Domaine du Cayron – Gigondas AOC 2014

Ce ne torniamo in Francia. Sì, Gigondas non è l’ala grande del Panathinaikos, bensì una AOC localizzata nel Rodano del sud. Offuscata a livello internazionale dal più celebre vicino, lo Châteauneuf-du-Pape, condivide con questi molti tratti in comune, come ad esempio i vitigni principali (qui domina la Grenache, con un apporto non trascurabile di Syrah, Cinsault e Mourvédre), o il suoloargilloso-calcareo ricco di scheletro, le famose galets (da noi si sarebbero chiamate “breccole”. Gli innumerevoli vantaggi delle lingue estere). Da quelle parti il clima è di tipo mediterraneo, piuttosto caldo, tuttavia il mistral fa spesso capolino a raffreddare gli animi e, già che ci si trova, a dare anche un’annaffiata. 

Come detto, in quella parte del Rodano è la Grenache a dettar legge e, complice il caldo, i vini vengono su belli possenti che “guarda quant’è bello a mamma sua, mangia tutto esso”. Per questo motivo Syrah, Cinsault e Mourvédre partecipano alla festa: donano l’acidità e il tannino necessari a far stare dritto sulla schiena questo ragazzone.

 


E il Gigondas 2014 del Domaine du Cayron lo è davvero un ragazzone, ma non di quelli pompati a steroidi. È un bel tipetto, robustino e paciocco. Potrebbe fare il centro in una squadra di media serie D italiana di basket. 

È costituito per il 78% da Grenache, il 14% da Syrah, il 6% da Cinsault e il 2% da Mourvédre, vendemmiate a mano, fermentate separatamente e assemblate in inverno. In seguito il vino matura per 12 mesi in vecchie foudres di quercia. Lo step finale è l’imbottigliamento, senza alcun filtraggio: via in bottiglia e au revoir.

Nel calice il vino è di un bel granato pieno e compatto. Il profumo è notevole: appena stappata la bottiglia le note sono tutte selvaggina e sottobosco, ma si intuisce che sotto ci sia altro materiale. Ed infatti, giusto il tempo di qualche respiro ed arrivano intense note di prugna e di frutti di bosco maturi, di pepe e noce moscata, sentori molto chiaro di miele di castagno e di paté d’olive. Chiudono leggere sfumatureu di alloro, timo, legna bruciata, tabacco dolce e cuoio. 

In bocca si nota fin dall’ingresso il corpicione di questo vino. Un vino morbido e decisamente strutturato, ma guai a ritenerlo pesante, tutt’altro. Il vino è ancora sostenuto da una cospicua dote di acidità, che fa squadra con un tannino vellutato e una giusta sapidità a equilibrare il sorso. Un leggero amarore connota la bevuta, dal sapore parecchio intenso e comunque di grande finezza. Sapore che resta in bocca a lungo, con richiami fruttati e speziati ad alternarsi girando sottobraccio “trallallero trallallà”.

Un vino notevole, potente ma con una quota di eleganza che lo ingentilisce. E bravi i francesi pure stavolta (anche se hanno la fissa di produrre bottiglie da 10 kg l’una. Ma perché non cominciate a fare delle bottiglie normali e non ‘ste mazzette da muratore?).

  

Santa Sofia – Valpolicella Ripasso Superiore DOC 2017

Il Ripasso è una bestiola particolare. Trova estimatori e detrattori parimente divisi. Sinceramente, mi è sempre parsa più un’operazione di marketing che una tecnica tradizionale e radicata nei secoli (accolgo con gioia una documentata smentita che colmi questa mia lacuna). Mi immagino la scena, studiata dai tre sceneggiatori di Boris: “che ci facciamo con tutte queste vinacce appassite?”. “Fermi tutti, c’ho un’idea: ripassiamoci il vino base. Così, de botto, senza senso”. “Genio”.

Comunque sia nata questa bestiola, un Valpolicella Ripasso fatto bene dà grande soddisfazione al palato, avendo più complessità rispetto al Valpolicella base e meno ‘impegno’ dell’Amarone. Ecco, dovessi inquadrarlo in una categoria, piazzerei il Ripasso nella categoria “vini indispensabili per gli universitari”. Innanzitutto il nome Ripasso è quanto mai adatto (e la vaccata l’abbiamo sparata). Poi ha dalla sua il fatto di essere un vino saporito, profumato, unisex e a buon mercato, ché gli universitari sono poveri. Infine ha sempre quel grado in più che fa tanto piacere dopo aver dato un esame, ad esempio, di chimica fisica (che poi, dopo chimica fisica, la maggioranza dei sopravvissuti vada giù pesante di gin & lemon è un’altra storia). 

Veniamo brevemente alla cantina Santa Sofia, la quale ha sede a Pedemonte (VR). Ecco, la sede è qualcosa che da sola varrebbe una visita e l’invidia di molti produttori: trattasi di Villa Serego. Se non vi dice nulla è tutto nella norma, finché non venite a conoscenza dell’architetto: Andrea Palladio. Sì, la cantina Santa Sofia ha il quartier generale in una villa Patrimonio dell’umanità UNESCO dal 1996. E i Rothschild muti.

 


Il vino è il classico blend di Corvina, Corvinone e Rondinella, che fermenta in acciaio, fa un bel tuffo nelle vinacce di Amarone e Recioto, nuotandoci per tre giorni, infine matura 9 mesi in botte di rovere di Slavonia da 50 hl.

Nel calice il vino è di un bel rosso rubino mediamente trasparente (o ‘trasparente ma neanche tanto’). Naso tipico del Valpolicella: l’apertura è tutta speziata, l’accoglienza è a carico del pepe nero, tanto pepe nero, spalleggiato da vaniglia e chiodi di garofano. Immediatamente dopo si sentono frutti di bosco sotto spirito, una punta di sottobosco, una gran balsamicità, violetta appassita, mirto, legno di cedro e cioccolato fondente. Una più che discreta complessità.

In bocca il vino è succoso, fresco, poco tannico, con una bella sapidità e una grande intensità. Di medio corpo ed apparentemente leggero nonostante i 14 gradi alcolici, chiude la lunga persistenza su note di frutti di bosco e pepe. Vino molto, molto piacevole. Magari avessi bevuto sempre così ai tempi dell’università.

 

Colle Picchioni – Lazio Bianco IGT “Donna Paola” 2019


Un déjà-vu, proprio così. Il Donna Paola di Colle Picchioni lo avevamo già bevuto, e anche con grande soddisfazione. All’epoca ero un imberbe studentello al corso sommelier, ancora piuttosto ignorante e da sgrezzare, con esperienza di degustazione pari a zero. Oggi invece ho un diploma da sommelier, resto ancora piuttosto ignorante e da sgrezzare, con esperienza di degustazione pari a zero-virgola-uno. Il confronto è praticabile.

Ricordiamo: questo vino è un blend di 60% Malvasia del Lazio e 40% Semillon, prodotto sulle pendici del Vulcano Laziale nel comune di Marino. La cantina è storica e, giova ripeterlo, frutto della tenacia di una donna, Donna Paola Di Mauro. Bravi, perspicaci: questo vino è per lei. Suo nipote, Valerio Di Mauro, ha fatto appena in tempo a dedicarglielo, qualche anno prima che Donna Paola passasse ad altra dimensione. Oggi vigna e cantina sono gestite da Valerio assieme a sua moglie Laia Storbeck, sempre puntando alla qualità che Donna Paola esigeva per i suoi vini. 

 


La 2017 di questo vino, bevuta lo scorso anno, superava l’iniziale freschezza connotando il sorso con la sapidità. Inoltre i profumi erano più ‘scuri’, ricordo ancora oggi la decisa sensazione di amarena che emergeva dal calice. Strano per un bianco, ma ciò era.

Questa 2019 è guizzante, giovanissima, eppure già con un suo mirabile equilibrio. Il colore resta un brillante giallo dorato. Il naso è fragrantissimo (che non si dice ma passatemelo lo stesso), una primavera per quante note floreali si colgono: ginestra, gelsomino, fiore d’arancio. I fiori sono dunque la dominante olfattiva e fanno da sfondo alle altre eleganti note: susina gialla, passion fruit, arancia candita, miele e una delicata sensazione fumè. Confrontandolo con la 2017 dello scorso anno si intuisce come la giovinezza dia più risalto alla componente floreale.

In bocca il percorso è lo stesso: il vino è principalmente fresco, con sapidità presente e cenni di morbidezza al palato. Sorso di spessore, d’impatto, intenso e di una persistenza che si muove sull’esuberanza aromatica della Malvasia. Soprattutto un sorso comunque equilibrato, che un ulteriore periodo di affinamento in bottiglia potrà rendere praticamente perfetto. Per l’esiguo prezzo che ancora oggi questo vino batte, la prescrizione è di averne sempre varie bottiglie di scorta.


Paolo e Noemia D'Amico – Lazio Chardonnay IGP “Falesia” 2018

 


Ancora uno chardonnay?”

Certo. 

“Del Lazio?”

Assolutamente sì.

“E perché?”

Prima di tutto perché quello ho stappato. E in secondo luogo perché ne vale la pena. Perché se un vignaiolo riesce a far dialogare chardonnay e territorio, ha fatto qualcosa di interessante. E ti dirò di più.

“A chi?”

A te. 

“Ah, scusa.”

Questo chardonnay del Lazio possiede una terza dannazione: 10 mesi di sosta in barrique.

“E vabbè, anche la barrique? La sagra dello stereotipo.”

Sì, ti darei ragione se fosse un vino banale, un infuso di pop corn con una bella colata di burro e una spolverata di vaniglia. 

“E non lo è?”

Chi, il ‘Falesia’ 2018 di Paolo e Noemia D’Amico? Ma nemmeno per sogno. È un vino eccellente, che fonde caratteristiche di uva, barrique e territorio. Perché quel territorio lì, l’alta valle del Tevere, è roba seria. Solo perché è nel Lazio è ancora poco considerato, ma tu prova a immaginare un terreno che unisca argilla, sabbia e tufo vulcanico localizzato in altre parti d’Italia. Poi certo, se hai le Jordan ma lisci il ferro da sotto il tabellone è tutto un altro discorso.

“Che?”

Niente, lascia perdere. E comunque non è questo il caso, perché Paolo e Noemia D’Amico hanno calibrato la mano e riescono a produrre vini molto interessanti, legati al territorio da cui provengono anche partendo da uve transalpine. Il ‘Falesia’, per l’appunto: un classico chardonnay per quanto riguarda la parte fruttata, con mango, pesca, cenni di bergamotto, così come per la nota di burro fresco e crema di latte, per il profumo di ginestra, la nocciola tostata e la moderata vaniglia. Tutti questi profumi hanno come sottofondo costante, ma non ingombrante, una chiara nota fumè, un ritorno incisivo del territorio.

E se non bastasse il naso ci pensa la bocca a completare l’opera istruttiva: caratteristica principale è la sapidità, che connota il sorso nella sua interezza. La freschezza è presente e dà il suo contributo, soprattutto con la sensazione agrumata che si va ad aggiungere al leggero sentore affumicato in chiusura del sorso. Una bella intensità gustativa ed una altrettanto degna persistenza. Un gran bel vino davvero, te lo consiglio.

“Vedrò, è che con i vini io non ci faccio tanto”.

Eh?

“A me piace la birra”.

Fuori.

“Ma che…”

Fuori!

 

 

François Chidaine – Vin de France “Le Chenin d’Ailleurs” 2017

Ogni vitigno ha il proprio tratto distintivo. Quello dello Chenin Blanc è la freschezza. La quota di acidi fissi presente nello Chenin Blanc lo rende paragonabile ad un'altra uva piuttosto pungente, il Riesling. Uva cui, c'è da dire, lo Chenin paga qualcosina in termini di aromaticità e di complessità globale. Ma non tutti possono essere dei fuoriclasse, e neanche c’è nulla di male ad essere un role player. Nell'ottica di una bevuta all'insegna della freschezza, infatti, lo Chenin Blanc è non solo indicato, ma fortemente consigliato.

Zona di elezione dello Chenin Blanc è la valle della Loira, dove i viticoltori lo fanno cantare e gli fanno portare la croce; voglio dire che, date le sue caratteristiche, in Loira viene vinificato in ogni modo possibile: dallo spumante al vino secco, passando per l'amabile e concludendo con il passito dolce, meglio ancora se la botrytis fosse andata a dargli una carezza. C'è un altro posto del mondo dove lo Chenin Blanc ormai fa gli onori di casa, anche se non agli stessi livelli della Loira: il Sudafrica, dove viene chiamato Steen e dove fu portato dagli ugonotti francesi quando si videro esibire dal Re Sole il rosso diretto.

Ma torniamo in Francia, patria della bottiglia che ho aperto. La bottiglia in questione, insieme ad altre, credo, migliaia di sue consorelle, è opera di François Chidaine. Chidaine è uno zen master dello Chenin Blanc. Dal 1989, anno del suo esordio tra i filari di vite, ha cominciato ad acquisire terreni presso la Loira e a lavorare in tutte le maniere quest’uva. Oggi viticoglie (neologismo mio. Ho il copyright) e vinifica seguendo i precetti della biodinamica le sue decine di ettari vitati a Chenin Blanc, più altri ettari di diverse cultivar di cui non ci occuperemo quest’oggi, e direi neanche entro la prossima settimana.

 


Lo “Chenin d’Ailleurs” 2017 è etichettato come Vin de France, quindi diciamo che ci fidiamo sia della Loira. La scheda tecnica del vino poi non mi rincuora: essa afferma che le uve provengono da tre diversi terroir: oceanico, mediterraneo e montagnoso (de la Haute Vallée). Ora, sull’oceanico e sull’alta valle della Loira ci sto tranquillamente; sul mediterraneo, diciamo che non mi faccio persuaso. Più lontano dal clima mediterraneo della valle della Loira credo ci sia solo il Vallo di Adriano. Ma dato che lo Chidaine mi conosce la zona e mi ci lavora, mentre io avrei solo aperto una sua bottiglia, ho il tacito obbligo di dare ragione a lui.

Le uve, raccolte in questi tre diversi terroir, sono state pressate sul posto; quindi i mosti sono stati refrigerati e spediti entro 24 ore alla cantina di Chidaine a Montlouis-sur-Loire per l’assemblaggio e la fermentazione, ovviamente spontanea, avvenuta in botti dette demi-muids da 600 litri. Il vino è successivamente andato in contro ad un affinamento sulle fecce fini per 11 mesi prima della messa in commercio e del seguente arrivo, via Perugia, a casa Fiordiponti.

Stappato e versato nel calice, lo “Chenin d’Ailleurs” si mostra di un giallo paglierino carico, con una sorta di riflesso rosa quando viene versato. Lo ho versato spesso e sotto diverse luci, naturali ed artificiali: confermo la presenza del riflesso rosa.

Naso intenso, che alterna note minerali, floreali e fruttate: si va dalle pietre bagnate a fiori bianchi e delicati, come acacia o biancospino, a frutta a pasta bianca croccante, pera e pesca bianca principalmente, accompagnate da un deciso sentore di limone. Importante è la nota di crosta di pane, segno che il riposo sur lie ha lasciato piacevoli strascichi.

La bocca è prevedibilmente molto fresca, intensa e con una buona sapidità. Ovviamente la bilancia è spostata sulle componenti dure del sorso, ma non si può definire affatto fuori equilibrio. È uno Chenin Blanc, dobbiamo settarci sul suo sistema gravitazionale. Il fatto che abbia grande bevibilità, unita a intensità gustativa e notevole persistenza, indica che il vino un equilibrio lo possiede e tutto fa supporre che saprà anche mantenerlo nel corso del tempo. 

Domaine des Marrans – Fleurie AOC 2015


Beaujolais. Per i non studiati è un nome intrigante, di quelli che non puoi tradurre dal francese (cosa che non si applica a Borgogna, Alsazia o Loira) e dunque ha fascino. Mai vista dal vivo una bottiglia, ma “sai che storia se ne portassi una a una cena?”. Poi qualcuno magari ha voglia di studiare, segue un qualsiasi corso sul vino, ed incontra di nuovo il Beaujolais. E però qui cambia la prospettiva. Si apprende che il Beaujolais è solo una parte della Borgogna. E che è la parte meno ‘nobile’. E che è famoso per il vino novello. E che la considerazione del Beaujolais nel panorama borgognone è più o meno quella goduta dall’Italia al Trattato di Versailles del 1919. I meno coraggiosi qui riporranno le loro pive nel sacco ed andranno avanti narrando degli splendori della Côte de Nuits e delle sue differenze con la Côte de Beaune (possibilmente senza aver mai bevuto un Borgogna), spedendo il poro Beaujolais nel dimenticatoio.

Io due o tre difetti me li attribuirei anche, ma certamente non pre-giudico i vini. Non battezzo un vino dopo aver letto la denominazione, senza neanche provare ad assaggiarlo. Non sono facile al condizionamento: versiamo il vino nel bicchiere, assaggiamo e poi magari se ne parla. E con questo spirito ho accolto il consiglio di Sara Boriosi su questo Fleurie, uno dei cru del Beaujolais. 

Il terreno del Beaujolais è prevalentemente acido, caratterizzato dalla notevole presenza di granito rosa, dall’ottima capacità drenante. Le viti per la maggior parte sono potate a gobelet, il nostro alberello. Il vitigno simbolo della zona è il Gamay, un’uva che adora i terreni acidi, acida e con un discreto tannino, di sicuro penalizzata dalla presenza del despotico vicino di casa, il Pinot Noir, ma che ha un suo motivo d’essere. 

Una cosa su cui sono pronto a scommettere è che i beaujoliani (non so se si dice, ma fa niente) siano in fissa con la CO2. Se vi domandate cosa c’entra la carbonica oltre al già citato Beaujolais Noveau, vi accontento subito: nella zona è molto in voga la macerazione semi-carbonica. Spiegata in maniera bruta: si rovescia l’uva in un contenitore, grappoli interi non diraspati, e lo si chiude ermeticamente; il peso dell’uva fa fuoriuscire un po’ di succo dagli acini; questo succo entra a contatto con i lieviti delle bucce e comincia a fermentare; la fermentazione, classica, produce CO2; il contenitore comincia piano piano a saturarsi di CO2, la quale allarga le maglie delle bucce e permette ai lieviti di godere del succo all’interno degli acini e fermentare a sua volta. In sostanza si alternano fermentazione classica e macerazione carbonica, con tutto il bagaglio olfattivo e la notevole estrazione di colore dalle bucce che quest’ultima fermentazione genera. Il tutto viene protratto per qualche giorno, poi il vino prosegue con una macerazione classica, con due/tre settimane di contatto vino/bucce. Il Gamay ha una spiccata acidità e un briciolo di macerazione carbonica contribuisce ad ammorbidirne la componente acida (l’acido malico viene utilizzato dalle cellule dell’uva per continuare la produzione di energia in ambiente anaerobico). E con questo finisco la lezione di chimica e passo al vino, prima che partano i fischi di disapprovazione.

 


Il Fleurie 2015 di Domaine des Marrans nel calice è un inchiostro, una china. Un rosso rubino molto profondo, non nel senso della compattezza del liquido ma proprio nell’intensità della tonalità. 

Il naso è molto interessante: ciliegia sotto spirito, fragole mature e frutti di bosco, rosa canina e violetta, carne cruda, tante spezie dolci (chiodo di garofano, noce moscata, una leggera vaniglia), decisa nota tostata di caffè, scatola di sigari, cuoio, una bella balsamicità mentolata, sul finale si affacciano polvere da sparo e sottobosco fungino (sì, ho scritto sugli appunti sottobosco fungino). Un naso molto complesso.

Ecco, la bocca è un discorso a parte. Assaggiato appena stappato l’impressione è stata incerta: un sorso durissimo, ho percepito molto tannino e acidità, poca morbidezza e poco allungo. L’ho lasciato nel calice buono buono e ci sono tornato dopo un’oretta: un’altra cosa. La morbidezza finalmente si percepisce, il tannino e l’acidità sono moderati, il vino acquista molto in termini di slancio e succosità, con la persistenza che si fa apprezzare e che chiude su toni di frutti rossi.

Mi sono chiesto come mai il primissimo sorso fosse così duro. Per quanto ne sappia io, tannini ed acidi fissi non scompaiono ossigenando il vino, o meglio i tannini sono sì antiossidanti ma non possono eclissarsi dopo un’ora di calice, mica abito in una camera iperbarica. Fatto sta che, domandando domandando, la bottiglia è bella che finita, confermando che il Beaujolais sarà pure il cuginetto sfigato della Borgogna, ma scende agile come Lindsey Vonn.

Gruss – Vin d’Alsace Gewurztraminer AOC “Les Roches” 2018

L’Alsazia, per molte persone non eno-malate, vuol dire una cosa sola. Anzi, forse due. La seconda sono i bastoncini fragranti ricoperti di granelli di sale; quelli che all’aperitivo, confusi tra centinaia di altri stuzzichini, nessuno vede ma tutti mangiano. Sono sempre i primi a finire, come le crudità di mare ai buffet, ci si può scommettere la via di casa.

La prima cosa per cui l’Alsazia è nota universalmente è una frase, quasi un concetto: “l’Alsazia e la Lorena sono contese per oltre un secolo da Francia e Germania”. Una frase che, se detta con la giusta baldanza, garantiva un 6 sicuro all’interrogazione di storia alle scuole medie. Sono pressoché certo che però pochi sappiano individuare sulla cartina dove si trovino queste due regioni (in tedesco: Elsaß-Lothringen; in francese: Alsace-Lorraine). Prima del corso sommelier io era tra color che non le avrebbero trovate nemmeno col ditino sulla mappa. Poi arrivò una delle due lezioni sulla Francia, e con essa l’Alsazia, accompagnata da alcune nozioni che spiegano perché lì non solo si faccia del vino, ma si faccia del gran vino.

 

L’AOC Alsace è una striscia di terreni vitati perlopiù collinari, che si estende da nord-est a sud-ovest, nella porzione più orientale della Francia, stretta tra la piana del Reno ad est e la catena dei Vosgi ad ovest. Sono questi ultimi che i viticoltori alsaziani devono ringraziare: i Vosgi proteggono le viti dal tremendo vento freddo proveniente dall’entroterra francese e dalle abbondanti piogge. Ciò fa sì che il clima di questa regione sia continentale secco, con una temperatura media di 1 o 2 °C superiore rispetto alle altre zone a parità di latitudine. Il terreno alsaziano è inoltre incredibilmente vario: si va da suoli di origine sedimentaria verso fondo valle (calcare, marne) a zone caratterizzate da rocce plutoniche e metamorfiche (granito, scisti, gneiss) risalendo lungo i pendii dei Vosgi. Insomma, ci sono tutte le basi per fare della viticoltura di qualità, come in effetti avviene.

Uve simbolo dell’Alsazia sono Riesling, Pinot Gris, Muscat e Gewurztraminer, uve bianche con un importante profilo aromatico, una caratteristica più associabile alla viticoltura teutonica che a quella francese. La bottiglia aperta e gioiosamente sorseggiata è proprio il Gewurztraminer (senza la ü, nonostante la parola sia completamente tedesca. Ah, i francesi…) “Les Roches” 2018 di Gruss.

 



Il Domaine Joseph Gruss ha sede a Eguisheim, uno splendido borgo collinare poco distante da Colmar. Il suolo di Eguisheim è Munschelkalk, che dal tedesco può essere grezzamente tradotto come ‘calcare con presenza di conchiglie’: è un duro terreno calcareo di origine sedimentaria, dove la vite cresce deliziosamente.

Il Gewurztraminer di Gruss viene vinificato in acciaio a temperatura controllata e affina sur lie per circa 4 mesi prima di essere filtrato ed imbottigliato nelle tipiche bottiglie alsaziane. Questa 2018, levato il sughero, cade solida nel calice, mostrandosi di un giallo paglierino chiaro. 

Il naso è intenso, con le tipiche note del Gewurztraminer dipanate in tutto il loro didattico splendore: litchi, acqua di rose e frutta esotica, alle quali si aggiungono cedro candito, biscotto al miele, mandorla fresca e cera d’api. 

L’ingresso in bocca è chiaramente abboccato, costeggiando quasi la dolcezza. Il sospetto viene già versandolo nel calice o roteando quest’ultimo: si nota molto bene la consistenza importante del liquido. Immediatamente però, oltre alla dolcezza, si avverte anche un chiaro sentore amaricante, dovuto alla pletora di terpeni lautamente elargiti dall’uva in questione (ho usato un lessico da avvocato; perché mai?). Ulteriore dominante orale è la morbidezza, altro indice del residuo zuccherino, di buon livello è la sapidità, mentre appare molto attenuata la freschezza. Il gusto è molto intenso e con un finale di bocca lunghissimo e piacevole.

Rileggo quello che ho scritto: il vino potrebbe apparire stucchevole, molle, in verità non lo è affatto. La freschezza è sì in secondo piano, ma c’è e contribuisce a dargli una buona beva.

Se ve ne accaparraste una bottiglia, tenete conto delle caratteristiche ‘estreme’: tanto naso, tanta intensità, dolcezza evidente e freschezza moderata. L’abbinamento con i piatti della nostra cucina è quantomai ostico, richiede piatti dai sapori altrettanto ‘estremi’. Per abbinarlo con successo il mio consiglio è di dirigervi a oriente, a Mumbai magari: con i piatti della cucina indiana si può realizzare l’abbinamento perfetto. Altrimenti bevetevelo assoluto e tante care cose!