Hyperdecanting… ma perché?

Era partita come una domenica sera qualunque: 19:30 circa e voglia di muovere un muscolo pari a zero. Siedo sul divano guardando L’Eredità (ma beati voi che avete voglia di una vita sociale più attiva; io sono un ometto semplice, punto al risparmio dei battiti cardiaci e la sera mi guardo L’Eredità). Arriva la domanda “a quale azione ricorre chi fa decantare il vino con il metodo dell’”hyperdecanting”?’ e il buon Flavio Insinna snocciola le 4 opzioni:

Lo passa attraverso garze

Lo frulla con un frullatore

Lo riscalda con aria calda

Lo travasa minimo tre volte

Ok, domanda sul vino, non so la risposta ma proviamo a ragionarci: la prima è una semplice filtrazione, quindi no; la terza è oscenamente impossibile; la quarta potrebbe essere plausibile, mentre la seconda, penso, è roba da malati di mente. 

Vi risparmio righe di suspense: la risposta esatta era la seconda.


Al disvelamento della risposta corretta m’è partito dalla punta dei polmoni un sonoro “MA CHE SO’ SCEMI?!”. Mia figlia, due anni, mi ha guardato come uno storico dell’arte guarderebbe uno che, di fronte alla Crocifissione di san Pietro del Caravaggio, bofonchiasse “caruccio questo quadro”. Povera bimba, lei non può capire.

Anni di nozioni tramandate solennemente dai più saggi ai discenti, in cui l’ammonimento era “il vino è materia viva, e va sì rispettato: urge adunque evitare qualsivoglia molestia tellurica al prezioso liquido, sia nei trasporti che nella conservazione”. Anni ad apprendere come il decanter non facesse proprio bene al vino, che un’ossigenazione troppo violenta sfibra i vini più invecchiati, che la cantina non deve confinare con i binari della Metro A altrimenti il vino si stressa, che niente di meno per gli scaffali deve essere usato il legno, poiché assorbe meglio le vibrazioni al contrario di plastica, ferro e mattoname vario. E ora ce ne usciamo con il frappé di Cabernet? 

Una foto del sottoscritto al momento della risposta

Il tradizionalista annidato in me è ovviamente disgustato da cotanto affronto alla bevanda eletta. Ma ho pur sempre una formazione scientifica; inoltre devo ammetterlo, anche se con un brivido: dopo il ribrezzo iniziale mi sono chiesto “e se fosse vero? E se il vino davvero ne uscisse migliorato?”.

Prima di tutto un minimo di ricerca: chi l’ha messa in giro ‘sta roba? Gli anglosassoni, e come ti sbagli. La pratica sarebbe stata codificata negli anni 2000 da Nathan Myhrvold, un seattleite precedentemente CTO presso Microsoft ed oggi cuoco e co-autore di Modernist Cuisine, un’enciclopedia della cucina del 3000 [link informativo]. E mi sembra pacifico che uno con le lettere del cognome passate per un frullatore volesse riservare stessa sorte al vino.

La teoria alla base della pratica è piuttosto immediata: il vino con l’aria migliora, vero? Si apre, i tannini smussano le loro asperità, diventa più facile da bere; perché mai dovremmo aspettare dei lunghi minuti in attesa dei capricci della natura, quando con 30 secondi di frullatore, aumentando esponenzialmente il contatto tra vino ed aria, otteniamo un risultato perfino migliore (dicono loro)? Il trattamento speciale migliorerebbe il gusto dei cheap wines, mentre non viene caldeggiato per vini di un certo livello. Sfido: trovatemi voi uno che maltratti in questo modo uno Château Haut-Brion e vada in giro a vantarsene; come guidare una Ferrari sullo sterrato: certo che puoi farlo, ma perché mai dovresti volerlo?


Il fatto che la tecnica provenga dalla cultura anglofona dà ancora una volta la misura di come noi, vecchio mondo, consideriamo il vino sacro ed intoccabile; per loro è solo una bevanda, dunque che male c’è a sperimentare? Io trovo che non abbiano affatto torto. Certo, frullare un Syrah resta sempre un crimine per me, ma comprendo la loro visione: nessuna innovazione è nata restando fermi. Questo sempre se ci si ricorda che sperimentando si possono anche prendere delle sontuose quaglie, o peggio: Franz Reichelt, che nel 1912 volle sperimentare il suo giaccone-paracadute lanciandosi dalla Tour Eiffel, ottenne solo una ripresa della sua morte e l’imperituro titolo di ”scemo”. Poveraccio.

In conclusione, poiché prima di dire che una cosa non ci piace dobbiamo quantomeno assaggiarla, sacrificherò qualche cl di vino per la causa, frullandolo malamente e cercando di capire cosa accade, in positivo e in negativo. Attendete fiduciosi.

Casale del Giglio – Lazio Bianco IGT “Antinoo” 2019

 Io, o non c’ho mai capito niente, ed è verosimile, o lo faccio apposta. Boh. Non scrivo qui da mesi (eh, la vita signora mia, sa…) e come ti rientro? Con un vino di Casale del Giglio. Nel 2022. E allora lo vedi che sono io? 

Vabbè, ma che c’è di male a bere un vino di Casale del Giglio?” si domanderanno alcuni di voi. Teneri innocenti. Allora, proviamo a fare una cosa difficile, tipo un backflip sul ghiaccio alla Surya Bonaly: riassumiamo in poche righe 40 anni di tendenze enofile in Italia.


Cominciamo dal 1986 e dallo scandalo del vino al metanolo (ne ho già parlato quiquo e qua). Il vino italiano ha un sussulto e sceglie l’evoluzione: vigna e cantina diventano più tecnologiche, mettendo nel mirino il bersaglio ‘qualità’. Al contempo girava voce che il pollice dritto di un avvocato americano sul proprio vino avrebbe fatto da agente lievitante per le vendite. L’avvocato, al secolo Robert Parker, era diventato famoso per aver battezzato da sacerdote solista l’annata 1982 a Bordeaux come magnifica. Da allora un giudizio sopra i 95 punti del Wine Advocate fa miagolare di gioia le cantine. Un effetto simile, casalingo, lo si otteneva alla cattura dei tre bicchieri della guida Vini d’Italia del Gambero Rosso, prima edizione targata 1988. E come rendere indulgenti naso e palato dei critici? Pulizia, concentrazione e intensità gustativa, non come i vecchi vini dei contadini, scialbi e smilzi. Come ottenere tutto ciò? Igiene in cantina, lieviti selezionati e barriques. 

Va da sé che per un bel periodo si è barricato anche il Gatorade. Tuttavia, negli anni a seguire il tecnicismo esasperato avrebbe suscitato in molti la nostalgia di un vino passato, sincero e spontaneo. Giovani vignaioli rilevarono le vigne dei nonni per provare a fare vino secondo una nuova coscienza, una nuova filosofia. Esplose così negli anni 2000 il fenomeno del vino naturale, con l’intervento dell’uomo limitato magari alla potatura e all’esclusivo trasporto delle uve in cantina, e stop.

Arriviamo ad oggi, dove il vino naturale da nucleo di resistenza e rivoluzione è diventato moda e marketing, con tutto ciò che ne consegue: grandi cantine che cavalcano l’hype producendo bianchi macerati, affinati in anfora, senza solfiti aggiunti, etc., vignaioli improvvisati che imbottigliano aceto frizzante spacciandolo per vino di territorio ed ultras di questa corrente enofila, che se poco poco sei entrato in cantina più di una volta a settimana il tuo vino non lo vogliono neanche per sfumarci il polpettone.


E qui ci ricolleghiamo a Casale del Giglio, intuendo come non sia certo di gradimento dei detti ultras: è una cantina perfettamente convenzionale, coltiva uve internazionali e produce una milionata di bottiglie l’anno. Per dei lustri è stato il biglietto da visita del Lazio nelle carte dei vini romane ed italiche, con l’eccezione di poche altre bottiglie (non aziende, bottiglie). E finché la corrente era quella dei vini ben pettinati nessuno ha avuto da ridire: fosse esistito Instagram ai tempi sai i reel con le secchiate di Mater Matuta tirate addosso? Con l’avvento dello spontaneismo enologico, Casale del Giglio è assurto a simbolo del vino industriale, costruito, il male insomma. Esagero? E allora andatevi a rivedere le dolci paroline che ha riservato loro Jonathan Nossiter su GQ 10 anni fa (LINK su Percorsi di Vino di Andrea Petrini). Fortunatamente questa ‘battaglia’ ha perso lo slancio iniziale, ma comunque difficilmente oggi vedrete nel vostro feed wine-influencer che si immortalano brandendo un calice di Satrico.


Io invece sono totalmente sprovvisto di senso pratico, e me ne esco con l’“Antinoo” 2019, un blend di 2/3 chardonnay e 1/3 viognier affinato in tonneaux e barriques. Ed andando subito al sodo, sapete che c’è? È buono. Ho speso 15 € in enoteca e ho bevuto un vino buono. Magari non emozionante (nota: le emozioni sono soggettive), magari non un ‘vino buono’ per come lo intende Sandro Sangiorgi, ma indubbiamente piacevole da bere, non pernicioso. La giusta maturità della frutta (pera, pesca e papaya), una bella nota iodata, nocciole tostate, cenni di origano, buccia di limone e miele, ed in bocca una decisa sapidità, un piacevole allungo e la giusta intensità gustativa, con ritorni tostati ed agrumati in fin di bocca. Piacevole e non invadente, nulla da eccepire.


Eh, ma è un vino convenzionale, usano prodotti chimici”. Premesso che per avere la mia attenzione dovete far vostro il concetto che ogni sostanza è chimica, diciamo che roba tipo il solfato di rame e lo zolfo non è che siano acqua fresca per uomini e terreni (e il biologico li consente).

Eh, ma non ha la sincerità di un vino naturale”. Sincerità, che parola abusata in campo enologico (e anche qui l’oggettività del concetto la si vede col drone). Confesso che vengo da mesi in cui ho assaggiato molti vini, la maggior parte dei quali naturali, volendo anche ‘vini sinceri’. Vini che tutto mi hanno lasciato tranne la voglia di berli nuovamente. Vini che ho pagato quanto se non più di questo Antinoo. E restando sulla sincerità, se un tizio vi dicesse la verità ma in modo brusco, scontroso e maleducato, certamente sarebbe sincero, altrettanto sarebbe stronzo.

Eh, ma il gusto è omologato, non è territoriale”. Se bevo uno chardonnay/viognier prodotto su suolo sabbioso ed ex paludoso di Aprilia non vado certo a cercare il territorio. Inoltre, sfugge a molti che l’80% dei consumatori di vino (e mi tengo stretto) ignora totalmente il concetto di territorialità e cerca solo un vino che appaghi il proprio gusto? Ed è sbagliato questo? Ci piace talmente tanto ‘sta bevanda qui, ne abbiamo letto, abbiamo studiato, ci accapigliamo per essa (beati voi che potete farlo senza le pinzette), ma ignoriamo l’elefante nella stanza: la maggior parte dei bevitori di vino se ne frega di terroir, fermentazioni spontanee ed affinamenti sur lie. Queste persone vogliono solo e legittimamente bere del vino privo di difetti, che gli lasci un buon ricordo e che non costi come un paio di Air Jordan usate dal medesimo bipede volante. E Casale del Giglio a loro si rivolge, e nessuno può dire sia sbagliato.


Ribadisco: la qualità principale di un vino sta nella piacevolezza nel berlo (unita all’assenza di difetti, ma quella più che una qualità è proprio un requisito minimo). La naturalità, i lieviti indigeni, la conduzione biodinamica sono degli enormi valori aggiunti, ma solo se il punto di partenza è che il vino sia esente da difetti e piacevole da bere.

E ora che ho minato la mia prestigiosa reputazione vi saluto e ci risentiamo tra altri cinque mesi!


Marco Antonelli – Cesanese di Olevano Romano Superiore DOC “Il Fresco” 2020

 

Mi piace l’estate, non il freddo porco di questi giorni.

Mi piace il rumore della retina di basket.

Mi piacciono le morbide colline dell’Umbria, specialmente quelle della zona di Montefalco: dolci, rotonde, pacifiche.

Mi piace un giorno di pioggia che arrivi dopo dieci giorni di sole. E mi piacciono dieci giorni di sole consecutivi.

Mi piace camminare per Roma; senza meta, senza obiettivo: solo camminare. E osservare.

Mi piace il “clic” del vasetto di confettura nuovo.

Mi piace annusare il barattolo del caffè ogni volta che lo apro. Ogni singola volta.

Mi piacciono mia moglie e mia figlia. Mi piacciono da morire. Mi piace la vita che mi regalano ad ogni istante.

Mi piace chi ha pensato “scriverò un libro” e poi lo ha fatto davvero.

Mi piace parlare alla maniera di Guido Notari.

Mi piace il profumo dei libri e delle matite appena temperate.

Mi piace l’uso che Mike Portnoy fa di bacchette e pedali.

Mi piace il colore dell’alba.

 


Mi piace il Fresco di Marco Antonelli, Cesanese di Olevano leggiadro e compagnone.

Mi piace il suo colore: una lastra di vetro color carminio.

Mi piace il profumo che ha: rosa canina, viola e ciliegie croccanti, marzapane e zenzero, pepe e cardamomo, cenni di ruggine e di macchia selvatica.

Mi piace berlo, sentire come rinfreschi la bocca, come si distenda in lungo e in largo; mi piace l’aroma che lascia per lunghi istanti: fiori, spezie e un leggero amarore.

Mi piace il Fresco di Marco Antonelli, mi piace sempre.


P.S.: per chi volesse saperne di più, magari in maniera meno teatrata, rimando a quanto ho scritto dei vini di Marco Antonelli qui e quo.

 

Verticale, un nuovo magazine a tema enoico


Siamo di fronte ad un periodico semestrale cartaceo. Immaginato da tre trentenni. Stampato in bianco e nero. Unica concessione al colore il rosso della copertina. Copertina che è, tra l’altro, inspiegabilmente tagliata a metà. Invitanti come premesse? 

E poi di cosa parlerebbe questo periodico? Degustazioni verticali di vino. Il nome dell’assassino è già nel titolo, ma per i non avvezzi al linguaggio degustatorio: dicesi ‘degustazione verticale’ una serie di assaggi di annate differenti dello stesso vino.

 



Dunque, tre ragazzi nel 2021 investono per dare alle stampe un magazine che esce ogni 6 mesi, ordinabile solo on line, e che parla di bevute che i tre caballeros, eventualmente coadiuvati da un manipolo di sodali, hanno operato andando a zonzo per lo stivale. Anacronistico? Beh, certamente non molto in linea con i tempi. Ma a parte il fascino infinito della lettura su carta, va detto che i tre moschettieri possiedono una solida credibilità in ambito enoico, oltre a tre notevoli criniere e gusti musicali encomiabili.


• Jacopo Cossater: veronese trapiantato in Umbria (ottimo arrocco), scrive di vino su un’ottantina di testate internettiane, tra le quali Intravino, Linkiesta, Dissapore, Piacere Magazine, Cavalli e segugi, Motori agricoli, ecc. (anche se sulle ultime due non ci giurerei). È anche l’ideatore e conduttore di un podcast eccellente, “Vino sul Divano”, che disgraziatamente è fermo alla seconda stagione. Si occupa di marketing digitale, di e-commerce, e va dicendo in giro che ha anche del tempo libero.

• Matteo Gallello: calabrese trapiantato a Roma, per circa undici anni è stato una colonna portante di Porthos. Cosa è Porthos? Porthos è una sorta di monastero, un tempio al centro di Roma, dove il vino viene celebrato, pensato, discettato. Il demiurgo è Sandro Sangiorgi, e non servono presentazioni. Matteo si è occupato di redazione e didattica fino allo scorso anno. Oggi gira l’Italia proponendo la sua idea di vino; pensieri che valgono la pena di essere ascoltati.

• Nelson Pari: romagnolo trapiantato a Londra (non è un magazine: è un reparto di chirurgia): ci arriva a circa 20 anni, consegue un Master in chitarra jazz, frattanto si interessa di vino e mi diventa wine buyer per il club 67 Pall Mall (non proprio l’osteria di compare Benetti Rodolfo detto Cantuccio a Prossedi). 

 

Ogni numero è composto da sei degustazioni verticali di vini che hanno visto la luce negli anni 2000. Facile fare un pezzo su una verticale di Sassicaia, si scrive da solo: prova a farne uno sul Falistra di Podere il Saliceto (un Lambrusco di Sorbara di una bevibilità sconcertante). E i ragazzi sono abbastanza fuori di testa da averla non solo fatta, ma messa anche nero su bianco. Le degustazioni sono precedute da una presentazione seria e dettagliata del vino, dell’azienda produttrice e del territorio da cui proviene. Poi parte la rassegna delle annate, partendo dalla più vetusta per finire con l’ultima disponibile in commercio; di ogni annata i commenti dei tre degustatori di turno. Commenti, badate bene, anche discordi. Ed è proprio questo, io credo, il valore aggiunto della pubblicazione: il fatto che ognuno dei degustatori abbia il proprio parere sul vino che sta assaggiando. Il vino è materia oggettiva fino ad un certo punto, poi decollano le sensazioni soggettive. Poter confrontare tre pareri differenti dà modo anche di capire il proprio modo di intendere il vino, magari lo stesso vino se si ha la fortuna di averlo a disposizione. 

 

Concludendo: a me il progetto piace, la carta piace, gli argomenti piacciono e gli autori godono della mia massima stima. Non c’era un singolo motivo che mi trattenesse dal dar loro fiducia, ed ho fatto bene. Bravi.

 

VERTICALE.WINE


[In realtà, col senno di poi, uno ce ne sarebbe stato: la spedizione. Ma per quale diamine di motivo nel 2022 si affida la spedizione di un periodico alle Poste Italiane?! Se non si valuta il cambio del corriere, chiedo ufficialmente la spedizione entro la prossima settimana del mio numero di maggio, così forse arriva per tempo.]

Europa che parla di vino e testate che parlano di questo: preparate i popcorn.

 Attenzione, l’Europa vuole vietare vino e birra!!1!uno!!”. Questo è il tono dei commenti meno deliranti trovati su Facebook alla notizia dell’approvazione del rapporto del Comitato Speciale BeCa (Beating Cancer) nei confronti delle bevande alcoliche. Rapporto, va detto, già diffuso in prima stesura a febbraio 2021. Il comitato è composto da alcuni eurodeputati, con lo scopo di supportare il trattamento dei vari tipi di cancro e diffondere studi e raccomandazioni per contenerne le fonti di rischio. In quest’ottica si inserisce l’ormai famoso report, che andrà all’esame dell’Europarlamento nei prossimi mesi. 

Esso, in estrema sintesi, riporta che “Il consumo di alcool è un fattore di rischio per molti tipi di cancro […] alla cavità orale, alla faringe, alla laringe, all'esofago, al fegato, al colon e, nelle donne, al seno”. L’incoraggiamento proposto da questo report è di non incentivare il consumo di alcol, con conseguente adozione di provvedimenti come, ad esempio, divieto di pubblicità per le bevande alcoliche.

Analizziamo insieme, con tutta la calma residua: ci stanno dicendo che il consumo di alcol, anche se moderato, è comunque rischioso; che non c’è una quantità “sicura”, che è l’assunzione di alcol in sé a comportare un rischio, il quale è tanto maggiore quanto è l’aumento della dose. La parolina magica è ‘rischio’: non è matematico, non è certo, ma è rischioso consumare alcol; più se ne consuma, più il rischio aumenta. 

Non va mai dimenticato che l’alcol etilico è categorizzato come cancerogeno di classe 1. Cosa è la classe 1? È il gruppo in cui sono comprese le sostanze per cui esistono sufficienti prove scientifiche della loro capacità di influenzare l'insorgenza dei tumori. E tanto per non creare appigli polemici, in questo gruppo ci è finita anche l’acetaldeide, ossia ciò che diventa l’alcol etilico quando viene “digerito” dal nostro corpo. Mi sembra tutto abbastanza chiaro, non trovate?

 

La pacatezza con cui si affrontano questi argomenti: rischio morte.

Torniamo al report, che dice che più alcol bevi più chances hai di vincere un cancro, quindi sarebbe meglio non pubblicizzarne troppo il consumo. Apriti cielo! Molte testate hanno esordito con titoli del genere: “L’Europa vuole vietare vino e birra”, oppure “Vino, produttori in allarme per la proposta di stretta anti-alcool alla UE”.

Nessuno si offenda, ma li trovo solo titoli clickbait, che si inseriscono perfettamente nella marmellata disinformativa del giornalismo versione internet degli ultimi dieci anni (almeno). Titoli che parlano alla pancia dell’individuo, parole messe insieme non per informare, non per sintetizzare la notizia, solo per generare una reazione (il più delle volte l’indignazione e la rabbia). Poi uno l’articolo lo apre anche e, prevedibilmente, non trova i toni apocalittici del titolo; trova la notizia così come è, senza poteri occulti che vogliono la nostra forzata sobrietà oppure orde di islamici che si fanno beffe di noi, miseri occidentali costretti a pasteggiare solo a cedrata Tassoni.

Io non sono un giornalista, non è il mio mestiere e non so come si faccia, ma come utente so che un’informazione del genere è sbagliata; peggio ancora: è dannosa. Glisso sui commenti beceri letti su Facebook a questa notizia, come sul mio commento riguardo queste persone (ricordiamo che il 59% degli utenti di Facebook ha tra i 25 e i 54 anni: tecnicamente, hanno tutti potuto frequentare le scuole. Hanno ricevuto una decente istruzione e possiedono gli strumenti per far funzionare il cervello, non solo la pancia. Che si adoperino), ma è sintomatico del modo in cui le notizie vengono date.

 

Io che (sbagliando clamorosamente) leggo i commenti

Concludo con il mio personale commento alla notizia: “ “.

Se l’UE stabilisce che non esiste soglia sicura per il consumo di alcol, io sono d’accordo. Non perché amiamo il vino possiamo ignorare che l’alcol contenuto, per poco che sia, non faccia male. Ci fa piacere considerarci quelli che venerano la bevanda più nobile, il sangue di Gesù, ecc., ma ciò non elimina la quota di alcol in esso contenuta e le sue possibili malefatte. Io amo il vino ma odio profondamente l’alcol: conosco i danni che fa. 

Detto questo, sono consapevole che tutto un comparto potrebbe avere una flessione economica negativa se questo rapporto avesse seguito legislativo, e ciò coinvolge tanto noi quanto i nostri cuginetti francesi, i tedeschi e chiunque abbia una vigna. Certo che ciò non è positivo, ma avrà comunque più peso la salute generale che non gli introiti aziendali (altrimenti cosa dovrebbe dire l’industria del tabacco? E anche le sigarette facevano parte della nostra cultura, anche se mi riesce difficile accostare le parole ‘cultura’ e ‘fumo’, ma quello è un problema mio).

Inoltre, il vino è radicato nella nostra cultura da millenni: non sarà certo un’avvertenza su un’etichetta a farci smettere di bere il classico bicchiere a pasto, o sbaglio? Potranno aumentare i prezzi di un tot, vorrà dire che direzioneremo con più attenzione i nostri soldi. Quelli che hanno sempre comprato il boccione da 5 litri di Castelli Romani DOC Bianco (dal colore quasi verde, altro che bianco…) e ci annaffiavano le cene a colpi di un litro alla volta, magari finiranno col bere mezza bottiglia al giorno (che sempre 3 bicchieri sono, eh) ma spendendoci qualche euro di più, cercando la bottiglia più soddisfacente. Pensate, magari assisteremo al drastico calo di quei boccioni da 5 litri; magari le aziende penseranno “devo rientrare di quegli introiti: facciamo che produciamo meno ettolitri, facciamo un vino più che decente e lo vendiamo a un tantino di più”. 

Ok, sto sognando, ma sono uno di quelli che spera sempre che alla fine il Titanic lo schivi quell’iceberg traditore. E, per inciso, Jack su quella maledetta porta poteva starci.

Failure management, o “come scrivi che il vino assaggiato è una ciofeca?”

 Come gestire un assaggio andato male? Come gestirlo se si scrive, e se i propri scritti non vengono gelosamente tenuti sotto chiave (USB) ma diffusi a mezzo social? Che fare, infine, nominare vino e produttore? O tenerlo candidamente celato?

L’antefatto: stappo un bel rosso, annata 2013, un Chianti Classico Riserva che può reggere alla grande gli 8 anni sulle spalle. Verso nel calice, rosso rubino tendente al granato. Tutto nella norma. Naso: sentore fungino, sottobosco, poi ciliegie sotto spirito, humus, lieve nota di peperoncino, cuoio, liquirizia. Ok, siamo ancora in carreggiata, nessuna avvisaglia di pericolo. 

Lo assaggio. Diamine! Ma quanto diavolo è amaro? No no no, aspetta: cioè questo parte amaro, prosegue amaro e ci finisce pure amaro?! È amaro come una cattiveria. A-ma-ro. Tannino ce ne è, freschezza hai voglia, sapore moderato, ammesso di riuscire percepirlo in mezzo a tutto questo fiele (ve l’ho già detto che ‘sto vino è amaro?), ma scema anche di corsa per un vino di questo calibro, lasciando in bocca un sapore erbaceo e di mela rossa neanche troppo matura. Oltre all’amaro.

Va bene, reazione iniziale comprensibile anche se poco politically correct. Poi penso: “lascio il calice all’aria. Ma sì, magari ha bisogno solo di respirare un pochetto. Forse con un po’ d’aria si riprende. Si riscatta. Me lo immagino che si toglie questo mantello polveroso e ci regala suggestioni impressioniste. Ecco, ci riprovo, va. Anche una bella rotazione del calice, magari lo aiuta. Pure due. Ma sì, facciamogli proprio una centrifuga, che gli fa, tutta salute. Vedi che al naso è più aperto ora; magari al sorso, che ne sai, quasi quasi… Eh no, maledizione! E ‘sto vino fa veramente schifo, è imbevibile!”. Fine della scena, con il contenuto di calice e bottiglia che va a controllare come stiano messe le tubazioni domestiche, accompagnato da parole mai udite in una pagoda buddhista.

 


Esposta la nuda cronaca, possiamo proseguire con le riflessioni. La prima indagine è verso la bottiglia. Potremmo metterne in dubbio la conservazione, ma un difetto gustativo del genere ha poco a che vedere con la conservazione del vino, e ce ne saremmo accorti già al naso.

Si può pensare ad una vinificazione riuscita male, qualcosa sarà andato storto in cantina. Ok, è quello che ho pensato io in effetti. Ma mettiamo che voi siete un produttore, vi viene male un vino e che fate, lo vendete lo stesso? Mica sarete scemi. Oltretutto questo vino si è beccato pure una medaglietta da Decanter: non che sia per forza un attestato di indubbia qualità, ma avrebbero mai potuto quelli dare un premio ad un estratto di artemisia? 

Allora il problema è nella mia bocca? Beh, no. L’apparato orofaringeo funziona egregiamente. Ma per mettermi in dubbio l’ho fatto anche assaggiare a mia moglie, senza anticiparle niente: è ancora lì che cerca di riaprire gli occhi dallo schifo. Due su due comincia ad essere un campione rappresentativo.

Non so davvero cosa altro pensare. Mancherebbe solo il tappo fra gli indagati; tuttavia non so se esso, oltre a regalare al vino quel traditore del TCA, sia in grado anche di tramutare il vino in cicuta. 

 

In conclusione, il dubbio finale: lo dico o non lo dico di quale vino si tratta? 

No. Non lo dico. Non è il caso. 

Questo è stato un assaggio di una singola bottiglia comprata in enoteca. Se volessi abbozzare un’indagine dovrei recuperare lo stesso vino da diversi distributori, aprire le bottiglie in contemporanea e confrontare l’esito degli assaggi. Solo allora avrei abbastanza dati per poter dire “il vino X è buono ed era la mia bottiglia ad essere sfigata, vai a capire il perché”; oppure “a seguito di tot assaggi possiamo dire che il vino Y non è buono, e voi non dovreste nemmeno toccare la bottiglia sullo scaffale”. 

Un pretestuoso ‘diritto di dire la propria opinione’ sui social può essere un motivo allettante per fare comunque nomi e cognomi: la critica negativa porta sempre ad una maggiore visibilità e maggiori interazioni. Ma è utile? No, non lo è; non nei termini di un assaggio singolo. Prima di dire che un’azienda vende vini imbevibili e difettati bisogna esserne più che certi. Neanche tanto per paura degli avvocati, semplicemente per rispetto. Per cui niente gogna mediatica, avrete solo le impressioni personali di un assaggio che mi ha lasciato con… l’amaro in bocca.

[ba-dum tiss]

Travaglini – Gattinara DOCG 2016

Ci risiamo. Candidamente ammetto che l’intento era farlo dormire in cantina per almeno un lustro. Invece, vuoi la curiosità, vuoi il braccino corto che impedisce di spendere soldi per altre bottiglie di vino, che insomma la cantinetta è anche piena, sì però è piena di vini che vorrei far maturare, sì però oggi ci siamo domani chi lo sa… insomma, vuoi per questi motivi, un velo di malinconia novembrina da lavare via, e si finisce ad aprire anzitempo una delle due bottiglie di Gattinara di Travaglini (l’altra speriamo riesca a campare di più).

Bottiglia celebre, surrealista, ideata dal fondatore Giancarlo Travaglini. Comoda nella presa, arreda bene la tavola, non molto pratica invero nella torsione anti-goccia del polso (nota: l’autore ha sì un diploma da sommelier, ma riesce nella titanica impresa di far cadere gocciole vinose anche a bottiglia ferma in verticale. Che dire, il talento non si sceglie). 

Gattinara è un paesucolo lontano dalla ribalta delle Langhe; sta su una collina alla destra della Sesia, e l’omonima DOCG è il ‘numero 10’ di quella macroarea definita Alto Piemonte. Qui il nebbiolo (localmente chiamato spanna) indossa altri abiti, meno chic rispetto alle Langhe ma indubbiamente di alta sartoria. Una diaspora svuotò le campagne alla metà dello scorso secolo (lo abbiamo visto parlando del Boca [LINK] e del Lessona [LINK]), con i contadini mutati in cittadini salariati. La fama del Gattinara non bastava per tutti a colmare pance e portafogli. Una fama certificata, fra i tanti, dalle parole di due cultori (chiamarli ‘scrittori’ è riduttivo) come Paolo Monelli e Mario Soldati. Uno scrisse “[…] il Gattinara, vino compatto, profumato, di gioioso colore, di severi propositi”; l’altro diede alle stampe qualcosa di irraggiungibile: “Ha un colore limpidissimo: rosso marroncino, che tira al giallo: ma quando ce ne resta soltanto una goccia in fondo al bicchiere, e lo guardi contro il bianco della tovaglia, ha il colore rosa scuro, rosa oro, rosa antico; la luminosità, a notte, dei portici di Gattinara. […] Un sorso, a fior di labbro, sulla punta delle labbra. Isolarsi, intanto, concentrarsi, restare immobili, lasciare che il sapore salga al cervello, lo spirito si faccia spirito e si possa, tranquillamente, pensarlo. […] Un sorso di Gattinara. Purché vero, s’intende. Non chiedo di più”. Meglio di così è difficile fare.

 


Travaglini detiene praticamente la metà del vigneto gattinarese (52 ha aziendali), imbottigliando vino dal 1958. Per il Gattinara di Travaglini la spanna, cresciuta su suoli di porfido vulcanico e ricchi di ferro, viene fatta fermentare in acciaio per poi farsi un sonno di circa 3 anni in botte grande e di 3 mesi in bottiglia. 

Nel calice la 2016 è un rubino vero e proprio, un magnifico vetro rosso. Al naso un profumo dalla moderata intensità, di frutti di bosco rossi su cui svetta il lampone, aroma di geranio, ruggine, cardamomo e vaniglia, tabacco da sigaro.

In bocca il Gattinara 2016 è ancora bizzoso, con le durezze in evidenza: tannino e freschezza dettano legge, particolarmente la massima sensazione di astringenza la si prova sul retro del palato e della lingua. Il sapore del sorso sfuma con un ciccinino di fretta in più rispetto le mie aspettative, che ricordiamo sono irrilevanti. Credo che prima dei 10 anni dalla vendemmia questo vino non debba essere aperto, è il terzo assaggio a consigliarmi questa tempistica: i tannini hanno bisogno di morigerarsi e un po’ di evoluzione non può che giovare al sapore. Detto ciò, se lo trovaste al supermercato mettete pure una bottiglia nel carrello (sì, è uno dei pochi vini che potete trovare negli scaffali tra i sottaceti e le farine di cui consiglio l’acquisto).