Rocca di Montegrossi – Toscana IGT “Geremia” 2015

 

Abitiamo un tempo per cui parlare di un bordolese di Toscana può essere controproducente. “Ma come, con tutto quel ben di Dio che abbiamo in Italia c’è ancora chi fa tagli bordolesi in Chianti? In barrique?”.

Beh, partiamo dal presupposto che ognuno possa fare il tralcio che vuole. Detto ciò, ci vuole il fegato di affrontare il mercato e le sue mode. Una volta proporre tagli bordolesi poteva rivelarsi il boost di un’azienda vinicola, mentre oggi una proposta simile rischia di fungere più da ganascia.

Io, con tutto il rispetto, me ne frego altamente. Sì, intimamente sorrido più volentieri a un autoctono di livello, un minimo di orgoglio tricolore esiste; ma mettetemi nel calice un vino fatto come Bacco comanda ed avrete la mia gioia, chissenefrega se è autoctono o alloctono. E i due miei buoni amici, Valentina e Fabio, hanno pensato bene di festeggiare il mio invecchiamento anagrafico con il “Geremia” 2015 di Rocca di Montegrossi. Mi vogliono bene, non c’è che dire.

L’azienda, certificata biologica, sorge in Monti in Chianti, frazione di Gaiole in Chianti, dove un tempo sorgeva la vera e propria Rocca di Montegrossi. Non una rocca qualunque delle migliaia sparse sullo stivale, se è vero che Federico II la scelse come una delle sue sedi imperiali. La rocca venne costruita nel VII secolo d.C. dal capostipite della famiglia Ricasoli-Firidolfi, tale Geremia. Della rocca oggi resta solo il ricordo, dato che nel 1570 Carlo V, l’uomo sul cui regno non tramontava mai il sole, vi fece calare la notte sopra riducendola ad un magazzino di prodotti edilizi.

Il terreno nei pressi della rocca però esiste, ed è un gran bel terreno, lo si apprezza nelle foto del sito aziendale: di origine calcarea, a medio impasto e con discreta presenza di scheletro. I 20 ettari di vigneto sono distribuiti tra i 340 e i 510 m s.l.m., con esposizione prevalentemente sud-orientale.

 


L’annata 2015 del Geremia è per l’85% Merlot e per il restante 15% da Cabernet Sauvignon, vendemmiati e fermentati separatamente a circa una settimana l’uno dall’altro. Dopo le fermentazioni la massa viene riunita e messa in affinamento per 24 mesi in barrique (70% della massa) e tonneaux (30%), entrambi di rovere di Allier di primo, secondo, terzo e quarto passaggio. Infine avviene l’imbottigliamento del vino senza filtrazione, cui fa seguito un’altra sosta nelle cantine aziendali per altri 15 mesi.

Scendendo nel calice il vino trasmette una sensazione di seria corposità, e il suo colore è un compatto rosso rubino.

Naso potente, ricchissimo ma non confusionario, molto elegante. La balsamicità è la prima sensazione a colpire, seguita da una notevole speziatura dolce (di cannella e noce moscata) e tanta frutta scura matura ma non ancora in confettura (prugne, more ed amarene). Si fanno notare ulteriori profumi di noce po’ di cocco e vaniglia, di pepe verde, un lievissimo humus e sul finale dell’olfazione emergono del tabacco dolce e cuoio.

In bocca il vino è una bellezza: il sorso è ampio, di gusto intenso, corposo ma non pesante, un tannino carezzevole, una bella spina dorsale e persistenza aromatica decisamente lunga. Un vino molto, molto godibile e dalla beva per nulla impegnativa: la bottiglia è finita in un colpo di tosse (non la migliore delle similitudini, dati i tempi).

 

Franz Haas – Vigneti delle Dolomiti Pinot Nero Rosé IGT 2018

 

Io, generalmente, i consigli degli altri li ascolto con riserva. La maggior parte delle volte è perché chi ti dà un consiglio lo fa distrattamente. Ti dice la prima cosa che gli passa in testa in quel momento, poi adiòs, affari tuoi. Però ci sono persone di cui mi fido, e i loro consigli li accolgo senza domandare i documenti.

Una di queste è la mia docente, Sara Tosti. Le chiedo: “Sara, avrei voglia di rosati”. Lei: “Say no more”. Vado da Marco Bonelli, gentilissimo titolare della Vineria Bonelli (via delle Cave, Roma; passateci, vale la sosta), e le bottiglie sono lì. Fiducioso pago, prendo e porto a casa. Ed eccoci a tu per tu con il Rosè di Franz Haas.

Franz Haas è una delle aziende a tenuta familiare storiche dell’Alto Adige. I 55 ettari aziendali sono dislocati in mezzo alle dolomiti, tra i 250 e i 1150 metri d’altezza. A noi interessano gli ettari dove si coltiva il pinot nero adibito alla rosificazione (roba mia, lasciate fare), che guardano la vallata dall’alto di 750 metri d’altezza. I terreni delle dolomiti sono di origine erosiva: sabbia di porfidi, calcare, un po’ di argilla dove capita. Le uve vengono raccolte, pressate e il mosto fermenta in acciaio. Dato che in acciaio ci si trova bene, il vino ci passa altri 6 mesi, a contatto con i lieviti e svolgendo pure la malolattica, tiè! Poi imbottigliamento, chiusura con tappo a vite (un encomio a Franz Haas) e via per il globo terracqueo.

 


La vulgata popolare vuole i rosati come vini immediati, dell’ultima vendemmia, massimo della penultima. Questo Rosè ha invece ben tre anni sul groppone. Secondo molti sarebbe incanutito, buono giusto per sfumarci l’arista al tegame. E però è strano: se al corrispettivo Pinot Nero vinificato in rosso pronosticate decenni di vita, perché non concedere almeno un lustro al Rosé?

Nel calice si nota il passaggio degli anni, perché da un iniziale rosa cerasuolo si migra all’attuale colore ramato, un ramato brillante.

Pure il naso resta sulle sue per i primi minuti, con lievi sentori fungini e gommosi. Poi il vino respira e salgono i veri profumi del vino, che si districano tra la pietra calcarea e frutti di bosco maturi (fragoline e lamponi), il pepe rosa, il timo e la mandorla tostata, con uno sfumato sottofondo di cerino spento (l’accezione ‘sfumato’ calza a pennello).

La bocca è ancora fresca ma il sorso è dominato dalla sapidità, sensazione che fa da scorta fino alla fine. E la fine arriva dopo molti secondi, portando con sé una residua morbidezza al palato e in chiusura una sensazione ammandorlata ed amaricante. Un rosato che reclama attenzione, che si impone al palato, che ha anche una discreta capacità di invecchiamento. Non li sottovalutate mai, i vini e, soprattutto, i vini rosati.

 

 

 

Produttori del Barbaresco – Barbaresco DOCG 2017

 

Il Barbaresco, uno dei capolavori enologici italiani. Un nome sontuoso, imponente, da condottiero germanico. Tre i comuni in cui è lecito battezzare Barbaresco il vino che vi si produce: Barbaresco, Neive e Treiso, più San Rocco Seno d’Elvio, frazione di Alba. Ha un vicino imponente, il Barolo, praticamente il fratello maggiore che spopola tra le donzelle su cui vorrebbe far colpo nostro Barbie; chiariamo però che si tratta di due fratelli categorizzabili come “bòno” e “bòno assai”, praticamente Liam e Chris Hemsworth: comunque si caschi, si casca gran bene. Terreno di origine Tortoniana, marne di Sant’Agata e parecchia arenaria a rendere il Barbaresco tendenzialmente più ‘facile’ e ‘di pronta beva’ rispetto al Barolo; ma tarate il tutto sulle caratteristiche dell’uva nebbiolo, che di facile non ha mai avuto nulla nella storia.

Per il Barbaresco dobbiamo giungere le mani e fare un inchino al cospetto di un uomo: tal Domizio Cavazza. Questo signore, dalla magnetica allitterazione anagrafica, era certo che in quel territorio potesse venire su un vino paragonabile al già blasonato Barolo (l’avete già pensata “il re dei vini, il vino dei re”?). 

L’uomo non era un langhetto DOC bensì un autoctono modenese, che decise di dedicare la sua vita al vino (mentre io ho scelto chimica… poche volte tutto è chiaro dall’inizio). Dopo gli studi in Francia portò i suoi talenti ad Alba e nel 1881 fondò la Regia Scuola Enologica. A 26 anni; e no, non mi presterò al giochetto “cosa facevi tu a 26 anni?”, voglio conservare una briciola di autostima. 

Dopo dieci anni affidò la Scuola Enologica di Alba ad altre mani, lasciando la teoria per la pratica. Nel 1894 due eventi: il Cavazza acquistò il castello di Barbaresco, con l’obiettivo di mettere le ampie cantine a disposizione della Cantina Sociale di Barbaresco, fondata proprio nel 1894: il secondo evento. 

Successe che i produttori del Barolo si opposero all’’allargamento dei confini’ fino ad est di Alba, la zona attuale del Barbaresco. Immagino che qualche barolista, alle recriminazioni, se ne sia uscito con “se a Barbaresco vogliono fare del vino, fondino una cantina sociale, vinifichino le uve e vediamo quante bottiglie vendono”. Allora il nostro Domizio riunì nove soci viticoltori, con l’obiettivo di produrre vini “di lusso e da pasto” a base di uva nebbiolo locale. Il Barbaresco nasceva ufficialmente e già da subito veniva considerato come vino “di lusso”, da non ritenere secondo al Barolo (in seguito un certo Gaja amplierà il concetto).

Purtroppo tutto ciò che nasce alla fine muore (e daje a ride…): nel 1913 Domizio Cavazza lascia l’esistenza terrena; nel 1920 tocca invece alla Cantina Sociale chiudere i battenti. Ma il seme era ormai piantato e non poteva essere più estirpato: dopo la devastazione della Seconda Guerra Mondiale l’eredità della Cantina Sociale venne ufficialmente raccolta dalla cooperativa Produttori del Barbaresco.

Nata nel 1958 per volontà di Don Fiorino Marengo, che non era un boss di una delle cinque famiglie newyorkesi, ma il parroco di Barbaresco. Don Fiorino radunò 19 viticoltori e fondò la cooperativa “per la qualifica e garanzia del Barbaresco”. Giunta ai giorni nostri, la cooperativa oggi conta su 50 soci per 110 ettari vitati a nebbiolo e circa 500000 bottiglie annue.

 


Passiamo dal generale al particulare, esaminando il Barbaresco 2017 che, guarda caso, è finito nel mio calice. E nel calice il colore è uno scintillante rosso rubino, con una minima concessione al granato appena sul bordo del liquido.

Naso d'impatto, prevalentemente terroso e speziato, su toni cupi, la frutta esce solo dopo qualche momento. Sottobosco, ruggine, chiodo di garofano e noce moscata dettano i tempi. Seguono prugne mature, amarene sotto spirito e mirtilli, violetta, sigaro e cuoio. E se già ora il profumo è di tutto rispetto, immagino cosa possa essere dopo alcuni anni di paziente e fedele attesa.

Bocca leggiadra e di carattere, che non fa mancare la dose di freschezza e tannino auspicata. Dopo le sensazioni iniziali emerge grande ricchezza di sapore, che resiste piacevolmente in bocca per molti secondi. Magari facessero tutte dei vini così le cooperative vinicole…

Antonio Camillo – Toscana IGT Ciliegiolo 2019

 

Il Ciliegiolo di Antonio Camillo comincia ad essere un must per chi si avventuri tra i vini maremmani. Quella zona è perfettamente a metà tra Mar Tirreno e Lago di Bolsena, con suoli che degradano dal vulcanico al sabbioso, all’argilloso. Sono zone in cui il turista ci arriva se ci parte da casa, o se si è perso e ne ha avuto piacere; non è mainstream, non campano solo di turismo, insomma non è il Chianti.

Pur non essendo annoverata nei registri nobiliari del vino italiano, la zona ben si presta a regalare alcoliche bevande tratte dalla fermentazione del succo d’uva. Antonio Camillo ci si è messo di buzzo buono a cercare e recuperare vecchie vigne, magari abbandonate, per vinificare quello che già era piantato lì. Non fantasticava di tagli bordolesi, legittimi tra l’altro (se uno vuole vinificare merlot, perché dovrebbe essere criticato); il concetto di Antonio Camillo era “qui da sempre coltivano ciliegiolo, sull’altro terreno sangiovese, dall’altra parte il procanico. Le uve sono legate al loro territorio, quindi devo rispettarle per avere il miglior vino possibile, che sia anch’esso legato al territorio”. Non a caso ‘Vini di territorio’ è, diciamo, il motto aziendale, anche se definirlo ‘motto’ è assai riduttivo. Il rispetto del territorio fa sì che anche un’uva più modesta come il ciliegiolo possa dare vini con un qualcosa di non banale, di stimolante.

 


Il Ciliegiolo di Camillo nasce da viti di una quarantina di anni di età, che vedono la luce fra i 200 e i 400 metri s.l.m. tra i comuni di Manciano e Capalbio, su terreni prevalentemente argillosi e ricchi di scheletro. Dopo la vendemmia il mosto fermenta in acciaio a contatto con le bucce per un paio di settimane, quindi il vino viene spedito a farsi le ossa per 6 mesi in alloggi di cemento. Altri 3 mesi di riposo in bottiglia e poi si va in giro per enoteche.

Il vino è di uno splendido rosso rubino, molto carico, trasparente. Profumo per nulla banale, piacevolmente sfaccettato, dove la prevedibile marasca è accompagnata da profumi vegetali di sottobosco e foglie bagnate, di liquirizia, pepe rosa e una leggera sfumatura di mentuccia.

Il sorso è succoso e sapido, con un tannino impercettibile. Il sapore è intenso e resta a lungo in bocca, con richiami finali di pepe e marasca. Grande bevibilità, un vino passepartout da tenere sempre caro in cantina.

 

 

 

Tenuta di Valgiano – Colline Lucchesi Rosso DOC “Palistorti di Valgiano” 2017

 

A Valgiano non ci caschi dentro. A Valgiano ci vai perché vuoi andarci. La Tenuta di Valgiano si trova a Capannori, paesone da 45000 anime in provincia di Lucca: non esattamente il primo posto che viene in mente se dicessi “Toscana del vino” (ma neanche il secondo, o il terzo). 

Eppure, lontano dai posti dove i vips investono quattrini solo per il gusto di dire che c’è il loro vino nel calice che tengono in mano (male. Dal bevante. Barbari), lontano da Montalcino e dalla Gallo Nero zone, esiste questa tenuta alle pendici dell’appennino e a 40 km dal Tirreno, da un ventennio interamente devota alla biodinamica, con certificazione Demeter a comprovarlo. L’azienda è stata fondata nel 1993 e oggi è sorretta da Laura Di Collobiano, Moreno Petrini e Saverio Petrilli, con una menzione d’onore per il folle umanoide che cura la loro pagina Instagram, realizzatore di stories che spesso rasentano il nonsense e che sono causa di grande allegria per il sottoscritto (voto: diesci)

I terreni sono un intercalare di alberese (marna altamente calcarea) e arenaria del Macigno Toscano, di origine relativamente recente, pleistocenica (una 55ina di milioni di anni fa; già governava la DC). In questi terreni se ne stanno piantati come dei corazzieri le viti di sangiovese, merlot e syrah che compongono il Palistorti Rosso, il second vin della tenuta.


L’uvaggio del Palistorti Rosso è 70% sangiovese, 20% Merlot e 10% syrah, selezionate tra i vigneti più giovani e le seconde scelte al draft dei vigneti più vecchi (le prime scelte vanno a fare la NBA: il Tenuta di Valgiano). Dopo la fermentazione il 40% della massa sosta in cemento e il 60% alberga in barriques di rovere francese, il tutto per un annetto. Poi le due masse si incontrano nuovamente (“ti vedo cambiato”, “eh, sono stato in baita; ti cambia dentro proprio”) e il vino viene finalmente imbottigliato, per poi una di queste bottiglie finire per essere sbottigliata dal sottoscritto.

Nel calice il vino cade soffice e sicuro di sé (non so come cada un vino insicuro di sé, ma concedetemi la licenza) ammantato di un rosso rubino con un minimo accenno residuo di porpora, un nonnulla.

Il naso ha grande potenza, con un’importante balsamicità, con note di prugne, fragole e ciliegie mature, pepe nero, liquirizia, incenso, glicine e con cenni di sottobosco, grafite e foglia di mirto.

La bocca è corposa e molto pulita, ancora spostata verso le componenti dure del sorso, con freschezza e tannino in evidenza, quest’ultimo di grande qualità. La persistenza è assai duratura, con ritorni aromatici fruttati e pepati.

Un second vin di tutto rispetto, che andava aspettato ancora qualche tempo. Ahimè, come al solito ero assetato.

 

 

Colombera & Garella – Lessona DOC “Pizzaguerra” 2017

 

Il vino di oggi è un esemplare di nobili ed antichissimi natali, che si è visto ridimensionare oltremisura negli ultimi decenni e che solo ora sta rialzando la testa, forte di alcune caratteristiche invidiabili. Due su tutte: territorio e uva protagonista.

Il territorio della DOC è compreso in quella macroarea dal commovente rapporto qualità/prezzo nota come Alto Piemonte, e risponde al nome di Lessona DOC. La zona gode di un clima tra i più miti di tutto l’alto Piemonte, particolarità che le consente di sfoggiare coltivazioni di olivi a fianco dei filari di vite. Il terreno è costituito in prevalenza da sabbie di origine marina e loess con sparuti inserti argillosi, anche questa una sensibile differenza con le altre denominazioni altopiemontesi. 

L’uva è la spanna, altresì detto nebbiolo, che bene conosciamo e a cui vogliamo tanto bene. Il disciplinare del Lessona DOC parte da un minimo di 85% di spanna, ma tutti i migliori vini della zona sono realizzati con spanna in purezza. Questo perché il terreno e un clima più carezzevole consentono al nebbiolo di non venire su ostico e graffiante come in altre zone poco distanti, le quali spesso necessitano dell’aiuto di vespolina, croatina ed uva rara per lisciare il pelo al furente collega.

La prima testimonianza di viticoltura organizzata in zona Lessona risale al 1436 ed è documentata nero su bianco: la vendita della vigna “al Zoppo”. E se vi dicessi che quella vigna ancora esiste? No, non le stesse viti, mica è la foresta dei cedri di Dio in Libano, ma la vigna così denominata è oggi proprietà della famiglia Sella (“ma sono per caso parenti…” Sì, sono i pronipoti di Quintino Sella). Fino alla Seconda guerra mondiale il Lessona godette di ottima fama, messo dietro solo da Barolo, Barbaresco e Gattinara. Il dopoguerra, con la sua bella dote di povertà, e l’industrializzazione diedero una bella mano allo spopolamento dell’alto Piemonte. Le vigne, ahimè, vennero lasciate a duellare con il bosco; pochissimi portarono avanti la tradizione vinicola del Lessona, che si fregiò della DOC nel 1976. Pochissimi? Facciamo due: Sella e Clerico. Uno e due. 

La situazione cominciò a migliorare verso gli anni 2000, con il richiamo della terra che portò a Lessona alcuni volenterosi. Non fantastichiamo troppo: ad oggi si parla di una quindicina di aziende operanti sul territorio per un totale di 18 ettari iscritti alla denominazione su 35 ettari vitati in totale. 

Tra i volenterosi va nominato Carlo Colombera che nel 1992, stufo di rovinarsi la schiena nelle risaie del vercellese, avvia la propria azienda vinicola in zona Bramaterra e, nel 2007, impianta anche un ettaro di spanna a Lessona (il vigneto Pizzaguerra). Dal 2010 l’azienda è curata dal figlio di Carlo, Giacomo Colombera, coetaneo della sua stessa azienda, e da Cristiano Garella, fu enologo presso le Tenute Sella.

 


E affrontiamo dunque questo Lessona, il quale prima di corrermi incontro si è avvalso, dopo la fermentazione, di un paio di anni di affinamento in tonneaux di 2° e 3° passaggio e un periodo, successivo all’assemblaggio, di qualche mese in vasca di cemento, per rilassare le membra prima dell’imbottigliamento.

Il colore nel calice è una luminosa via di mezzo tra un rubino e un granato.

Al naso è carico di sfumature che vanno dal floreale di viola mammola al fruttato (fragoline di bosco e ciliegie appena mature), allo speziato (pepe nero e cannella). C’è la radice di liquirizia, humus, ematicità e sentore di cenere, con un sottofondo balsamico che ricorda il legno di sandalo.

In bocca è secco, con una sensazione amaricante tenue e costante, sensazione che chiede a gran voce un abbinamento mangereccio. Vino fresco, di medio corpo, sapidità discreta e con un tannino dosato perfettamente e di ottima qualità. 

Caratteristica fondamentale è una maledetta bevibilità: questo vino chiede a gran voce un altro sorso, e poi un altro ancora, è sorprendentemente facile finire la bottiglia. E devo ammettere che, per quanto abbiano un fascino magnetico, non è sempre facile bere vini a base nebbiolo. Invece questo Lessona su una tavola apparecchiata si mostra agile ed accattivante come un cucciolo di puma (ma che diavolo di paragone ho appena fatto?).

Volete un accostamento vino-basket? Tanto decido io, ve lo beccate anche se la risposta fosse “no” (che poi come fate a dire no al basket? Che concetto di bellezza avete?). Il Lessona DOC mi ricorda tanto Chris Paul, un playmaker elegante ed efficace come pochi altri. Il buon Chris ha avuto un inizio di carriera da predestinato, prima a New Orleans poi soprattutto a LA, sponda Clippers. Gli anni e la mancanza di titoli NBA hanno deviato la luce dei riflettori dal suo corpicino. Eppure, in ogni squadra dove è successivamente andato, bollato ogni volta come giocatore ormai alla frutta, ha mostrato carattere e regalato cioccolatini liquorosi (leggi “assist”) ai fortunati compagni di squadra. Oggi, a 36 anni, è a Phoenix e sta per andare ai playoff NBA. Phoenix, che mancava la post-season dal 2010, mentre Chris Paul ci soggiorna abitualmente dal 2011. La sintesi di questo parallelismo? Il talento, anche se fuori dalla luce dei riflettori, non scompare; fortunati quelli che, in tempi di ridotta visibilità, ne beneficiano comunque. Come le squadre dove Chris Paul finisce a giocare e come i calici dove finisce un Lessona DOC.




Kornell – Alto Adige Pinot Nero DOC “Marith” 2019

 

Sete. Una gran sete. Il lascito delle recenti festività pasquali ha lasciato come strascico una discreta sete. E sì che non ci siamo fatti parlare dietro con le bottiglie, ci mancherebbe. Però, dopo un po’, il vino importante, ricco, corposo, non viene accolto con la stessa gioia. Per dirlo alla romana: stucca. E ciò che resta è la voglia di bere un bicchiere di vino sì buono, sì sfaccettato, ma più beverino, più amichevole.

Fortuna vuole che un gentil corriere recasse seco un pacco dell’ottima enoteca online atuttovino.it; un pacco contenente il vino in oggetto. Magnifico, grazie ragazzi.

L’Alto Adige è il porto sicuro di chi vuole bere buon vino e senza svenarsi. Preponderante sul mercato è il loro fantastico sistema di cantine sociali, dove l’uva viene pagata ai viticoltori non in base al peso ma in base alla qualità, permettendo la produzione di ottimi vini a prezzi contenuti. Ma non di sole cantine sociali vive il Südtirol, c’è anche chi fa tutto in proprio: pianta le viti, le pota, le vendemmia, pigia l’uva, assiste alla fermentazione, affina, imbottiglia, etichetta, impacchetta, vende e poi si deve anche sentir dire “beato te che lavori nella natura”.

Uno di questi pazienti esseri umani (perché solo se sei paziente puoi fare il vignaiolo) è Florian Brigl, il quale nel 1996 decide di farsi carico della tenuta di famiglia. Ah, nel ’96 Florian aveva 21 anni. Io, a quell’età, vaneggiavo ancora di un possibile incremento di minutaggio (leggasi = entrare in campo per almeno 5 minuti) nella mia squadra di basket nel campionato CSI laziale; Florian assumeva la direzione di una tenuta di 15 ettari. Inizialmente proseguono la loro attività di conferitori, per poi decidere nel 2001 di vinificare ed imbottigliare totalmente in proprio. Nel 2001 Florian ha 26 anni. Vogliamo esser cattivi e continuare il paragone tra me e il buon Florian su base anagrafica? No, ecco, bravi.

 


Il “Marith” è un vino DOC 100% pinot nero, o blauburgunder come viene chiamato in Südtirol. Le uve provengono dai terreni ricchi di porfido della tenuta Kornell, in località Mazzon e Caldaro, a 250 m s.l.m. su pendii esposti ad ovest. La sua lavorazione prevede fermentazione in botte grande ed affinamento per 6 mesi nel medesimo contenitore. 

Il vino nel calice è di un rosso rubino brillante, di colore scarico ma di trasparenza cristallina. 

Appena stappato il naso è un po’ burbero, prevalentemente terroso e con una punta di selvatico. Dategli qualche momento, in fin dei conti l’avete svegliato, ci sta che non abbia voglia di parlare con nessuno. Passano pochi minuti ed è tutta un’altra musica: amarena, fragoline, tanti lamponi, uno splendido sentore di rosa, nota ematica e di pietra focaia, intensa speziatura (pepe rosa, cumino ed anice stellato); verso il finale si percepiscono cenni di liquirizia e di polvere di caffè.

La bocca è prevedibilmente fresca, leggiadra, con un piacevole sentore amaricante bilanciato dal sapore fruttato e leggermente speziato del vino. Buona persistenza, un vino di enorme facilità di beva.