Marco Antonelli – Cesanese di Olevano Romano Superiore DOC “Il Fresco” 2020

 

Mi piace l’estate, non il freddo porco di questi giorni.

Mi piace il rumore della retina di basket.

Mi piacciono le morbide colline dell’Umbria, specialmente quelle della zona di Montefalco: dolci, rotonde, pacifiche.

Mi piace un giorno di pioggia che arrivi dopo dieci giorni di sole. E mi piacciono dieci giorni di sole consecutivi.

Mi piace camminare per Roma; senza meta, senza obiettivo: solo camminare. E osservare.

Mi piace il “clic” del vasetto di confettura nuovo.

Mi piace annusare il barattolo del caffè ogni volta che lo apro. Ogni singola volta.

Mi piacciono mia moglie e mia figlia. Mi piacciono da morire. Mi piace la vita che mi regalano ad ogni istante.

Mi piace chi ha pensato “scriverò un libro” e poi lo ha fatto davvero.

Mi piace parlare alla maniera di Guido Notari.

Mi piace il profumo dei libri e delle matite appena temperate.

Mi piace l’uso che Mike Portnoy fa di bacchette e pedali.

Mi piace il colore dell’alba.

 


Mi piace il Fresco di Marco Antonelli, Cesanese di Olevano leggiadro e compagnone.

Mi piace il suo colore: una lastra di vetro color carminio.

Mi piace il profumo che ha: rosa canina, viola e ciliegie croccanti, marzapane e zenzero, pepe e cardamomo, cenni di ruggine e di macchia selvatica.

Mi piace berlo, sentire come rinfreschi la bocca, come si distenda in lungo e in largo; mi piace l’aroma che lascia per lunghi istanti: fiori, spezie e un leggero amarore.

Mi piace il Fresco di Marco Antonelli, mi piace sempre.


P.S.: per chi volesse saperne di più, magari in maniera meno teatrata, rimando a quanto ho scritto dei vini di Marco Antonelli qui e quo.

 

Verticale, un nuovo magazine a tema enoico


Siamo di fronte ad un periodico semestrale cartaceo. Immaginato da tre trentenni. Stampato in bianco e nero. Unica concessione al colore il rosso della copertina. Copertina che è, tra l’altro, inspiegabilmente tagliata a metà. Invitanti come premesse? 

E poi di cosa parlerebbe questo periodico? Degustazioni verticali di vino. Il nome dell’assassino è già nel titolo, ma per i non avvezzi al linguaggio degustatorio: dicesi ‘degustazione verticale’ una serie di assaggi di annate differenti dello stesso vino.

 



Dunque, tre ragazzi nel 2021 investono per dare alle stampe un magazine che esce ogni 6 mesi, ordinabile solo on line, e che parla di bevute che i tre caballeros, eventualmente coadiuvati da un manipolo di sodali, hanno operato andando a zonzo per lo stivale. Anacronistico? Beh, certamente non molto in linea con i tempi. Ma a parte il fascino infinito della lettura su carta, va detto che i tre moschettieri possiedono una solida credibilità in ambito enoico, oltre a tre notevoli criniere e gusti musicali encomiabili.


• Jacopo Cossater: veronese trapiantato in Umbria (ottimo arrocco), scrive di vino su un’ottantina di testate internettiane, tra le quali Intravino, Linkiesta, Dissapore, Piacere Magazine, Cavalli e segugi, Motori agricoli, ecc. (anche se sulle ultime due non ci giurerei). È anche l’ideatore e conduttore di un podcast eccellente, “Vino sul Divano”, che disgraziatamente è fermo alla seconda stagione. Si occupa di marketing digitale, di e-commerce, e va dicendo in giro che ha anche del tempo libero.

• Matteo Gallello: calabrese trapiantato a Roma, per circa undici anni è stato una colonna portante di Porthos. Cosa è Porthos? Porthos è una sorta di monastero, un tempio al centro di Roma, dove il vino viene celebrato, pensato, discettato. Il demiurgo è Sandro Sangiorgi, e non servono presentazioni. Matteo si è occupato di redazione e didattica fino allo scorso anno. Oggi gira l’Italia proponendo la sua idea di vino; pensieri che valgono la pena di essere ascoltati.

• Nelson Pari: romagnolo trapiantato a Londra (non è un magazine: è un reparto di chirurgia): ci arriva a circa 20 anni, consegue un Master in chitarra jazz, frattanto si interessa di vino e mi diventa wine buyer per il club 67 Pall Mall (non proprio l’osteria di compare Benetti Rodolfo detto Cantuccio a Prossedi). 

 

Ogni numero è composto da sei degustazioni verticali di vini che hanno visto la luce negli anni 2000. Facile fare un pezzo su una verticale di Sassicaia, si scrive da solo: prova a farne uno sul Falistra di Podere il Saliceto (un Lambrusco di Sorbara di una bevibilità sconcertante). E i ragazzi sono abbastanza fuori di testa da averla non solo fatta, ma messa anche nero su bianco. Le degustazioni sono precedute da una presentazione seria e dettagliata del vino, dell’azienda produttrice e del territorio da cui proviene. Poi parte la rassegna delle annate, partendo dalla più vetusta per finire con l’ultima disponibile in commercio; di ogni annata i commenti dei tre degustatori di turno. Commenti, badate bene, anche discordi. Ed è proprio questo, io credo, il valore aggiunto della pubblicazione: il fatto che ognuno dei degustatori abbia il proprio parere sul vino che sta assaggiando. Il vino è materia oggettiva fino ad un certo punto, poi decollano le sensazioni soggettive. Poter confrontare tre pareri differenti dà modo anche di capire il proprio modo di intendere il vino, magari lo stesso vino se si ha la fortuna di averlo a disposizione. 

 

Concludendo: a me il progetto piace, la carta piace, gli argomenti piacciono e gli autori godono della mia massima stima. Non c’era un singolo motivo che mi trattenesse dal dar loro fiducia, ed ho fatto bene. Bravi.

 

VERTICALE.WINE


[In realtà, col senno di poi, uno ce ne sarebbe stato: la spedizione. Ma per quale diamine di motivo nel 2022 si affida la spedizione di un periodico alle Poste Italiane?! Se non si valuta il cambio del corriere, chiedo ufficialmente la spedizione entro la prossima settimana del mio numero di maggio, così forse arriva per tempo.]

Europa che parla di vino e testate che parlano di questo: preparate i popcorn.

 Attenzione, l’Europa vuole vietare vino e birra!!1!uno!!”. Questo è il tono dei commenti meno deliranti trovati su Facebook alla notizia dell’approvazione del rapporto del Comitato Speciale BeCa (Beating Cancer) nei confronti delle bevande alcoliche. Rapporto, va detto, già diffuso in prima stesura a febbraio 2021. Il comitato è composto da alcuni eurodeputati, con lo scopo di supportare il trattamento dei vari tipi di cancro e diffondere studi e raccomandazioni per contenerne le fonti di rischio. In quest’ottica si inserisce l’ormai famoso report, che andrà all’esame dell’Europarlamento nei prossimi mesi. 

Esso, in estrema sintesi, riporta che “Il consumo di alcool è un fattore di rischio per molti tipi di cancro […] alla cavità orale, alla faringe, alla laringe, all'esofago, al fegato, al colon e, nelle donne, al seno”. L’incoraggiamento proposto da questo report è di non incentivare il consumo di alcol, con conseguente adozione di provvedimenti come, ad esempio, divieto di pubblicità per le bevande alcoliche.

Analizziamo insieme, con tutta la calma residua: ci stanno dicendo che il consumo di alcol, anche se moderato, è comunque rischioso; che non c’è una quantità “sicura”, che è l’assunzione di alcol in sé a comportare un rischio, il quale è tanto maggiore quanto è l’aumento della dose. La parolina magica è ‘rischio’: non è matematico, non è certo, ma è rischioso consumare alcol; più se ne consuma, più il rischio aumenta. 

Non va mai dimenticato che l’alcol etilico è categorizzato come cancerogeno di classe 1. Cosa è la classe 1? È il gruppo in cui sono comprese le sostanze per cui esistono sufficienti prove scientifiche della loro capacità di influenzare l'insorgenza dei tumori. E tanto per non creare appigli polemici, in questo gruppo ci è finita anche l’acetaldeide, ossia ciò che diventa l’alcol etilico quando viene “digerito” dal nostro corpo. Mi sembra tutto abbastanza chiaro, non trovate?

 

La pacatezza con cui si affrontano questi argomenti: rischio morte.

Torniamo al report, che dice che più alcol bevi più chances hai di vincere un cancro, quindi sarebbe meglio non pubblicizzarne troppo il consumo. Apriti cielo! Molte testate hanno esordito con titoli del genere: “L’Europa vuole vietare vino e birra”, oppure “Vino, produttori in allarme per la proposta di stretta anti-alcool alla UE”.

Nessuno si offenda, ma li trovo solo titoli clickbait, che si inseriscono perfettamente nella marmellata disinformativa del giornalismo versione internet degli ultimi dieci anni (almeno). Titoli che parlano alla pancia dell’individuo, parole messe insieme non per informare, non per sintetizzare la notizia, solo per generare una reazione (il più delle volte l’indignazione e la rabbia). Poi uno l’articolo lo apre anche e, prevedibilmente, non trova i toni apocalittici del titolo; trova la notizia così come è, senza poteri occulti che vogliono la nostra forzata sobrietà oppure orde di islamici che si fanno beffe di noi, miseri occidentali costretti a pasteggiare solo a cedrata Tassoni.

Io non sono un giornalista, non è il mio mestiere e non so come si faccia, ma come utente so che un’informazione del genere è sbagliata; peggio ancora: è dannosa. Glisso sui commenti beceri letti su Facebook a questa notizia, come sul mio commento riguardo queste persone (ricordiamo che il 59% degli utenti di Facebook ha tra i 25 e i 54 anni: tecnicamente, hanno tutti potuto frequentare le scuole. Hanno ricevuto una decente istruzione e possiedono gli strumenti per far funzionare il cervello, non solo la pancia. Che si adoperino), ma è sintomatico del modo in cui le notizie vengono date.

 

Io che (sbagliando clamorosamente) leggo i commenti

Concludo con il mio personale commento alla notizia: “ “.

Se l’UE stabilisce che non esiste soglia sicura per il consumo di alcol, io sono d’accordo. Non perché amiamo il vino possiamo ignorare che l’alcol contenuto, per poco che sia, non faccia male. Ci fa piacere considerarci quelli che venerano la bevanda più nobile, il sangue di Gesù, ecc., ma ciò non elimina la quota di alcol in esso contenuta e le sue possibili malefatte. Io amo il vino ma odio profondamente l’alcol: conosco i danni che fa. 

Detto questo, sono consapevole che tutto un comparto potrebbe avere una flessione economica negativa se questo rapporto avesse seguito legislativo, e ciò coinvolge tanto noi quanto i nostri cuginetti francesi, i tedeschi e chiunque abbia una vigna. Certo che ciò non è positivo, ma avrà comunque più peso la salute generale che non gli introiti aziendali (altrimenti cosa dovrebbe dire l’industria del tabacco? E anche le sigarette facevano parte della nostra cultura, anche se mi riesce difficile accostare le parole ‘cultura’ e ‘fumo’, ma quello è un problema mio).

Inoltre, il vino è radicato nella nostra cultura da millenni: non sarà certo un’avvertenza su un’etichetta a farci smettere di bere il classico bicchiere a pasto, o sbaglio? Potranno aumentare i prezzi di un tot, vorrà dire che direzioneremo con più attenzione i nostri soldi. Quelli che hanno sempre comprato il boccione da 5 litri di Castelli Romani DOC Bianco (dal colore quasi verde, altro che bianco…) e ci annaffiavano le cene a colpi di un litro alla volta, magari finiranno col bere mezza bottiglia al giorno (che sempre 3 bicchieri sono, eh) ma spendendoci qualche euro di più, cercando la bottiglia più soddisfacente. Pensate, magari assisteremo al drastico calo di quei boccioni da 5 litri; magari le aziende penseranno “devo rientrare di quegli introiti: facciamo che produciamo meno ettolitri, facciamo un vino più che decente e lo vendiamo a un tantino di più”. 

Ok, sto sognando, ma sono uno di quelli che spera sempre che alla fine il Titanic lo schivi quell’iceberg traditore. E, per inciso, Jack su quella maledetta porta poteva starci.

Failure management, o “come scrivi che il vino assaggiato è una ciofeca?”

 Come gestire un assaggio andato male? Come gestirlo se si scrive, e se i propri scritti non vengono gelosamente tenuti sotto chiave (USB) ma diffusi a mezzo social? Che fare, infine, nominare vino e produttore? O tenerlo candidamente celato?

L’antefatto: stappo un bel rosso, annata 2013, un Chianti Classico Riserva che può reggere alla grande gli 8 anni sulle spalle. Verso nel calice, rosso rubino tendente al granato. Tutto nella norma. Naso: sentore fungino, sottobosco, poi ciliegie sotto spirito, humus, lieve nota di peperoncino, cuoio, liquirizia. Ok, siamo ancora in carreggiata, nessuna avvisaglia di pericolo. 

Lo assaggio. Diamine! Ma quanto diavolo è amaro? No no no, aspetta: cioè questo parte amaro, prosegue amaro e ci finisce pure amaro?! È amaro come una cattiveria. A-ma-ro. Tannino ce ne è, freschezza hai voglia, sapore moderato, ammesso di riuscire percepirlo in mezzo a tutto questo fiele (ve l’ho già detto che ‘sto vino è amaro?), ma scema anche di corsa per un vino di questo calibro, lasciando in bocca un sapore erbaceo e di mela rossa neanche troppo matura. Oltre all’amaro.

Va bene, reazione iniziale comprensibile anche se poco politically correct. Poi penso: “lascio il calice all’aria. Ma sì, magari ha bisogno solo di respirare un pochetto. Forse con un po’ d’aria si riprende. Si riscatta. Me lo immagino che si toglie questo mantello polveroso e ci regala suggestioni impressioniste. Ecco, ci riprovo, va. Anche una bella rotazione del calice, magari lo aiuta. Pure due. Ma sì, facciamogli proprio una centrifuga, che gli fa, tutta salute. Vedi che al naso è più aperto ora; magari al sorso, che ne sai, quasi quasi… Eh no, maledizione! E ‘sto vino fa veramente schifo, è imbevibile!”. Fine della scena, con il contenuto di calice e bottiglia che va a controllare come stiano messe le tubazioni domestiche, accompagnato da parole mai udite in una pagoda buddhista.

 


Esposta la nuda cronaca, possiamo proseguire con le riflessioni. La prima indagine è verso la bottiglia. Potremmo metterne in dubbio la conservazione, ma un difetto gustativo del genere ha poco a che vedere con la conservazione del vino, e ce ne saremmo accorti già al naso.

Si può pensare ad una vinificazione riuscita male, qualcosa sarà andato storto in cantina. Ok, è quello che ho pensato io in effetti. Ma mettiamo che voi siete un produttore, vi viene male un vino e che fate, lo vendete lo stesso? Mica sarete scemi. Oltretutto questo vino si è beccato pure una medaglietta da Decanter: non che sia per forza un attestato di indubbia qualità, ma avrebbero mai potuto quelli dare un premio ad un estratto di artemisia? 

Allora il problema è nella mia bocca? Beh, no. L’apparato orofaringeo funziona egregiamente. Ma per mettermi in dubbio l’ho fatto anche assaggiare a mia moglie, senza anticiparle niente: è ancora lì che cerca di riaprire gli occhi dallo schifo. Due su due comincia ad essere un campione rappresentativo.

Non so davvero cosa altro pensare. Mancherebbe solo il tappo fra gli indagati; tuttavia non so se esso, oltre a regalare al vino quel traditore del TCA, sia in grado anche di tramutare il vino in cicuta. 

 

In conclusione, il dubbio finale: lo dico o non lo dico di quale vino si tratta? 

No. Non lo dico. Non è il caso. 

Questo è stato un assaggio di una singola bottiglia comprata in enoteca. Se volessi abbozzare un’indagine dovrei recuperare lo stesso vino da diversi distributori, aprire le bottiglie in contemporanea e confrontare l’esito degli assaggi. Solo allora avrei abbastanza dati per poter dire “il vino X è buono ed era la mia bottiglia ad essere sfigata, vai a capire il perché”; oppure “a seguito di tot assaggi possiamo dire che il vino Y non è buono, e voi non dovreste nemmeno toccare la bottiglia sullo scaffale”. 

Un pretestuoso ‘diritto di dire la propria opinione’ sui social può essere un motivo allettante per fare comunque nomi e cognomi: la critica negativa porta sempre ad una maggiore visibilità e maggiori interazioni. Ma è utile? No, non lo è; non nei termini di un assaggio singolo. Prima di dire che un’azienda vende vini imbevibili e difettati bisogna esserne più che certi. Neanche tanto per paura degli avvocati, semplicemente per rispetto. Per cui niente gogna mediatica, avrete solo le impressioni personali di un assaggio che mi ha lasciato con… l’amaro in bocca.

[ba-dum tiss]

Travaglini – Gattinara DOCG 2016

Ci risiamo. Candidamente ammetto che l’intento era farlo dormire in cantina per almeno un lustro. Invece, vuoi la curiosità, vuoi il braccino corto che impedisce di spendere soldi per altre bottiglie di vino, che insomma la cantinetta è anche piena, sì però è piena di vini che vorrei far maturare, sì però oggi ci siamo domani chi lo sa… insomma, vuoi per questi motivi, un velo di malinconia novembrina da lavare via, e si finisce ad aprire anzitempo una delle due bottiglie di Gattinara di Travaglini (l’altra speriamo riesca a campare di più).

Bottiglia celebre, surrealista, ideata dal fondatore Giancarlo Travaglini. Comoda nella presa, arreda bene la tavola, non molto pratica invero nella torsione anti-goccia del polso (nota: l’autore ha sì un diploma da sommelier, ma riesce nella titanica impresa di far cadere gocciole vinose anche a bottiglia ferma in verticale. Che dire, il talento non si sceglie). 

Gattinara è un paesucolo lontano dalla ribalta delle Langhe; sta su una collina alla destra della Sesia, e l’omonima DOCG è il ‘numero 10’ di quella macroarea definita Alto Piemonte. Qui il nebbiolo (localmente chiamato spanna) indossa altri abiti, meno chic rispetto alle Langhe ma indubbiamente di alta sartoria. Una diaspora svuotò le campagne alla metà dello scorso secolo (lo abbiamo visto parlando del Boca [LINK] e del Lessona [LINK]), con i contadini mutati in cittadini salariati. La fama del Gattinara non bastava per tutti a colmare pance e portafogli. Una fama certificata, fra i tanti, dalle parole di due cultori (chiamarli ‘scrittori’ è riduttivo) come Paolo Monelli e Mario Soldati. Uno scrisse “[…] il Gattinara, vino compatto, profumato, di gioioso colore, di severi propositi”; l’altro diede alle stampe qualcosa di irraggiungibile: “Ha un colore limpidissimo: rosso marroncino, che tira al giallo: ma quando ce ne resta soltanto una goccia in fondo al bicchiere, e lo guardi contro il bianco della tovaglia, ha il colore rosa scuro, rosa oro, rosa antico; la luminosità, a notte, dei portici di Gattinara. […] Un sorso, a fior di labbro, sulla punta delle labbra. Isolarsi, intanto, concentrarsi, restare immobili, lasciare che il sapore salga al cervello, lo spirito si faccia spirito e si possa, tranquillamente, pensarlo. […] Un sorso di Gattinara. Purché vero, s’intende. Non chiedo di più”. Meglio di così è difficile fare.

 


Travaglini detiene praticamente la metà del vigneto gattinarese (52 ha aziendali), imbottigliando vino dal 1958. Per il Gattinara di Travaglini la spanna, cresciuta su suoli di porfido vulcanico e ricchi di ferro, viene fatta fermentare in acciaio per poi farsi un sonno di circa 3 anni in botte grande e di 3 mesi in bottiglia. 

Nel calice la 2016 è un rubino vero e proprio, un magnifico vetro rosso. Al naso un profumo dalla moderata intensità, di frutti di bosco rossi su cui svetta il lampone, aroma di geranio, ruggine, cardamomo e vaniglia, tabacco da sigaro.

In bocca il Gattinara 2016 è ancora bizzoso, con le durezze in evidenza: tannino e freschezza dettano legge, particolarmente la massima sensazione di astringenza la si prova sul retro del palato e della lingua. Il sapore del sorso sfuma con un ciccinino di fretta in più rispetto le mie aspettative, che ricordiamo sono irrilevanti. Credo che prima dei 10 anni dalla vendemmia questo vino non debba essere aperto, è il terzo assaggio a consigliarmi questa tempistica: i tannini hanno bisogno di morigerarsi e un po’ di evoluzione non può che giovare al sapore. Detto ciò, se lo trovaste al supermercato mettete pure una bottiglia nel carrello (sì, è uno dei pochi vini che potete trovare negli scaffali tra i sottaceti e le farine di cui consiglio l’acquisto).

Scala - Cirò Rosso Classico Superiore DOC 2018

Che poi uno non vorrebbe fare classifiche, confronti tra vini di diverse regioni. Che poi però ci caschiamo tutti e, assaggiato un vino, è un attimo a cercare il paragone, la comparazione per valori ‘assoluti’, così da trovare il ‘vincitore’ e l’eventuale distacco dei ‘contendenti’. Ci vorrebbe mezzo secondo a sentenziare che il Cirò è il Barolo/Brunello/Richebourg della Calabria, che il gaglioppo di quella terra è il suo nebbiolo/sangiovese/pinot noir. Ne sarei tentato, quello delle somiglianze è un gioco divertente, ma non è cosa. 

Lasciamo stare i paragoni insensati e prendiamolo da solo: il Cirò è un vino di tutto rispetto, soprattutto se proveniente da gaglioppo in purezza, barattando un po’ di intensità cromatica con anni di vita a schiena dritta. E mai come negli ultimi anni questa DOC si sta facendo largo fra gli scaffali delle enoteche. 

In zona è in corso da ormai una decina di anni la cosiddetta Cirò Revolution: diversi produttori si sono accordati sull’idea di Cirò rosso (e rosato, il vero traino della denominazione), in risposta al nuovo disciplinare che consente tagli anche con merlot e cabernet sauvignon. Uno il dettame principale, come gli dèi del luogo hanno sempre comandato: “per cortesia, usate solo il gaglioppo. Fidatevi che vi conviene. Sì, Sì, il colore scarico e tutto, ma date retta che va bene”.

 


In effetti il Cirò Classico Superiore 2018 di Scala (100% gaglioppo, solo cemento per un paio di anni) è bello scarico al colore, un rosso rubino trasparente bordato di granato. Tempo addietro un colore scarico e una texture trasparente pare non rendessero l’idea di vino di qualità all’omino della strada. Sarà che sono stato ‘battezzato’ in epoca recente, ma a me un colore del genere dice solo “c’ho pochi antociani, che ce posso fa’?”.

E bisogna fidarsi di questo vino debolmente tinto, perché è al naso che i cavalli di quest’uva gaglioppano (questa era davvero tremenda): spezie e frutta, terra e cenere, e tante belle cosine. Tra i mille sentori svettano amarene e chinotto (agrume, non bibita), foglie secche e humus, rabarbaro, cannella e cardamomo, note affumicate e di macchia mediterranea, chiusura di caffè in polvere. Il profumo invita all’annusata reiterata, con qualche sfumatura diversa colta ad ogni respiro.

Per chi fosse intimorito dal colore, per chi avesse avuto paura di trovare nella bordura granata tracce di mortalità, bevesse un sorso di questo Cirò: freschezza, parecchia; tannino, generoso. Il sorso è giovane e vitale (avrei voluto dire ‘imbizzarrito’, ma restavamo su un tema equino già sfidato prima), con una bella intensità e lunga persistenza. Soprattutto, è imbarazzante la facilità con cui questo Cirò si fa bere, anche a discapito dei 14% di alcol. 

Menzione d’onore per l’etichetta retro. Io la trovo bellissima poiché assurda e fuori contesto. La grafica rimanda agli anni ’60, a scatoloni di detersivo in polvere. Mai pensereste sia l’etichetta di un vino. E qui è il bello, la sfida alla logica e alle tradizioni, che vogliono etichette di vino sobrie, con caratteri sottili, con raffigurazioni stilizzate di casali contadini, di filari collinari, di stemmi nobiliari. Che poi, molto francamente, i rimandi all’araldica ci avrebbero anche smerigliato le… sinapsi.

04/10/2021, lezione numero uno

 

Oggi non si scrive di vini assaggiati. Oggi questa porzione di internet verrà utilizzata a mo’ di diario. Perché? Perché è successa una cosa molto bella, una cosa che vorrò ricordare. E dato che la mia memoria è a guisa di Emmenthal, con lacune sparse qua e là (ricordo tutte le battute di Pulp Fiction, ma provate a chiedermi cosa abbia fatto tre ore fa e vi si materializzerà davanti un lemure), questo post mi aiuterà a ricordare quando sarò vecchio e caduco.

Secca secca? Lunedì 04/10/2021 ho tenuto la mia prima lezione a tema vinicolo, la quarta lezione del ciclo di cinque appuntamenti del Corso di avvicinamento al vino organizzato dalla Vineria Bonelli di Via delle Cave 138/140, Roma. Quattordici persone sono state a sentirmi pontificare ed ironizzare (quando se scherza bisogna esse seri) sul servizio del vino ideale in casa propria, di quali calici usare e perché, dell’importanza della temperatura di servizio, ecc.

Ed è stato splendido. Intimorente e splendido. 

 

Confesso che quando iniziai il corso sommelier non ero certo su cosa fare dopo il diploma. Dopo qualche lezione ecco la risposta: poterne scrivere e poter insegnare. Provare a trasferire, a trasmettere questa mia passione anche ad altri. Ok, questo è il desiderio: ce la facciamo a fare l’una e/o l’altra cosa? Beh, non è facile. Serve dedizione, ed avere un imprescindibile lavoro a stipendio fisso intralcia un po’ il percorso (signori, più che ‘l dolor poté ‘l digiuno). Inoltre, non credo di essere mai stato sullo scouting report delle principali testate editoriali vinicole (che Iddio le perdoni). “Pazienza” mi son detto, “io continuo a scrivere e studiare”.

 Il film potrebbe finire qui, se non si affacciasse sul proscenio la deuteragonista, docente delle altre quattro lezioni, che un giorno mi chiede se fossi stato disponibile a mettere i miei talenti al servizio della causa enoica. La mia risposta è stata più o meno: “sicura di non aver sbagliato numero?”. Oh, era sicura: ho accettato saltellando. Così arriviamo al 04/10/2021, e a quello che i miei occhi vedevano prima di cominciare. E che bella sensazione.

 


Ma perché, in definitiva, ne sto scrivendo qui ed ora? Innanzitutto perché è successa una cosa bella, che mi ha reso felice; una cosa che da tempo fantasticavo di poter fare (un Daruma mi è testimone) e che ho avuto l’opportunità di fare. Be’, mi dà gioia poterlo condividere.

Altra cosa che mi dà gioia, e che questo spazio mi permette, è dare il giusto credito alle persone che hanno avuto fiducia in me. Fiducia. È una parola apparentemente innocua, ma dietro c’è un oceano pauroso. Amo dare il giusto peso alle parole, cerco sempre di selezionarle per bene, senza esagerazioni; ‘fiducia’ ha un peso enorme, come un blocco di marmo. Significa che qualcuno ha pensato, magari rischiando qualcosa, “vai tu, fai tu. Andrai bene”. Io ne sono consapevole, è merce rara la fiducia. 

È per questo che non mi basta averlo detto loro a parole, devo mettere nero su bianco la mia gratitudine. Verso Marco, per avermi accolto e permesso di tenere la mia prima lezione nella sua vineria. Ma soprattutto verso Sara, per tante cose: per le lezioni al corso; per l’inoculo del pensiero di voler chiacchierare di vino; per questo regalo grande, la mia prima lezione enoica; soprattutto per la fiducia incondizionata: dai, non ha mai sentito questo cristiano conferire di vino davanti ad una platea di bipedi; sa solo che al corso si impegnava e che scrive ben… decentem… sa solo che scrive. Ciò non le ha impedito di pensare “vai, che andrai bene”, senza alcun “però” a corredo. Capite la potenza di un gesto simile? Io sì. Per cui, per l’ennesima (e non garantisco ultima) volta: Sara, grazie.

 

P.S.: la lezione è andata uno schifo. 

 

 

Scherzo. 

 

[ba-dum tss]