Luigi Giusti – Lacrima di Morro d’Alba DOC “Lacrima” 2018

Una delle affermazioni più divertenti da ascoltare è: “d’estate si devono bere i vini bianchi: i rossi sono troppo pesanti”. Ho disistima di persone che hanno detto cose meno gravi.

Certo, bere un Bordeaux in riva al mare a mezzogiorno, magari a temperatura ambiente (ma di quell’ambiente), risulterebbe autolesionista a livelli Van-Goghiani. Ma, grazie a madre natura, esiste una pletora di vini rossi dal diverso tonnellaggio. Ed esiste anche il frigorifero, non va scordato. Un vino servito sopra i 18 °C va bene solo se è vin brulè. 

La Lacrima è un vitigno semiaromatico, degnamente pigmentato, che trova come terra d’elezione le colline marchigiane attorno al paese di Morro d’Alba. Dolce e profumata, venne anche usata come uva da tavola, finché qualcuno non urlò come Steven Tyler che era un dannato spreco non vinificarne ogni singolo acino.

Ed ora la domanda che tutti i bambini mi fanno ogni volta: “Perché si chiama Lacrima?”. Bambini, non ci credereste mai: raggiunta la piena maturazione, la buccia dell’uva si lesiona facendo fuoriuscire delle rosse goccioline, come fossero appunto delle lacrime [esclamare tutti insieme “oooh”].


 

La Lacrima di Morro d’Alba DOC dell’azienda Luigi Giusti è 100% Lacrima (non è un dato da nulla: da disciplinare si possono utilizzare fino al 15% di altre uve rosse autorizzate). Dopo pressatura e fermentazione in acciaio, il vino svolge la fermentazione malolattica ed affina parte in botte grande e parte in barriques per 4-6 mesi, più altri 4 mesi in bottiglia per riprendersi dallo stress prima di uscire a visitare le terre emerse. 

Nonostante abbia quasi due anni, nel calice la Lacrima è di un rosso porpora pieno e quasi compatto, con una notevole carica antocianica. 

Il naso è ‘acchiappesco’. È intenso e profumatissimo, con una carica aromatica potente ma che non sfocia nella noia. Si ritorna continuamente ad annusare questo vino, il profumo è piacevolissimo, connotato principalmente da fiori, tanti fiori. Rosa, geranio, viola, glicine, sembra di stare in un vivaio. Si fa largo anche la frutta rossa e scura, soprattutto ciliegia e ribes nero. Poi, accompagnate da cenni leggeri di tabacco dolce, emergono due note importanti: menta e di pepe. E anche sostando vari minuti nel bicchiere il naso non perde né di intensità né di finezza.

In bocca si apprezza inizialmente la notevole componente acida, per nulla annientata dalla malolattica. Questa freschezza risulta azzeccata per dare equilibrio ad una bocca che comunque morbida. Il tannino è poco percettibile, l’ingresso è lievissimamente abboccato e molto intenso, mentre la chiusura è decisamente lunga, con chiusura su toni floreali.

È un vino rosso perfetto da bere in estate, nonostante il corpo non sia etichettabile come ‘esile’ (non è una Schiava altoatesina, per intenderci). Però ha grande serbevolezza e non fornisce alcuna sensazione di pesantezza. L’azienda consiglia di berlo a 16-18 °C, ma i meravigliosi profumi e la quasi assenza di tannino me lo hanno fatto apprezzare maggiormente attorno ai 14 °C. La prossima volta che farete una braciata, nella ghiacciaia una bottiglia di Lacrima fatecela capitare.


Sassotondo – Maremma Toscana DOC Ciliegiolo 2019

Il nome fa tanto. Il nome che una cosa si porta appresso ne determina il successo. Se un nome ha fascino, o se trasmette mistero, desterà curiosità in chi vi incappa. Portiamo il discorso sul piano dell’uva e del vino (e sennò cosa ci stiamo a fare qui):  Chardonnay. Suona bene, risveglia quell’esterofilia francese che rende tutto automaticamente à la page (e infatti lo Chardonnay lo piantano dappertutto in Italia, con risultati a volte discutibili). Altro esempio: Nebbiolo. Nebuloso, misterioso. Il nome attrae, l’unicità di gusto dei vini a base Nebbiolo poi fa il resto.
È vero anche il contrario: Sangiovese. “Ma come, l’uva più piantata in Italia? Che dà dei vini che sono il simbolo dell’Italia nel mondo?”. Bravi, ma per diventare famoso il Sangiovese ha dovuto cambiare nome: Brunello, Morellino, Prugnolo Gentile. Un po’ come Michele Salvemini, che è diventato noto a tutti solo col nome di Caparezza, anche se passando da un discutibile Mikimix (ora i puristi si incazzeranno per aver osato accostare Caparezza al Sangiovese. Well, my castle, my rules).
In questo scaglione trova posto anche il Ciliegiolo. Dal nome ci si aspetterebbe un vino leggerino, che sappia prevalentemente di ciliegia e stop. Eppure anche il Ciliegiolo ha molto da dire. Certo, magari non riesce a reggere il confronto con uve più complete come Sangiovese o Cabernet Sauvignon, ma possiede comunque una sua complessità, non si riduce a una Dr. Pepper liscia. E i ragazzi di Sassotondo puntano molto su questa varietà autoctona toscana, fin dagli esordi. 
Sassotondo nasce dalla volontà di Carla Benini e Edoardo Ventimiglia. La loro storia è comune a molti vignaioli: la vita cittadina che a un certo punto va stretta e il bisogno vitale di ritornare alla terra. E, se ci sono vocazione e dedizione, raramente i risultati saranno fallimentari. L’azienda Sassotondo sorge in piena Maremma toscana, a Sovana, frazione di Sorano (GR), su terreno prettamente tufaceo. Esordiscono con la prima vendemmia nel 1997, con uve da viticoltura biologica, evoluta nel 2007 in biodinamica. Uva di punta, come detto, è il Ciliegiolo, che viene vinificato in varie versioni, dalla “base” da me degustata ai cru aziendali del vigneto San Lorenzo.
 


Essendo una 2019, con nemmeno 12 mesi di vita, il colore del vino nel calice è prevedibilmente purpureo/violaceo molto profondo. Macerazione e fermentazione per 15-20 giorni senza lieviti aggiunti, poi svinatura e riposo per pochi mesi, tutto in acciaio.
La gioventù del vino si apprezza ancor di più al naso, con il tipico tratto vinoso che tanto fa dannare i corsisti sommelier. Poi, nomen omen, intensi ricordi di ciliegia, accompagnati da altra frutta rossa (fragola) e scura (mora). Notevole la componente floreale, di geranio e rosa, e intenso è un sentore a metà tra la terra secca polverosa e la pietra focaia. Per ultima si fa notare una nota speziata, di pepe e leggera noce moscata.
In bocca il vino è molto fresco, molto succoso e scarsamente tannico. Il sapore è intenso e persistente e il vino possiede un bel corpo, con un finale di bocca che oscilla tra frutto e sapidità. Per non essere il vino di punta di Sassotondo, è di ottima qualità, con una grande piacevolezza e facilità di beva.

Cave Mont Blanc de Morgex et de La Salle – Valle d’Aosta DOC Blanc de Morgex et de La Salle “Vini Estremi” 2018

Ci sono posti in cui, se vuoi coltivare una vigna, devi essere pazzo. Intendo il senso principale, il significato letterale del verbo ‘dovere’: essere obbligati, tenuti a fare qualcosa (Dizionario Sabatini-Coletti). E chi coltiva vigne in Valle d’Aosta (o anche in Valtellina, in Liguria o sulla costiera Amalfitana, per citare altri luoghi discretamente scoscesi) è obbligato, è tenuto ad essere pazzo, a non pensare in termini di normalità, di comodità. Non puoi portare un trattore su un terrazzamento a 1000 metri, a maggior ragione se questo è largo come una sdraio. Dissodare a mano la terra? Provateci voi, in una regione dove il suolo è spesso classificabile come ‘sasso’. Tutto questo ad altezze che, per il Priè Blanc, raggiungono tranquillamente i 1000 metri. 

Ribadisco, bisogna essere pazzi per fare vino in posti del genere (questo è il posto giusto per infilarci le parole viticoltura eroica); oltretutto vino che si compra a prezzi assai ragionevoli, che non restituiscono l’entità della fatica spesa per la loro produzione. E con i vini della Val d’Aosta difficilmente si manca il bersaglio.

La cooperativa Cave de Morgex et de La Salle, con sede a Morgex, riunisce un centinaio di soci per venti ettari totali di superficie vitata. Basta un briciolo di matematica per intuire come il territorio valdostano obblighi a un frazionamento dei vigneti a mo’ di mosaico. Il vitigno principe della zona è il Prié Blanc, vitigno d’altura se ce ne è uno, che dà il meglio di sé quando riposa sulle pupitres. La spiccata acidità, la mineralità e i profumi finissimi dovuti alle escursioni termiche della zona, fanno sì che il metodo classico sia l’opzione preferibile per esaltare quest’uva.

 

 

Il Blanc di Morgex et de La Salle “Vini Estremi” è la versione ferma del Prié Blanc valdostano. Un perfetto vino estivo, da servire a 8-10 °C per affrontare la canicola stagionale con le lance acuminate della sua freschezza (“La Settimana INCOM racconta il vino”).

Il dipinto in etichetta rappresenta un pingue ometto, dalle fattezze quasi boteriane, intento a governare un tralcio di vite in mezzo a una marea di rilievi, ammorbiditi dall’artista per non impressionare i più suscettibili. E anche così morbidamente rappresentata (vorrei vedere un paziente del Dr. Nowzaradan lavorare una vigna in una zona a pendenze spesso in doppia cifra), fa impressione la viticoltura valdostana, reclama rispetto.

Nel calice questo Blanc di Morgex et de La Salle mostra la paradigmatica brillantezza e cristallinità dei vini alpestri, con una colorazione giallo-verdolina appena accennata, quasi impercettibile. 

Il naso è mediamente intenso, con dominanti minerali, floreali e fruttate; i profumi principali sono di biancospino, di succo di limone, di mela verde ed in sottofondo si avvertono residue note di lievito.

La bocca è, come ipotizzabile già dalla tipologia di vino e dall’aspetto nel calice, molto fresca. La freschezza è il tratto principale, che solo verso il finale di bocca fa trasparire una discreta sapidità. Di intensità apprezzabile e media persistenza, il “Vini Estremi” è un buon esempio di vino alpestre, leggero (11,5% in alcol) e bevibile.

Tenute San Leonardo – Vigneti delle Dolomiti IGT Sauvignon Blanc “Vette” 2017

Scegliere un Sauvignon Blanc è un azzardo. Se non si è preparati il Sauvignon Blanc può riservare delle sorprese. È come un chihuahua, prima ti morde e poi ti fa gli occhi dolci (o viceversa. I chihuahua sono delle pessime persone). È il Colonnello Hans Landa di Bastardi senza gloria, è Bill Laimbeer dei Detroit Pistons

Insomma, è uno su cui non puoi fare totale affidamento. Ha fascino, lo si percepisce (ciò non si applica ai chihuahua; loro restano attrezzi del demonio). Per questo motivo ti sei arrischiato nel comprarne una bottiglia in enoteca. 

Ma ora non sai cosa aspettarti da lui. Dalla Loira viene giù moderato, con profumi gentili e freschezza; dalla Nuova Zelanda invece arriva bello potente, intenso, anche invadente con la sua frutta tropicale mitragliata nell’aria. E se poi toppo l’abbinamento con il cibo? Se lo sovrasta? E se invece viene sovrastato? E dove ho messo le chiavi? 

Calma, diamine. Fortunatamente solo alla morte non c’è rimedio. Voi volevate un Sauvignon Blanc elegante, finemente profumato e gentile al palato? Magari che sia anche poco costoso? Bene, ringraziate i Marchesi Guerrieri Gonzaga per il “Vette”, poiché costoro in Vallagarina producono un Sauvignon Blanc di grande fascino. 


Nel bicchiere è di un tenue giallo paglierino, con un naso intenso e molto, molto fine. Le note d’esordio sono incentrate sulla frutta tropicale (papaya, passion fruit, ananas e lime), fiancheggiate da un viale di fresie e gelsomino. Si percepisce una mineralità calcarea, quasi ‘ghiaiosa’, cenni di salvia e la classica nota di foglia di pomodoro del Sauvignon Blanc contraddistinta da grande delicatezza. 

In bocca è un vino davvero piacevole, sapido, abbastanza morbido e ancora piuttosto fresco nonostante i 3 anni di età. L’aroma di questa uva reclama il suo spazio, con i richiami di frutta tropicale, ma sempre in modo cordiale, non eccessivo, non violento. Persistenza durevole con chiusura agrumata. Un vino dal rapporto qualità/prezzo invitante e dalla beva facilissima. 

Marco Antonelli – Cesanese di Olevano Romano Superiore DOC “Tyto” 2015

Come promesso, eccoci alla chiusura del cerchio con i Cesanese di Olevano Romano di Marco Antonelli. Eravamo andati da lui a dare fastidio e ad immergerci nella natura selvaggia del vigneto sulla Morra Rossa, dove crescono le uve destinate alla produzione del Kòsmos. Poi abbiamo degustato proprio quello splendido esempio di Cesanese di Olevano Romano Riserva che è il Kòsmos, caleidoscopico ed elegantissimo. Infine di recente abbiamo tratto enorme vantaggio dall’assaggio de Il Fresco, il Cesanese di Olevano Romano Superiore che nasce nel terreno al di là del vialetto di casa di Marco, sul Colle Amici.

Ora è la volta di completare il trittico di Cesanese di Marco con l’assaggio del Tyto, il gemello diverso del Fresco. La denominazione è la stessa, come lo sono le piante condivise dai due vini. Come abbiamo giù visto, tutto dipende dall’annata: a seconda dell’andamento più o meno caldo, più o meno piovoso, Marco decide di far percorrere alle uve la strada che porta o al Fresco o al Tyto. 

Il 2015 ha spostato la scelta verso il fratellone più complesso del Fresco. Le uve, vendemmiate a piena maturazione, sono state pigiate e lasciate in contatto con le bucce per 20-25 giorni. L’affinamento del vino è quindi proceduto per circa 18 mesi in botti di rovere da 21 hl, seguito un più che giusto riposo in bottiglia fino ai giorni nostri. La tipologia produttiva mostra come il Tyto provi a seguire le orme del Kòsmos. 

Chiaramente Kòsmos e Tyto sono vini molto differenti. La Morra Rossa è un ecosistema a sé, che è riduttivo classificare solo come ‘vigna’: è ad una maggiore altitudine, immersa nella macchia, le piante sono vecchie e fanno letteralmente il diavolo che vogliono, che piaccia o meno. Il vigneto di Colle Amici è più ordinato, ad un’altitudine minore di un centinaio di metri rispetto alla Morra Rossa e su terreno compatto, argilloso ‘rosso’ con importante componente tufacea di matrice vulcanica. Resta sempre lo stretto non-interventismo di Marco in vigna e la discreta anzianità anche di queste viti,  con molte piante che hanno passato la quarantina d’anni di età.

Tutto ciò fa supporre che il Tyto si muova più su toni speziati e di pietra focaia rispetto al cugino Kòsmos, mentre la diversa vinificazione lo differenzia nettamente dal Fresco in termini di maggiore intensità gustativa e di complessità donata dalla sosta in legno.

Vogliamo continuare ad ipotizzare o procediamo all’assaggio?

 


I 5 anni di età del Tyto ci regalano un vino dalla bella tonalità granata, non molto trasparente. Avvicinando il calice al naso si avvertono toni profondi e quasi cupi, come prevedevamo: pepe nero, pietra focaia e ruggine sono il traino olfattivo del Tyto. Decise sono anche le percezioni di frutti scuri come mirtillo e amarena, alleggerite da un delicato profumo di violetta appassita. Chiudono il quadro note di sigaro, di cuoio e di china. 

La bocca del Tyto l’ho giudicata fuorviante. Mi spiego, prima che Marco venga a prendermi a scudisciate: dal naso mi sarei aspettato un ingresso deciso, un impatto muscolare. Invece il Tyto entra in bocca esile e leggero, con in tasca ancora una cospicua dote di acidi, che ne caratterizza il sorso. Morbidezza moderata e tannino docile, il Tyto possiede finezza, ha sapore intenso e la persistenza si trova a metà strada esatta tra il Fresco e il Kòsmos, con chiusura che ricorda la radice di liquirizia. Insomma, fuorviante quanto vi pare, ma la bottiglia la si finisce comunque senza starci troppo a riflettere.

 

L’assaggio del Tyto conclude la panoramica sui Cesanese di Olevano Romano di Marco Antonelli. Panoramica che ha arricchito le mie conoscenze, mostrandomi come il Cesanese sia un’uva versatile e ancora sottovalutata: riesce a donare vini di agile beva così come grandi vini, eleganti e complessi. Inoltre, pur non essendo il Pinot Noir o il Sangiovese, riesce a suo modo a leggere il terroir e a restituirlo nel calice, soprattutto se la mano di chi lo governa è leggera e non invadente. 

E mani come quelle di Marco Antonelli sono sante e benedette. 



Duca di Salaparuta – Terre Siciliane Rosato IGT “Calanìca” 2019

Incredibilmente, contro ogni aspettativa creata da questo 2020, sta arrivando l’estate. Sissignori, il caldo si sta finalmente palesando. E si avvicina di pari passo anche la ribalta per i vini bianchi, i quali sono pronti ad egemonizzare i pranzi e le cene estive. Perché siamo semplici in Italia: d’inverno vino rosso, e per favore che sia corposo; d’estate un bianco leggerissimo e freddo (non fresco, freddo). Bravi. Manca solo il classico brut accanto alla classica torta millefoglie zeppa di panna e poi è fatta, sarete riusciti a farmi imbestialire.

È proprio in questo periodo dell’anno che il mio spirito umanitario si manifesta, rendendomi cavaliere crociato di una categoria di vini che merita rispetto ed attenzione: i rosati.

Signore e signori, ma perché diamine non considerate mai di pasteggiare con un rosato? I vini rosati avranno almeno un centinaio di buoni motivi per essere selezionati. Ne sparo qualcuno in rapida successione: il colore è bellissimo, e l’occhio vuole sempre la sua parte, anche quando non lo ammette; possono essere bevuti a diverse temperature, senza starsi a dannare l’anima per un grado in più o in meno rispetto al loro optimum; sono versatili, abbinabili a carne, pesce, primi, verdure (ciò non vuol dire che il loro abbinamento perfetto sia con una tagliata di manzo, ma certamente la accompagnano meglio di un Trebbiano); collegandoci al punto precedente, possono iniziare, proseguire e concludere un pasto; hanno freschezza, complessità e intensità gustativa; sono mediamente economici, anche perché sono perlopiù pensati per essere bevuti hic et nunc, senza prospettiva di invecchiamento (eppure quanto mi incuriosirebbe una verticale di vini rosati).

Insomma, io di motivi per dare un’opportunità ai vini rosati ve ne ho dati un po’. Smettete di pensare che siano vini fatti con gli scarti di cantina e andate a prendere una bottiglia, per i ringraziamenti sono qui fino alle 20:00.

 

 

Il rosato “Calanìca” del Duca di Salaparuta è realizzato con differenti varietà di uve siciliane, non meglio specificate, ma sono abbastanza sicuro che il Nero d’Avola ne detenga il pacchetto di maggioranza. Le uve sono coltivate nella parte sud della Sicilia, a ridosso dell’agrigentino, a pochi passi dal mare. Vendemmiate a piena maturazione, vengono criomacerate e successivamente pressate sofficemente. Dopo la fermentazione il vino trascorre un mesetto in acciaio e un altro mesetto in bottiglia prima della vendita. 

Il colore del “Calanìca” è un bel rosa carico, a metà tra il ramato e il cerasuolo, segno che le uve con cui viene ottenuto non sono parche di pigmenti. Il profumo è intenso e molto invitante, con un esordio nettamente salmastro  (“giurerei che è un vino isolano”, cit.). Su questa manciata di sale escono note precise di fragola, melograno ed arancia sanguinella, leggere note erbacee e cenni di origano.

In bocca la caratteristica principale è una freschezza agrumata, che viene sostenuta dalla prevedibile sapidità e ben equilibrata da una discreta morbidezza. Sorso intenso, fine e persistente, con un ricordo finale di agrume per un vino assolutamente godibile.

 

 

Adanti – Umbria Rosso IGT “Arquata” 2011

Dall’enciclopedia Treccani, ‘estasi’: genericamente, stato di isolamento e d’innalzamento mentale dell’individuo assorbito in un’idea unica o in un’emozione particolare; più propriamente, nella mistica, il rapimento dell’anima che al culmine della sua esperienza religiosa, perduta la coscienza del mondo fisico e di ogni legame corporeo, si innalza alla contemplazione del divino ed entra in immediata comunione con esso.
Ora, io mi considero una persona altamente razionale. Non che sia parco di complimenti, ma non mi lascio trasportare troppo dalle onde emotive. Il vino storicamente si presta, più di ogni altra bevanda, ad essere oggetto di racconti romanzati (fin troppo romanzati alcune volte), ma io cerco di rimanere saldo sulla mia docile razionalità, consapevole che ogni vino degustato non può essere il vino della vita.
Tuttavia esistono vini che impongono la propria personalità al degustatore di turno, che sia esperto o meno; vini che fanno percepire in modo cristallino la loro qualità, senza dover ricorrere ad effetti speciali: questi vini si mostrano con la massima eleganza e, con grande pacatezza, ti catturano la mente. Bene, al cospetto di questi vini la mia imperturbabilità va a prendersi un bel borsone, ci mette dentro un cambio e della biancheria pulita e se ne va in vacanza un paio di giorni. Sono vini che entusiasmano, di cui ogni sorso ti sembra il primo. E il più buono. Sorsi che spalancano gli occhi e sequestrano ogni singolo pensiero per lunghi istanti. Infine, dopo la deglutizione, lasciano una sensazione di grande appagamento. Di estasi, appunto.
Ascoltate, è molto semplice: l’Umbria Rosso IGT “Arquata” di Adanti è uno di questi vini. È un Grande Vino senza ‘se’ e senza ‘ma’.


È un taglio bordolese atipico, chi è stato attento sa già il perché (agli assenti consiglio un ripasso qui), creatura orgogliosa dello storico cantiniere della Cantina Adanti, il compianto Alvaro Palini. Cabernet Sauvignon e Merlot sono presenti al 40% ciascuno, con il restante 20% occupato dalla Barbera. Esatto, proprio il vitigno piemontese. Barbatelle di Barbera hanno spesso accompagnato il ritorno a casa di chi andava al nord a lavorare, e gli umbri non hanno fatto eccezione. Non ne sono sicuro, ma mi piace pensare che il buon Alvaro abbia voluto inserire la Barbera in questo blend anche per rendere omaggio alla grande storia migratoria italiana, storia che coinvolgeva direttamente anche lui (nel link precedente è tutto spiegato). Soprattutto, la Barbera dà al vino quella sferzata acida che permette a Cabernet e Merlot di concentrarsi sulla loro maturazione fenolica. 
Sì, ma come mai un taglio bordolese qui, in terra umbra? “Ho voluto fare un vino matto, come piaceva a me”, parole e musica di Alvaro Palini. La prima annata fu del 1981, i primi encomi vennero con le annate ’85 e ’88, segno che aveva avuto ancora una volta ragione lui. 
Le viti giacciono felici a circa 230 m s.l.m. su terreno argilloso-calcareo e vengono vendemmiate nel mese di ottobre, a maturazione pienissima. In cantina le uve vengono diraspapigiate e fermentano in acciaio per una ventina di giorni, con rimontaggi e délestage. L’affinamento del vino è affidato a barriques e tonneaux per 24/30 mesi. Il resto del tempo l’Arquata Rosso se lo passa in bottiglia sotto la custodia delle Cantine Adanti, in attesa di uscire da Bevagna a conquistare altri popoli.


Veniamo all’assaggio. Vino di grande consistenza, nel calice si mostra di un rosso granato pieno e piuttosto compatto. La fittezza (ho controllato, esiste come termine) e lentezza degli archetti segnala che l’alcol è presente (14,5%) e che il vino di corpo ne ha da vendere.
Avvicinando il calice al naso si avverte una vibrazione. Non esagero, la prima inspirazione del profumo di questo vino è un privilegio di cui bisogna essere consapevoli. E, se si è consapevoli di ciò, si riesce a percepire questa vibrazione, un brivido di gratificazione. Non saprei come altro definirlo, ma è calzante. Il naso dell’Arquata Rosso 2011, aperto dopo 9 anni, è una gioia. È una distesa di frutta rossa e nera perfettamente matura: amarene, fragole e more; è un sottobosco su cui cresce la lavanda; è una scatola di sigari dove è caduta della noce moscata e un po’ di vaniglia; è un vegetale estremamente soffuso e una balsamicità impetuosa; è una boccetta di china, una striscia di cuoio e una scatola di Mon Chéri. È emozionante. È ampio. Devo fermarmi, ma è solo la razionalità che mi tira per la giacca. 
Se il naso è di questo calibro le aspettative dell’assaggio decollano come il Concorde. Ebbene, queste vengono ampiamente rispettate, se non superate. La bocca dell’Arquata Rosso è ampia, piena e corposa. Suscita sorpresa la notevole freschezza che i 9 anni di età hanno solo in minima parte ridotto. Una freschezza perfettamente in equilibrio con la grande morbidezza del sorso, con un tannino a guisa di seta, che delicatamente accarezza la bocca. Il sapore di questa meraviglia è intenso ed elegantissimo, con notevole persistenza che chiude su ricordi di mora di rovo e cioccolato fondente. 

“La Storia Siamo Noi” di De Gregori, “La nave negriera” di William Turner, LeBron James che stoppa Andre Iguodala in gara 7 delle finali NBA del 2016. Una canzone, un quadro, un’azione di basket in grado di attrarre ed emozionare anche un non esperto, anche un non appassionato. 
Esattamente come l’Arquata Rosso di Adanti. Un vino emozionante. 
Un Grande Vino.