, professionista nella NFL fino a un infortunio al bacino, 4 anni ai Los Angeles Raiders con una convocazione al Pro Bowl, l’All Star Game della NFL. Non ci vedete ancora un parallelo con il Fresco e il Tyto? Bene, allora rileggete la carriera di Bo Jackson sapendo che, durante quegli anni, il buon Bo era anche giocatore professionista nella MLB. Dal 1986 al 1994 Bo Jackson ha giocato come outfielder e battitore designato per Kansas City Royals, Chicago White Sox e California Angels. Ah, anche qui con un’apparizione all’All Star Game di baseball. 
Dunque, Bo Jackson d’inverno arava i campi di football con l’ovale sotto braccio e d’estate malmenava palle da baseball, in entrambi i casi al massimo livello possibile per questi due sport. Ditemi ancora che non è possibile produrre due vini diversi, ed entrambi ottimi, da una singola vigna. 


Veniamo alla parte più divertente, perlomeno per me: l’assaggio.

Parliamoci chiaro, andiamo incontro all’estate: affronteremo una stagione calda e, secondo il classico copione, molti di voi riporranno i vini rossi in un cantuccio ad attendere l’autunno. Errore madornale! Ci sono vini rossi che d’estate sono un ottimo compagno di merende, molto più di alcuni bianchi barricati ad esempio. Vini dal corpo esile ma di solida struttura, con un’ampia dotazione olfattiva, che rinunciano a un po’ di tannino (per macerazione breve o perché naturalmente sprovvisti) privilegiando una discreta acidità. Il Fresco di Marco Antonelli è uno di questi vini.
La 2018 scende nel calice colorandolo di un rosso rubino piuttosto scarico e tendente al granato, luminoso e trasparente, indice del breve tempo a contatto con le bucce in fase di fermentazione.
Il naso è molto fine, di un’intensità olfattiva non aggressiva ma costante e con una bella complessità. L’esordio è a cura delle spezie, che con cardamomo, ginepro, pepe e chiodo di garofano aprono la strada a una più che discreta dotazione di fiori e frutta. Il sentore di glicine è netto e affascinante, corredato da note importanti di marasca croccante ed arancia rossa. Si fanno presenti anche leggeri cenni di tabacco dolce, di ruggine, una balsamicità di canfora e anche un lievissimo goudron. Con il passare dei minuti e anche dei giorni il naso del Fresco resta attraente nella sua elegante complessità.
In bocca, nomen omen, il vino è soprattutto fresco. Il sapore ha giusta intensità e persistenza, con chiusura lievemente amaricante; non è un vino che occupa la bocca e ci resta per ore, né che svanisce prima ancora di deglutire. È un vino che, dati i profumi eleganti e l’irrisoria presenza di tannino, dà il meglio di sé bevuto, per l’appunto, fresco di frigo. 
Un rapporto qualità/prezzo impressionante e una dimostrazione che nel Lazio ci sono viticoltori che producono vini sinceri e comunque eleganti e complessi. Io il consiglio ve l’ho dato, per i ringraziamenti sapete dove trovarmi.

Korsič – Collio DOC Friulano 2018

Ci sono parole che si legano a doppio filo a un concetto, un nome, un oggetto. Inconsciamente ed immediatamente. Esempi? Stanlio… bam, Ollio! Cacio… bam, Pepe.
Collio… bam, ponca.
Provate a nominare il Collio e, persino dagli anfratti più reconditi, potrá uscire fuori un enofilo a tessere commosso le lodi di quel meraviglioso terreno: una stratificazione fitta ed irregolare di marne alternate a dura arenaria ricca di calcio, un suolo divino per lo sviluppo della vite. E, laddove il terreno è così caratterizzante, regnano sovrane le uve bianche, uve in grado di restituire nel calice le peculiarità del terroir. 
Il Friulano è una di queste, una meravigliosa uva bianca diffusa in Friuli e in Veneto. Friulano è il nome che per legge è obbligata a portare dal 2007; fino ad allora era nota con il nome di Tocai. 
Successe che un bel giorno gli ungheresi si lamentarono con l’Unione Europea per il nome di questo vitigno, troppo simile al loro vino di punta (oltre che l’unico degno; cruelty mode: ON), il Tokaji. Ok, il nome è foneticamente identico, ma uno è un vitigno italiano, vinificato solitamente in secco. L’altro invece è un celebre vino dolce ungherese, ottenuto da tre diversi vitigni (Furmint, Hárslevelü e Sárgamuskotály; se le ripetete tre volte allo specchio appare Alessandro Manzoni in infradito, bermuda e una maglietta del Banco del Mutuo Soccorso). Le differenze dunque ci sono, ma l’UE decise che la nostra uva avrebbe dovuto cambiar nome, punto e basta. E noi non ci siamo mai ribellati abbastanza, più che per difenderne il nome proprio per principio. Anche perché di argomenti ne avremmo avuti.
Cito giusto il più importante: nel 1632 la friulana Aurora Formentini sposa l’ungherese Adam Batthyany e porta in dote in Ungheria dal Friuli “300 vitti di Toccai”. 
Volevamo essere cattivi? Il nome Tocai in Friuli si usa comunemente da più di 4 secoli, per cui divieto respinto al mittente e anche scusarsi per l’incomodo.
Volevamo essere veramente malvagi? Ma non è che, niente niente, avremmo noi dovuto far cambiare nome al Tokaji? Come si chiama l’uva principale del Tokaji? Furmint. E come si chiama la nobildonna friulana? Formentini. Non potrebbero gli ungheresi aver ribattezzato Furmint l’uva Tocai, in onore della donna che lo introdusse in Ungheria, e Tokaji il vino, a ricordare il nome originale dell’uva? Vorrei vederli, gli ungheresi, a cercare tra i termini magiari un altro nome per il Tokaji che sia globalmente appetibile (o anche solo scrivibile). 
Tuttavia la storia è andata diversamente e, oltretutto, la mia teoria, ancorché affascinante in sede di dibattimento processuale (me la immagino declamata in aula da Perry Mason), non avrebbe portato al risultato sperato, in quanto le analisi di DNA sul Furmint non mostrano parentele con alcuna uva italiana. Pazienza, a noi resta comunque un’uva eccellente, che poteva anche chiamarsi “Cicciopallottolo striato”; con le radici immerse nella ponca avrebbe sempre dato vini magnifici, come il Friulano 2018 di Korsič.



Il Friulano di Korsič dimora a San Floriano del Collio, a 500 m dal confine Sloveno. Raccolta a fine settembre, l’uva viene pressata in modo soffice e il mosto risultante viene chiarificato per decantazione. La fermentazione avviene in acciaio, poi riposo sur lie fino a febbraio, imbottigliamento a marzo e fuga dalla casa paterna a maggio. 
Nel calice il vino rispetta le aspettative, irradiando un bel giallo paglierino pieno. 
Il naso è quello che ti aspetti da un Friulano: fiori, principalmente fiori, fiori a perdita d’occhio. Mughetto, gelsomino, sambuco, tiglio. La mineralità sullo sfondo è sostanziale e ‘bianca’, calcarea. Si apprezzano ulteriori note di mela, di susina gialla, cenni vegetali di fieno, mandorla e una leggera fragranza di lievito. Un naso certamente fine, intenso e ben equilibrato. 
Il vino è intenso anche al gusto e la caratteristica principale è una: la sapidità. C’è freschezza, c’è una certa morbidezza, una bella persistenza e anche il tipico finale ammandorlato; tutte queste componenti sono però presentate al pubblico da una costante componente sapida, il prezioso regalo della ponca del Collio. 

Pianogrillo – Cerasuolo di Vittoria DOCG “Curva Minore” 2018

Ricordo che qualche anno fa, agli albori della mia ‘conversione’ enologica, il Nero d’Avola veniva distribuito a secchi, esponente di quella generazione di vini tutto frutto che ha dominato il gusto degli anni ‘90/2000. Anni in cui l’Etna era ancora solo il vulcano attivo più alto d’Europa.
Oggi è cambiato tutto: l’Etna, con la sua DOC (ancora senza la G, ma è questione di tempo) è il simbolo della Sicilia del vino, anche troppo. E quando una denominazione ha successo tutti ne vogliono una fetta, con esiti rischiosi per la qualità del vino. Viceversa il Nero d’Avola ormai non viene più considerato nemmeno per farci la ‘sangria’ (leggasi ‘pesche e altra frutta buttate a pezzetti in una brocca di vino’).
Con tutti questi complessi pensieri orbitanti nel teschio, montava la voglia di assaggiare un Nero d’Avola attuale e di qualità. La scelta è ricaduta sul Cerasuolo di Vittoria DOCG “Curva Minore” dei Baroni di Pianogrillo. Il Cerasuolo di Vittoria è l’unica DOCG siciliana (per adesso; l’Etna scalpita) e prevede un uvaggio di Nero d’Avola coadiuvato dal Frappato. Nel caso di questa 2018 le percentuali sono 70% Nero d’Avola e 30% Frappato. 
Il nome del vino dichiara di essere un “hommage a Salvatore Quasimodo”, “Curva Minore” è infatti una delle sue poesie. Sfortunatamente non sarei in grado di scriverne oltre le nozioni scolastiche, né della poesia, tantomeno del poeta. Un peccato, sarebbe stata una trovata assai funzionante accostare vino e poesia. Ahimè, io non parlo di cose che non conosco (cit.).


Nel calice si manifesta una sorpresa rispetto alle mie aspettative. Vi ricordate quando scrissi del Primitivo di Marco Ludovico, dall’inaspettato colore rosso rubino e, soprattutto, praticamente trasparente? Ecco, qui la situazione si replica. I vini a base Nero d’Avola che ho bevuto avevano sempre colorazione più purpurea che carminio e una solida compattezza. Il “Curva Minore” è di un rosso rubino nitido e decisamente trasparente, senza per questo andare ad intaccare la consistenza del liquido.
Il naso ha una dominante assoluta: frutta. È qui che Nero d’Avola e Frappato (uva il cui nome già fa intuire di quali sfumature odorose si caratterizzi) scoprono le carte. La frutta è matura, a polpa rossa e viola: melograno, fragole, ciliegie, prugne, bacche di sambuco, di mirto e di ginepro. Come sfondo a questa macedonia c’è un contorno di intensa balsamicità di macchia mediterranea, di terra, di cenere e ruggine, cacao amaro e liquirizia dolce. Un naso assai interessante, che ci guadagna con il calare della temperatura. Questo fattore influisce positivamente anche al gusto, poiché la bocca è fresca e sapida con tannino nullo e moderata morbidezza, con intensità e persistenza assai rispettabili. La sensazione fruttata è coerente con le sfumature odorose percepite, accompagnata da un finale di bocca che oscilla tra lieve amarore e considerevole sapidità. Avendolo provato a diverse temperature, il mio futile consiglio è di servirlo a 12 °C. Vino da tenere presente per questa estate, che trovare un rosso godibile sotto la canicola è sempre un’impresa.

Casa Belfi – Vino Rosso Biologico Naturalmente Frizzante Rifermentato in Bottiglia.

La prima cosa che mi è venuta in mente leggendo l’etichetta di questo vino? Che l’ispirazione l’abbia fornita Lina Wertmüller. Insomma, un nome così è quanto di più lontano ci sia dalle atmosfere evocative che si manifestano non appena si nomina un qualche vino il cui nome finisca in “-aia”. Ma se una delle canzoni più belle dei Pearl Jam si intitola “Elderly Woman Behind the Counter in a Small Town”, possiamo dedurre che la lunghezza di titoli o nomi non ha alcuna relazione con la qualità del prodotto.


Maurizio Donadi, il demiurgo di Casa Belfi, è un enologo, naturalista convinto, biodinamico nel cuore. Tuttavia non definirei il Rosso Frizzante che ho bevuto (e anche di gusto) un vino naturale al 100%. Vado a spiegarmi: la vigna è sì biodinamicizzata, la prima fermentazione è assolutamente spontanea e la seconda fermentazione, in bottiglia, è catalogabile come metodo ancestrale, in quanto i lieviti vengono aggiunti e mai più tolti, finendo al limite nel bicchiere dell’assetato di turno. Dunque, tutti questi indizi forniscono la prova che il vino si possa definire naturale. Ma? Ma tra la raccolta manuale delle uve e la prima fermentazione i grappoli passano anche per un contenitore saturo di CO2, dove restano suppergiù un mesetto a privarsi di buona parte dell’acido malico, arricchendosi al contempo di glicerolo e aromi secondari come ad esempio benzaldeide o cinnamato di etile. Sissignore, l’uva di questo vino subisce una macerazione carbonica. E ora tutto mi potete dire, ma non che questo processo sia naturale; ammesso sempre che tutte le trasformazioni cui l’uva è sottoposta dall’azione dell’uomo siano definibili ‘naturali’, ma qui entriamo in un campo minato, per cui chiudiamo il cancelletto e proseguiamo. 
L’azione della CO2 a sbriciolare un po’ di malico è comunque centratissima, poiché l’uva protagonista del vino è una di quelle che, se sguinzagliate senza dovuta catechesi, cattura palato e gengive del bevitore, restituendo alla bocca il solo osso. Altrimenti perché mai avrebbero dovuto i veneti chiamarla da sempre Raboso? Già solo il nome fa strizzare gli occhi. Un’uva dura, acida e tannica. Il soggiorno in atmosfera carbonica la restituisce un po’ più addomesticata e ricca di profumi, pronta per la seconda ancestrale fermentazione.



Parliamoci chiaro: il tappo a corona mi esalta e il colore del vino è spettacolare. È di un rosso vivissimo, un rosso ‘sangue arterioso’. Ovviamente prima di versarlo ho adeguatamente capovolto un paio di volte la bottiglia, così che un po’ dei lieviti vagassero per il liquido. Sono nella bottiglia, ergo li voglio nel bicchiere. E nel bicchiere il vino forma una poco fugace spuma rosa, prima di lasciare spazio alla vermiglia vivacità (sono pronto per la Settimana INCOM).
Un naso che svela la macerazione carbonica avvenuta, con potenti sentori fruttati di fragole, di lampone, di crosta di pane e anche un gran sentore vinoso. Alla frutta si aggiungono cannella e chiodo di garofano e, più che un sentore, una sensazione vera e propria di cantina. Un profumo che ho istintivamente definito genuino, contadino. 
Bocca fresca, pungente e cremosa, con un tannino che si apprezza maggiormente nel finale. Intensità e persistenza giuste per questo vino, né eccessive né evanescenti. I 10,5% di alcol fanno ipotizzare una vita piuttosto breve della bottiglia. Posso testimoniare in tal senso. 
Altra considerazione: nel calice è ottimo, ma nel vecchio bicchiere Duralex è addirittura perfetto. Come lo vedo perfetto in un pic-nic o una braciata all’aperto, messo in ammollo nel ruscello o, più rusticamente,  ‘a sponzo’ nella bagnarola con il cocomero. 
Non è certo un vino da meditazione. E vivaddio che non sia così. È un vino che non dà da pensare ma, nella sua pur presente complessità gustolfattiva, dà soprattutto allegria.