Monte del Frà – Veronese IGT Garganega “Colombara” 2015

Non so il perché, ma a me il nome Garganega ha sempre attratto. Forse perché ispira simpatia, dà già indicazioni sulla regione di provenienza (Garganega è un''interpretazione' dialettale di Grecanico; lo si comprende meglio provando a dirlo con cadenza veneta) ed esprime una certa umiltà contadina che i nomi dei vitigni internazionali non trasmettono. E, fintanto che il vino viene fatto dai contadini, reputo giusto che il nome dell'uva rispecchi più l'essenza di chi lo produce rispetto a chi lo beve. 
La persona da ringraziare per avermi fatto scoprire questo vino è Diego Borghese dell'Enoteca dei Principi, Roma. Sarebbe facile fare lo splendido sui social prendendosi la totale paternità di ogni contenuto; mi dispiace ma sono onesto e se conosco questo vino il merito è del buon Diego. Lo scorso maggio, in una delle sue classiche degustazioni del venerdì (assai rimpiante in questo periodo di clausura), ha proposto questa Garganega in purezza a chiusura di una serata incentrata sulle espressioni di questo vitigno.
Il “Colombara” di Monte del Frà è una Garganega proveniente da un vigneto sito a meno di 5 km dal lago di Garda, viti che hanno oltre i 30 anni di età, terreno di origine morenica con quote calcaree ed argillose. La particolarità di questo vino è tutta nella tecnica produttiva: a piena maturazione i tralci di Garganega vengono recisi e lasciati appesi in vigna. Dopo due settimane il vignaiolo riflette: “sono sicuro di essermi scordato qualcosa”, torna nel campo e raccoglie le uve parzialmente appassite. Vinificazione e maturazione per 6 mesi esclusivamente in acciaio, seguiti da imbottigliamento ed affinamento per almeno 10 mesi prima di finire in giro per il mondo.


Il vino in questione scende solido e sicuro nel calice, colorandolo di un lucentissimo giallo limone. Il naso è caleidoscopico: la caratteristica principale è questa nota fissa di cenere di incenso, quasi di lavanda essiccata, su cui si dipanano le altre note olfattive. Ci sono cenni di mimosa e di camomilla, di zucchero di canna, di ananas, nespola e albicocca, di scorza di limone ('zest' per i più sofisticati), di resina di pino, pan di spagna e miele d'acacia. Un naso assai interessante ed inconsueto. Non capita spesso di rilevare una tale complessità in un vino che non abbia neanche sfiorato il legno. La complessità del vino si ravvisa anche in bocca, dove l'ingresso è anche qui definibile come solido, con freschezza apprezzabile anche dopo 5 anni, con una importante componente di morbidezza al palato e con finale di bocca incentrato sulla sapidità, fugando i dubbi su un'eventuale dolcezza del vino che un naso del genere poteva alimentare; un finale di bocca davvero lungo, un'intensità gustativa da competizione.
Ovviamente la cosa più sbagliata da fare con questo vino è accostarci delle linguine alle vongole: verrebbero uccise una seconda volta, povere vongoline. No, questo vino si esalta al fianco di arrosti e formaggi importanti. Un vino corposo, soddisfacente, saporito e che vi accompagna fuori dall'enoteca ad un prezzo interessantissimo.

Michel Redde et fils – Pouilly Fumé AOC “Petit F…” 2018

Era destino che prima o poi anche in questo blog si sarebbe approdati in Francia. Non si può parlare di vino ignorando i nostri simpatici cuginetti. Possiamo e dobbiamo essere nostri tifosi, difendendo con il giusto livore la nostra avogadresca* varietà vitivinicola. Tuttavia non si può far finta che oltre la Val d’Aosta siano capaci solo a non detergersi adeguatamente le pudenda e a fare smorfie per dire la parola ‘acqua’. Avremo anche piantato noi romani le barbatelle lì giù, ma poi, come è stato per gli argentini con gli inglesi riguardo el fùtbol, a un certo punto i francesi hanno cominciato a fare di testa loro (strano comportamento per i francesi…). Gli argentini nel calcio hanno ringraziato gli inglesi degli insegnamenti, ma poi hanno buttato via il libro di testo e ne hanno scritto uno tutto loro, mostrando al mondo come ‘la nuestra’ fosse un modo assai più bello di prendere a pedate una palla. Allo stesso modo, nei secoli i francesi hanno giocato con le viti e masticato letteralmente i loro terroirs, osservando gli effetti di uva e suolo sul vino. Il loro obiettivo è sempre stato non tanto produrre un alimento, ma ambire ad un’alta qualità, puntare al matrimonio perfetto tra territorio, uva e tecnica di vinificazione. Obiettivo centrato, direi. Da quattro secoli. 
Il vino con cui qui espatriamo per la prima volta è un Pouilly Fumè, celebre AOC della Valle della Loira. Il fiume è noto principalmente per i tanti castelli, che hanno regalato alla regione la nomina fra i Patrimoni dell’umanità UNESCO. Per noi enofili però la Loira si collega automaticamente a Muscadet, Anjou-Saumur, Touraine, Sancerre e, appunto, Pouilly Fumé, tutte AOC poste a ridosso del fiume. Siamo abbastanza alti, 47° parallelo, e il clima è piuttosto rigidino a queste latitudini. Se non che ci pensa la Loira a mitigare l’atmosfera e renderla adatta alla coltivazione della vite (“volano termico” tra 3, 2, 1).
Il Pouilly Fumé è un vino ottenuto esclusivamente da Sauvignon Blanc. La particolarità di questo vino, che si intuisce già nel nome, risiede nel complesso terreno in cui il Sauvignon affonda le radici. Esso è un misto di suolo kimmeridgiano (alternanza di marne a banchi di calcare con fossili di piccole ostriche), di argilla e, molto importante, di ‘Silex’, di selce. Si ritiene che sia proprio quest’ultima componente a donare al vino la tipica nota, appunto, fumé. Dato il suo potere caratterizzante, i vigneron spesso vinificano separatamente le uve provenienti dai terreni a più alta densità di selce (e se li fanno anche pagare cari, ma vagli a dare torto). Particolarità: Sancerre e Pouilly-sur-Loire si guardano in faccia dai due lati della Loira, ma a Sancerre di Silex ce n’è poca o nulla. In 15 km la stessa uva dà vita a due vini totalmente differenti. Una cosa simile esiste anche da noi con Ghemme e Gattinara, due paesi separati dalla Sesia, a distanza percorribile da un aeroplanino di carta, eppure uno poggia su suolo morenico, l’altro su suolo vulcanico. Ma questa è un’altra storia.


Il Pouilly Fumè “Petit F…” di Michel Redde è un assemblaggio di uve Sauvignon Blanc provenienti da tre diverse vigne, di età compresa tra i 10 e i 15 anni. Vendemmiate abbastanza precocemente, per mantenere un discreto saldo di acidità, le uve vengono pigiate e  fermentano a 16-18 °C, quindi il vino matura in acciaio per 3 mesi prima di essere imbottigliato. Un vino che punta tutto su freschezza e immediatezza, come espresso anche dall’azienda, che suggerisce di berlo entro 2/3 anni. Potevo io, umile appassionato, non rispettare il loro volere? No, e infatti l’ho stappato e versato con grande spirito aziendalistico.
Il colore del vino è un giallo paglierino scarico. I profumi sono assai intensi ed accattivanti, con esordi floreali di tiglio e gelsomino, seguiti da mela verde e susina, fragranza di lievito, fieno tagliato e l’attesa nota di pietra focaia. Un momento, niente bosso/foglia di pomodoro/pipì di gatto? Nossignore. Lo stereotipo classico del Sauvignon Blanc non è pervenuto sulla Loira. Vuoi il bosso? Esci in giardino e snasa una siepe. Vuoi la foglia di pomodoro? Prego, scarpe adatte e vai all’orto. Vuoi la pipì di gatto? Annusa una lettiera. 
In bocca il vino scorre lasciando sulla lingua una iniziale sensazione di ‘pseudo-dolcezza’, per poi lasciare i riflettori a questa notevole freschezza. Finale di bocca intenso e lungo, caratterizzato da grande sapidità, con un blando ritorno anche della nota fumé in chiusura. Per essere un Pouilly Fumé di ‘basso profilo’ (viti giovani, non da singola vigna su selce, prezzo per normoabbienti) è stata una bevuta molto più che soddisfacente. 

*Avogadresco: che rimanda al numero di Avogadro (6,022 x 10^23). È un numero grande. Molto grande. Arriverei anche a definirlo, senza tema di smentita, grandissimo.

“Questo vino mi ricorda…”, una questione di comparazione tra vino e cultura personale.

Ho vari problemi. Uno di questi è il limite che è oggettivamente devo porre tra il vino e i miei altri interessi. Tenterò di spiegarmi.
Chiunque scriva di vino attinge alla propria cultura personale, alle proprie altre passioni, per raccontare più profondamente, attraverso paragoni e similitudini, l’esperienza di un assaggio o la storia di una cantina o di un vignaiolo. E ci sono dei mostri che scrivono di vino e che è un vero piacere leggere, poiché forniscono un tale apporto di cultura che alla fine il vino risulta paradossalmente la parte meno stimolante del racconto. Persone che realmente conoscono la storia di Roma o la mitologia greca, il dolce stil novo o l’aeropittura futurista, l’architettura gotica o lanovelle vague. Certo, ci sono anche tanti altri personaggi risibili, che sfruttano il vino per parlare, indirettamente e non, solo di loro stessi, facendo sfoggio non di cultura ma di saccenteria (che bello l’effetto dei social su molti 50/60enni…). Ma di loro non ci occuperemo qui ed ora; magari non mancherà occasione in futuro per scatenare il mio biasimo.


Dunque, ricollegandomi al mio problema, io annovero tra le mie passioni lo sport, la musica, la storia, la chimica (e solo per questo sarei passibile di due anni di carcere ogni volta che entro in un’azienda biodinamica), ma soprattutto la cronaca nera. Ora, ci riuscireste voi a comparare l’assaggio di un vino al massacro compiuto da Rina Fort nel 1946 o al sequestro del giudice Sossi da parte delle BR? Vi immaginate: “questo Mosel Riesling del 1997 ha una così forte connotazione olfattiva di idrocarburi e pietra focaia da ricordare gli scontri avvenuti a Piazza Gioacchino Belli il 12 maggio 1977, quando fu uccisa Giorgiana Masi”. La capite la mia difficoltà? Devo impegnarmi molto per trovare paragoni attraenti e sensati, che io possieda realmente e che non allontanino il lettore (volutamente declinato al singolare). Un parallelo tra un vignaiolo e un campione dello sport è facile (anche se i ‘nobili’ disquisitori guardano con sdegno lo sport accostato al vino), così come accostare vino e musica. Già con la storia si rischia di diventare pesanti, mentre con la chimica il fascino della narrazione crolla del tutto. Con la cronaca nera l’abbinamento è oggettivamente inaccettabile, tipo un vino gustato con un’insalata di carciofi crudi condita con succo di limone. 

E voi avete qualche passione che cozza visibilmente accostandola al vino? Che ne so, una passione per le macchine agricole, la termoidraulica, la riflessologia plantare, il minigolf, le canzoni dei dARI, ecc.

Marchesi Antinori, Castello della Sala – Umbria IGT “Cervaro della Sala” 2015

Ecco, ora non è affatto facile. Non lo è per il calibro del soggetto, per la sua storia, per il nome. Ho davanti a me un vino monumentale, giustamente celebrato nel mondo. Ovvio che mi senta piccino picciò nello scriverne, più o meno come credo si sentì David Frost prima di formulare la prima domanda a Richard Nixon. 


Il “Cervaro della Sala” vede la luce nel 1985, annata pregevole anche in materia di esseri umani. I suoi demiurghi furono Renzo Cotarella e Piero Antinori. Il desiderio era di realizzare un vino bianco italiano, o meglio umbro, sul solco dei grandi bianchi francesi affinati in legno. Scelta vincente quella di affiancare allo Chardonnay un discreto saldo di Grechetto, uva umbra che trasferisce magnificamente il terroir al vino. Caratteristica del Cervaro è l’affinamento di 5 mesi in barrique, con conseguente svolgimento della conversione malolattica. Non è stato il primo bianco italiano a sonnecchiare in barrique (e neanche ve lo dico quale è stato il primo! Ha ha, che lenza!), ma certamente negli anni è emerso come uno dei vini più eleganti ed affascinanti prodotti nello stivale. Ancora oggi, dove il gusto generale è orientato verso una differente tipologia di vino, il Cervaro non cede un millimetro in fatto di fascino e carisma.
Sissignore, è un vino carismatico. Solitamente non antropomorfizzo (si può dire?) i vini. Anzi, se leggo caratteristiche umane associate a dei vini mi viene lo stesso sguardo di quando vedo Celentano recitare in romanesco. Eppure ogni tanto mi capita di percepire qualcosa in un vino che posso ricondurre alla sfera umana. E in questo caso il carisma è tangibile. Molto semplicemente: carismatico è qualcuno che entra in una stanza e fa girare la testa ai presenti, anche non conoscendo chi sia. È la stessa sensazione che ho avvertito al mio primo assaggio del Cervaro: terzo livello del corso sommelier FIS, quinta lezione, argomento: antipasti e salse. Vengono serviti due vini alla cieca, un bianco ed un rosso. Il bianco ha fascino, mi cattura, il naso torna sempre nel bicchiere. A fine lezione si scoprirà essere proprio il Cervaro della Sala 2016. Un assaggio memorabile.
Capirete dunque perché, di fronte a questo Cervaro 2015 trovato in sconto al 50% (!!!), non ho esitato mezzo secondo a mettere mano al portafogli, sorridendo istericamente, tipo Klaus Kinski in “Fitzcarraldo”. Tre giorni e il tappo è stato fatto saltare.


Ed eccolo finalmente, dorato brillante nel calice, che libera a poco a poco un bouquet odoroso fantastico. I sentori d’esordio sono di crosta di pane e di tostatura; seguono vaniglia e burro fresco, nocciola tostata, foglia di coriandolo, fiore di mimosa, melone bianco, mango e pesca gialla. A concludere note di pietra focaia, cenere di incenso e sparuti cenni di erbe aromatiche. Un naso ricchissimo e molto fine, non violento, per nulla eccessivo.
Si andrebbe avanti per ore ad annusarlo, ma grazie al cielo il vino si può anche bere, ed è l’apoteosi: la freschezza non paga pegno ai quasi 5 anni di età, una tenue morbidezza, bella intensità e persistenza misurabile in clessidre, con chiusura sapida ed aroma di bocca elegantissimo. 
Un vino stupendo. Le mie parole poco o nulla aggiungono a quanto già è stato detto o scritto sul Cervaro della Sala. Vorrei avere la padronanza lessicale e la cultura di un Armando Castagno per poterne dire cose più interessanti e sicuramente più competenti. Ma certamente, nessuno ha mai citato David Frost, Richard Nixon e Klaus Kinski parlando del Cervaro. Per ora mi accontento di questo primato.

P.S.: il vino rosso degustato alla lezione del corso sommelier era il Sassicaia 2014. E non l’ho compreso, non ho avuto l’epifania che mi aspettavo. Se qualcuno volesse contribuire a redimermi, accetto volentieri bottiglie di Sassicaia offerte in dono. Ovviamente tutto a scopo didattico eh, ci mancherebbe.

Ca’ Nova - Colline Novaresi Nebbiolo DOC “Bocciolo” 2018

“Dove eravamo rimasti?” si domandava il buon Enzo Tortora. Latito da troppo tempo, lo so, ma ho la giustificazione professore. Questo breve lasso di tempo ha visto gli italiani giustamente privati di molte libertà, a causa di un virulento e tenace figlio di mignotta. In contemporanea io, con immaginabile euforia, portavo a compimento il trasloco dalla vecchia casa alla nuova. Tutto in scatole, poi in macchina, tanti viaggi, varie scale. Ah, nel frattempo il 18 marzo è nata anche mia figlia. Ed è bella come non avrei mai potuto immaginare. E non voglio dilungarmi scrivendo banalità, solo per far leggere quanto sia emozionato e ricolmo di amore, potete intuirlo da soli. Voglio solo dire che, insomma, sono stato piuttosto indaffarato.
La mia sete però è ben lungi dal placarsi e la voglia di parlare di vino è più forte che mai. Così, spinto da questo motivo molto romantico, ancorché risibile per la mia paziente consorte, ho rimpinguato la cantina con 12 nuove bottiglie (grazie Enoteca Trimani per il 20% di sconto e spedizione gratuita). E il primo vino stappato nella nuova magione è stato il Colline Novaresi Nebbiolo DOC “Bocciolo” 2018 di Ca’ Nova.
Nord del Piemonte, zona (a torto) meno blasonata rispetto alle Langhe. Zona più impervia, di montagna, con una grande variabilità geologica, che va dal granito al porfido alle sabbie vulcaniche, terreni molto acidi e ricchi di ferro. Le escursioni termiche sono notevoli, motivo per cui i Nebbioli dell’alto Piemonte sono così straordinariamente profumati. Sono vini che non accarezzano il palato, anzi vi entrano menando fendenti come uno samurai. Il terreno, la temperatura, sono uve che hanno tribolato. Cosa volete, che passino sulla lingua morbidi come cachemire? Sono come Sonny Liston, loro. Se si muovono vanno giù duri. Ed è magnifico. Perché, esulando dall’ aver incrociato un avversario leggendario (nel caso di Liston, Muhammad Ali; nel caso dei Nebbioli dell’alto Piemonte, Barolo e Barbaresco), ma quanto straordinariamente bello era il corpo di Sonny Liston? Una roccia, eppure finemente modellata, levigata ovunque tranne sulla schiena, segnata dalle frustate ricevute da bambino (nostalgia dello schiavismo forse, certo non da parte sua).



Il Nebbiolo delle Colline Novaresi “Bocciolo” di Ca’ Nova è un vino di pronta beva, piuttosto gentile e beverino, sempre tenendo in mente di che uva si parla. Ma ciò non venga letto come sinonimo di semplicità, di bevuta distratta, di passatempo. Il Nebbiolo non può essere mai un passatempo e questo vino non fa eccezione. Leggero, delicato, nel calice è completamente trasparente, un rosso rubino acceso che si intuisce appena mattonato sul bordo.
Il naso è molto affascinante, altro che semplicità e pronta beva. Si colgono sfumature diversissime, che vanno dai fiori rossi al lampone e al ribes; un leggero sottobosco unito a spezie scure, tra le quali dominano liquirizia e pepe nero. Notevoli cenni di cuoio, accompagnati da tenui sentori di mirto, sfalci, tabacco e da intenso ematico. Un naso complesso e attraente. 
In bocca il vino scorre felice, caratterizzato perlopiù da una freschezza invogliante. Non ha persistenza eterna, né grandissima intensità, e lo trovo un pregio. È un vino quotidiano, non deve catturare tutti i neuroni disponibili, deve essere bevuto, non contemplato. Non vuole imporre la propria presenza, eppure la sua assenza verrebbe notata con malinconia. Avercene di vini ‘semplici’ così.


Nifo Sarrapochiello – Falanghina del Sannio DOC Vendemmia Tardiva “Alenta” 2016

Avrei voluto scrivere un incipit in chiave più bizzarra, eppure non riesco a dribblare l’argomento coronavirus (o Covid-19 per i più tecnici). Dal mio ultimo articolo della scorsa settimana la situazione è degenerata e il virus, a guisa di un Carlo V, volge alla maschia colonizzazione del mondo intero. Purtroppo il periodo di crisi si prospetta ancora duraturo e sta mettendo alla prova le tante generazioni che una crisi vera (come, ad esempio, una guerra mondiale, una dittatura, l’intero Paese in macerie, perfino gli anni di piombo e l’austerity degli anni ’70) non l’hanno mai sperimentata. 
Potrebbe stridere, in uno scenario simile, parlare allegramente di vino o altre amenità, ma in qualche modo bisogna custodire porzioni di normalità. Che poi quanto fa piacere quella carezza che a cena ti dà un bicchiere di vino, alla fine di queste belle giornatelle. Un bicchiere eh, regolatevi. Che se esagerate è un attimo che il vino dalle carezze passa a prendervi a schiaffi andanti e tornanti. Proprio per una di queste sere ho aperto la Falanghina del Sannio Vendemmia Tardiva “Alenta” di Nifo Sarrapochiello.
Molto di rado l’avverbio ‘tardi’ ha connotazione positiva. Il più delle volte viene collegato a comportamenti distratti, o magari pigri, comunque non positivi, non costruttivi. Un esempio? Per il Tokaji dobbiamo dire grazie ai turchi, che decisero di guerreggiare con l’Ungheria proprio un quarto d’ora prima che i contadini vendemmiassero. Quando questi poterono tornare (molto tardi) alle loro vigne, trovarono i grappoli tutti belli avvizziti ed ammuffiti. Quei pochi folli che dissero “vabbè, persa per persa io quest’uva la vinifico” si ritrovarono nelle damigiane un vino spaventosamente buono. Ma nulla era stato previsto, tutto era frutto di una casualità dovuta a un ritardo. Ecco, in qualche caso un qualcosa di negativo si può trasformare in qualcosa di enormemente positivo.


L’intuizione di Lorenzo Nifo di vinificare Falanghina da vendemmia tardiva è decisiva. La Falanghina è accomunabile al Grechetto, al Trebbiano Toscano, cioè ad uve ‘poverelle’, uve che non sparano fuochi d’artificio organolettici. Sono lì, tranquille, connotate da ribalda freschezza e da aromi morigerati. Concedere alla Falanghina quel poco di appassimento dà modo di amplificare tali aromi nel vino. Il risultato è un vino sorprendente e molto complesso, splendidamente dorato e brillante, bello ‘ciccioso’ nel calice (i puristi leggano: ‘molto consistente’).
Il profumo, dicevamo, gli aromi: fragore, crepitio (cosa non si fa per dire ‘esplodono nel bicchiere’). Salgono tutti insieme, rapidi come uno Shinkansen: mimosa, camomilla, zenzero e cedro canditi, kumquat, mango, miele, pietra calcarea, tanti semi di coriandolo, tanto zafferano, leggeri sentori di resina e di gomma. Complesso? Ampio? Esagero io con i descrittori? Non saprei, so solo che ad ogni sorso ho ficcato con piacere il mio importante naso nel calice, ritrovandoli tutti, sempre e comunque.
Sorso come ci si aspetterebbe da un aspetto e un naso del genere: pieno, corposo, morbido, molto intenso e  persistente. Il breve passaggio in barrique aiuta la Falanghina nel raggiungimento di questa complessità senza andare a snaturarla. Eleganza e potenza, un vino sorprendente e che viene via dall’enoteca a 15 €. Applausi.

Damiano Ciolli – Olevano Romano Cesanese DOC “Cirsium” 2016

Settimana interessante quella appena trascorsa. Il Coronavirus ha ufficialmente schierato i carrarmatini per la conquista del mondo; in risposta a ciò le persone hanno reagito con criterio, saccheggiando i supermercati e guardandosi l’un l’altro peggio di prima; la vita sociale globale ha subìto una brusca frenata e gli eventi pubblici vengono volta per volta annullati o rinviati (notizia fresca fresca il rinvio del Vinitaly al 14-17 giugno, invece del 19-22 aprile previsto originariamente). In questo periodo funesto si inserisce il mio conseguimento del diploma di Sommelier, grazie al quale il processo di crescita di lunghe piume variopinte sulla zona sacrale del rachide del sottoscritto ha conosciuto un rapido incremento. 
E dunque, per il primo articolo da esperto qualificato del settore (calma, bimbo) ho deciso di rimanere vicino casa, andando a stappare un vino che è il presente e il futuro del Lazio: il Cirsium di Damiano Ciolli, 100% Cesanese da Olevano Romano. Un vino che negli anni ha visto crescere la propria fama, merito della testardaggine di Damiano e della sua compagna ed enologa Letizia Rocchi. Tutto parte attorno al 2000, quando Damiano comincia a lavorare i 6 ettari di famiglia, vitati prevalentemente a Cesanese. E se bisogna faticare, che almeno ne valga la pena: si punta alla qualità, all’eleganza, alla pienezza del gusto. 
I primi tempi sono difficili: sono in pochi a notare questo giovane produttore laziale, proveniente da una zona vinicola nota (all’epoca) per l’abbondanza dei vini e le loro poche pretese. Poi, piano piano, il nome di Damiano Ciolli si fa largo nel mondo del vino, e via via fa da traino all’areale di Olevano Romano e ad una schiera di viticoltori straordinari.
Oggi il Cirsium è un vino di riferimento, con la 2015 che si può fregiare dell’etichetta “Vino Slow” di Slow Food e dei 5 grappoli di Bibenda, primo Cesanese di Olevano a conquistarli. Uve raccolte manualmente e a perfetta maturazione da 1 ettaro di terreno di origine vulcanica a 500 m s.l.m., piantato tutto a Cesanese di Affile  nel 1953 dal nonno di Damiano, Guido. Poi, come si legge dal sito di Damiano Ciolli: “Le uve vengono fermentate in acciaio a temperatura non superiore a 25 °C per preservare gli aromi caratteristici del Cesanese. La macerazione dura circa 15 giorni. Dopodiché il vino viene travasato in botti di rovere francese, dove riposa sui suoi depositi fini per circa 18 mesi. Nel corso dell’affinamento vengono svolti batonnages regolari. Dopo l’imbottigliamento Cirsium affina nella nostra cantina per almeno 2 anni”. Ed è proprio dalla cantina di Damiano che la scorsa estate ho prelevato questo Cirsium 2016. Era tardi ed avevo poco tempo a disposizione, ciò nonostante Damiano è stato comunque gentilissimo ad aprirmi la porta della cantina e a parlarmi del suo Cesanese per qualche minuto. Presto passerò nuovamente a trovarlo, e stavolta mi tratterrò di più, avviso già da ora.


Vino di un rosso rubino vivo quasi trasparente. A livello olfattivo, il profumo del Cirsium non andrebbe valutato appena versato. Ha bisogno di qualche minuto di ossigeno per riprendersi dal parto, per togliersi il suo soprabito spigoloso. Solo allora riesce letteralmente ad esplodere nel calice tutta la sua gamma di profumi: geranio, more ed amarene, ematicità, humus, pepe, balsamicità, mirto e rabarbaro. Altre note che arricchiscono il tutto sono china, liquirizia ed un sentore di grafite. C’è un unico grande filo conduttore per questo Cesanese: la terra. Ogni singola nota riporta a sensazioni di natura, di macchia, di terra vera e propria. È di una coerenza impressionante.
In bocca il vino cattura immediatamente tutte le papille gustative presenti. Freschezza e tannino sono ancora scalpitanti, un elisir di lunga vita; persistenza notevole e chiusura a ricordare la radice di liquirizia. Il Cirsium è un vino che, credo, il buon Mario Soldati avrebbe definito ‘schietto e sincero’ e di cui avrebbe senz’altro fatto scorta.