Vignaioli in Grottaferrata, stavolta in cantina - 20 giugno 2021


Giovanotti, io ve lo dico: pregate che i Castelli Romani non si mettano in testa di voler diventare importanti sul piano enologico, altrimenti bisognerà ricalibrare le guide enologiche e lì altro che qualche battuta su un blogghetto coccoloso: bisognerà mettersi con riga e squadra a fare le cose a modino. Se altre zone dei Castelli prendessero spunto dai sei Vignaioli in Grottaferrata, i Colli Albani diverrebbero un gran bel parco giochi a tema enologico. 

 


Di strada da percorrere ce n’è, ovviamente, ed è pure lunghetta. Un po’ per colpa di chi ancora punta a fare vini dal carattere forte ed esuberante quanto i Servi della Gleba di Elio e le Storie Tese. Un po’ per i disciplinari del Frascati Superiore DOCG e, soprattutto, del Frascati DOC. Questa è una cosa che mi smeriglia le ossa dall’interno. Nel Lazio c’è un’uva spettacolare: la malvasia puntinata. Con il boom del Frascati degli anni ’60, tuttavia, venne importata e piantata la più produttiva e meno caratteristica malvasia di Candia, oltre a tende di trebbiano toscano con il compito di donare grappoli come se fossero di qualcun altro. I 140 q/ha della DOC Frascati sono da crisi isterica (e i 110 del Frascati Superiore DOCG non è che ci adagino in poltrona a rifiatare). Modifiche del disciplinare pare siano state proposte in sede di Consorzio, ma sono state accolte con lo stesso calore che si destina alle raccomandate di colore verde. Non sarà un caso se i tre vignaioli visitati, consci del prestigio del Frascati di un tempo e del valore di questo incredibile territorio, non imbottiglino attualmente alcun Frascati, DOC o DOCG che sia. Con i dovuti distinguo, lo fece Sergio Manetti in Chianti decenni fa. Pare che poi ad adeguarsi fu il disciplinare del Chianti.

 


Ho parlato di vignaioli visitati perché, grazie all’invito della sempre magnifica Saula Giusto, domenica 20 giugno questo barbuto ometto è stato portato a zonzo per cantine dato l’evento “Vigne, oliveti e cucine aperti”, organizzato dai Vignaioli in Grottaferrata, Ristoratori in Grottaferrata e Gustati Grottaferrata. Dove eravamo? Ma a Grottaferrata (ma pensa te)!

I Vignaioli in Grottaferrata già li avevamo conosciuti lo scorso 14 settembre 2020 all’abbazia di San Nilo. Questa volta l’opportunità è più stimolante: andare a disturbarli in gruppo, direttamente a casa loro, e farsi anche dare da bere. Sfacciataggine livello “ma quindi li mangi tutti quei gyoza che hai nel piatto?”.

 



Il primo a ricevere la torma assetata è stato Emanuele Ranchella, nonostante qualche difficoltà logistica (leggi: autista del bus che liscia sottoporta l’ingresso della cantina, producendosi poi in manovre pitonesche per guadagnare l’accesso, accompagnate dal commento “ma io nemmeno volevo venirci”. Caldi applausi per lui). Emanuele Ranchella potrebbe parlare per ore di viti, vigneti, territorio, delle sue origini marchigiane, del trebbiano verde che colonizzava i castelli romani prima di essere espiantato per far posto ad altri vitigni, tanto da uscire fuori dal disciplinare del Frascati, dei tre strati diversi e perfettamente visibili di sabbie di origine vulcanica che si trovano nel suo vigneto a Valle Marciana, dell’impatto che ognuno dei tre strati ha sulle uve coltivate… Potrebbe, ma si è dovuto adeguare alle poche decine di minuti a disposizione. Però, e senza scherzare, qualora abbiate del tempo da spendere andate a trovarlo. Sentir parlare una persona competente è sempre un piacere e un arricchimento.

Ah, già, quasi scordavo: abbiamo bevuto. “Virdis” 2019, trebbiano verde in purezza: verticale, leggiadro, agrumato; attendetelo degli anni, sorprenderà. “Ad Decimum” 2019, 50% malvasia puntinata, 25% trebbiano verde, 25% trebbiano giallo: aromatico, fiori come se fossimo a un matrimonio, grande bevibilità.

 



La seconda cantina a ricevere la schiera di assetati è stata La Torretta. E qui va detto che l’autista riscatta la sua prestazione con un ingresso in retromarcia che sarebbe valso una medaglia alle olimpiadi. 

Ad accoglierci il proprietario Riccardo Magno, vignaiolo biodinamico. Da come parla della sua terra, di come la coltiva, dei vini che riesce a realizzare, trasmette grande fierezza per il suo lavoro. Potrebbe tirarsela, fare il personaggio come tantissimi di quelli che si professano naturali e biodinamici, simpatici come un “sai chi ti saluta tantissimo?”. Invece lui no, molto modestamente parla del perché ha deciso questo regime in vigna e in cantina: “io qui ci abito, ci abitano mia moglie e i miei figli. E se con la mia esperienza ho visto che non ho bisogno di utilizzare prodotti di sintesi, se ho visto che con i preparati biodinamici la terra mi appare migliore, se ho visto che le fermentazioni vanno avanti lo stesso senza che aggiunga nulla, ma perché dovrei fare diversamente?”. Vostro Onore, non ho altro da aggiungere.

La vista dall’alto della casa sui vigneti è splendida, tanto quanto lo è la grotta adibita a cantina, dove si notano le varie stratificazioni di ceneri che il Vulcano Laziale lasciò in eredità ai vignaioli millenni fa. In grotta ci sono sei anfore interrate, di capacità fra i 5 e i 7 hl, e botti in castagno, albero che sui Castelli Romani spadroneggia, da 11 hl. 

I vini: “Bolle di Grotta” 2020, metodo ancestrale 100% trebbiano toscano; al vino che ha fermentato in anfora viene aggiunto a febbraio il mosto della stessa annata ed il tutto viene imbottigliato per la seconda fermentazione. Quello che arriva nel calice è un vino frizzante vivo e beverino, che profuma di agrumi e frutta esotica; un mambo scalzo.

Il “Castagna” 2019, malvasia e trebbiano fermentati ed affinati in botti di castagno per almeno 12 mesi. Corposo e sapido, sentori di pesca gialla e note fumè, se Riccardo calibra la mira, ma giusto un pochetto, mette in fila la maggior parte dei bianchi laziali (e non solo).

 


Si fa ora di pranzo, ci ospita l’azienda Agricoltura Capodarco. E qui mi soffermo più su loro che su quanto mangiato e bevuto. Perché questo posto da 40 anni dà lavoro a ragazzi diciamo in condizione di disagio sociale (il vero disagio l’ho visto dentro tante persone sedicenti ‘normali’, ma vabbè), persone con disabilità psico-fisiche e lavoratori extracomunitari regolarmente assunti. Tuttavia, mentre scrivo l’esistenza dell’azienda è messa in serio pericolo dal fallimento del proprietario di fabbricati e terreni dove essa è in affitto. Questo vuol dire che, se non si troveranno in fretta i soldi per riscattare l’immobile, Agricoltura Capodarco potrebbe chiudere i battenti e, peggio ancora, molte persone perderebbero il sostegno che da essa stanno ricevendo. Aiutateli per come potete, c’è anche una campagna di crowdfunding su Produzioni Dal Basso che i ragazzi hanno lanciato. Se volete un motivo ulteriore, dato che mi leggete per un motivo ben preciso, fatelo per il loro vino. Specialmente lo “Xenia” 2015, un 80% sangiovese e 20% merlot (18 mesi in inox e altri 30 mesi di affinamento in bottiglia dentro una grotta) di una complessità e bevibilità assurda. Nel mio infimo piccolo, due bottiglie di Xenia le ho acquistate. Andateci anche voi, dategli una mano. È gente che lo merita.

 


Ultima visita prevista per la giornata è da Villa Cavalletti, una delle storiche Ville Tuscolane, dimore di nobili e prelati da secoli e secoli. La tenuta, condotta in regime biologico certificato, possiede un oliveto secolare ed un vigneto con annessa necropoli sottostante. In pratica ha più storia una zolla di terra di Villa Cavalletti che una qualsiasi città del Maine. Manca giusto la cantina, ma è in fase di costruzione, con tanto di barricaia e sala degustazione. Conto i giorni.

La proprietaria della tenuta, nonché presidentessa dei Vignaioli in Grottaferrata, è Tiziana Torelli, un sorriso che illumina e prospettive ben chiare per questo territorio. Sono le persone il principale biglietto da visita di un’azienda, e questi vignaioli associati insieme sono una delle cose migliori che potessero capitare nel panorama viticolo frascatano. 

Giusto per concludere, parliamo anche dei vini, degustati in un giardino immenso con un affaccio sull’agro romano e circondato da pini, cipressi e cedri del Libano che mi hanno roso d’invidia (invidia scemata quando ho pensato al costo dell’eventuale manutenzione botanica). La partenza è con una bolla, Villa Cavalletti Brut, 80% trebbiano giallo e 20% malvasia puntinata, metodo Charmat, 6 mesi sui lieviti. Scorrevole e profumato, ideale per un aperitivo, forse si ritrova un po’ spaesato a tavola ma voi non datemi retta e tentate sempre. Proseguiamo con “Meràco” 2019, un IGT da uve cesanese surmature che fa solo acciaio. Interessante al naso, con le tipiche marasche e spezie pepose, in bocca è di grande impatto. Concludiamo con il Roma DOC Riserva 2017, servito in una Jeroboam di grande fascino. 80% montepulciano e 20% cesanese, purtroppo il vino aveva ormai pareggiato la temperatura esterna (e non è che il 20 giugno si facciano pupazzi di neve), quindi mi riserverò di degustarlo un’altra volta alla temperatura adeguata. In pratica mi sono auto-reinvitato. Si era notato?

 

Vignaioli in Grottaferrata, bravi. Continuate così, per piacere.

Vigneti Massa – Vino bianco “Derthona” 2018

 

Di Walter Massa già abbiamo parlato nel recente passato, del suo intuito e della sua tenacia. Ho la speranza di mettere le mani sui suoi meravigliosi cru di timorasso in tempi ragionevoli. Quando sarà,  approfondiremo maggiormente il lavoro di questo grande vignaiolo (come dire: lascio le cartucce migliori per la prossima volta). Però qualcosa la possiamo dire anche qui ed oggi. 

Di Massa la cosa che leggerete con più probabilità è che è un genio e che è matto. Delle due, entrambe. Per dire: ha tirato fuori dall’oblio l’uva timorasso; ha dato lustro ad una zona che prima di lui era conosciuta solo per la faciesgeologica, mentre oggi anche i langaroli stanno fiutando il terreno come bassotti a una grigliata; ha fatto squadra con gli altri vignaioli della zona condividendo la sua esperienza; ti esce dalla DOC e i suoi vini li etichetta come ‘vino bianco’, perché “il pensiero è come l’oceano, non lo puoi bloccare, non lo puoi recintare” (Walter Massa adora le citazioni musicali). Io di più imprevedibili di lui conosco solo Jamal Crawford. 

 


Dunque, eccoci al vino bianco Derthona 2018, il ‘base’ di Vigneti Massa. 100% timorasso che fa due giorni di macerazione, decantazione a freddo, fermentazione e successiva maturazione in acciaio e cemento per un anno circa, più 6 mesi di affinamento in bottiglia. Un vino bianco che ha come mantra “live long and prosper”.

Nel bicchiere è tra il giallo paglierino carico e il dorato, e mostra una bella consistenza durante la mescita.

Il naso è rusticamente elegante, o elegantemente rustico; insomma, ha un profumo che mette in risalto tutte le sfaccettature di un’uva così dotata, ma sempre mantenendo la camicia a quadrettoni di flanella. Tornando sul concreto, emergono profumi di fiore di ginestra, di mela golden, pesca gialla, nespola matura e cedro; c’è un sentore che mi riporta alla sensazione di terra secca e di fieno secco. Infine, a chiusura della sfilata aromatica, si apprezzano i profumi di crema al limone e miele d’acacia.

Il sorso del Derthona 2018 è di corpo, morbido e sapido ma con il sostegno della parte acida sempre presente. Il vino ha sapore deciso ed intenso, sapore che sfuma dopo svariati secondi, lasciando in bocca sensazioni che rimandano alla terra e agli agrumi. 

 

 

Ca’ dei Frati – Riviera del Garda Classico DOC “Rosa dei Frati” 2019

 

Tutti abbiamo visto almeno una bottiglia di Ca’ dei Frati in ogni enoteca. Che fosse uno dei Lugana o proprio questo “Rosa dei Frati”, a chiunque sarà cascato l’occhio almeno una volta su quelle bottiglie di vetro chiaro, tutte arzigogolate, con lo stemma in rilievo e piuttosto pesantucce.

Lo confesso: io le guardavo con diffidenza. A volte se la bottiglia non ti aggrada, finisci per cassare anche il contenuto. Loro, le bottiglie, mi guardavano indifferenti; io, la persona consumatore che si fregia del foglio Fabriano F4 dove qualcuno ha stampato il suo nome accanto alla parola ‘sommelier’, le guardavo come un inglese guarda un indiano che parla la sua lingua (avete mai sentito un indiano parlare inglese? Ve lo raccomando. Poi mi dite).

In questi casi è necessario l’ingresso in scena dell’aiutante per sbloccare lo stallo. Nel ruolo di Oda Mae Brown (se vi domandate “e chi è” avete scarsissima cultura in materia di film romantici) ecco di nuovo Sara Tosti. Il consiglio proviene da una fonte più che affidabile, prendiamo questo Rosa dei Frati.

 


Mix di uve groppello (per la maggior parte), marzemino, sangiovese e barbera, le quali bucce hanno riposato una notte a bagno nel loro mosto, il Rosa dei Frati passa sei mesi di affinamento post-fermentativo in acciaio in compagnia delle fecce fini prima di venire imbottigliato e cacciato di ca’. La zona, sulle sponde del lago di Garda, è storicamente vocata per i vini rosati (più in auge sulla sponda veronese che non su questa bresciana; ma anche qui si fanno valere alla grande). 

Nonostante la bottiglia di vetro incolore non aiuti chi vorrebbe far invecchiare in cantina dei rosati, magari per testarne la longevità (che poi è un problema comune a tutti i rosati del mondo; io capisco far leva sul consumatore tramite il colore del vino, ma se prende mezza giornata di sole quel vino diventa un Madeira), dicevo, nonostante il vetro incolore il Rosa dei Frati non è stato per nulla intaccato dall’annetto in più sulle spalle. Il suo colore è evoluto verso un rosa buccia di cipolla, segno che ha assorbito il tempo trascorso non rimanendone segnato.

Il naso è un compendio di aromi tropicali: mango, ananas, una quintalata di passion fruit, pompelmo e kumquat. Oltre a questo buffet di frutta si notano profumi di rosa gialla, una leggera sensazione di mineralità calcarea, speziatura leggera di cannella, erba cedrina e bacca di ginepro. Time out: leggendo la scheda tecnica del vino prendo atto delle note olfattive dominanti, che risultano essere: biancospino, mela verde, mandorla bianca, ciliegia selvatica. Particolare come i profumi da me percepiti siano su un tutt’altro binario rispetto a quelli riportati dall’azienda. Non so, avrà inciso l’anno in più sul groppello (battuta scandalosa, me ne scuso)? Oh beh, se Ca’ dei Frati volesse invitarmi per una verticale di Rosa dei Frati, per chiarire definitivamente questa questione, mi rendo eleggibile. 

In bocca invece concordo con quanto espresso dalla scheda tecnica: il vino è succoso, agile e ancora guizzante (dedicato a chi bolla i rosati come vini con scadenza a 12 mesi). La caratteristica predominante è di sicuro la freschezza, che invoglia costantemente a bere un sorso dopo l’altro (cauti, per l’amor del cielo!). Il sorso ha buona intensità gustativa e persistenza nella media, con un fin di bocca che ondeggia tra frutta esotica ed agrumi. La morte di questo vino? Cruditè di pesce e frutta esotica. L’ambientazione mettetecela voi, io sto già soffrendo così. E buona Festa della Repubblica a tutti voi.