Ca’ Nova - Colline Novaresi Nebbiolo DOC “Bocciolo” 2018

“Dove eravamo rimasti?” si domandava il buon Enzo Tortora. Latito da troppo tempo, lo so, ma ho la giustificazione professore. Questo breve lasso di tempo ha visto gli italiani giustamente privati di molte libertà, a causa di un virulento e tenace figlio di mignotta. In contemporanea io, con immaginabile euforia, portavo a compimento il trasloco dalla vecchia casa alla nuova. Tutto in scatole, poi in macchina, tanti viaggi, varie scale. Ah, nel frattempo il 18 marzo è nata anche mia figlia. Ed è bella come non avrei mai potuto immaginare. E non voglio dilungarmi scrivendo banalità, solo per far leggere quanto sia emozionato e ricolmo di amore, potete intuirlo da soli. Voglio solo dire che, insomma, sono stato piuttosto indaffarato.
La mia sete però è ben lungi dal placarsi e la voglia di parlare di vino è più forte che mai. Così, spinto da questo motivo molto romantico, ancorché risibile per la mia paziente consorte, ho rimpinguato la cantina con 12 nuove bottiglie (grazie Enoteca Trimani per il 20% di sconto e spedizione gratuita). E il primo vino stappato nella nuova magione è stato il Colline Novaresi Nebbiolo DOC “Bocciolo” 2018 di Ca’ Nova.
Nord del Piemonte, zona (a torto) meno blasonata rispetto alle Langhe. Zona più impervia, di montagna, con una grande variabilità geologica, che va dal granito al porfido alle sabbie vulcaniche, terreni molto acidi e ricchi di ferro. Le escursioni termiche sono notevoli, motivo per cui i Nebbioli dell’alto Piemonte sono così straordinariamente profumati. Sono vini che non accarezzano il palato, anzi vi entrano menando fendenti come uno samurai. Il terreno, la temperatura, sono uve che hanno tribolato. Cosa volete, che passino sulla lingua morbidi come cachemire? Sono come Sonny Liston, loro. Se si muovono vanno giù duri. Ed è magnifico. Perché, esulando dall’ aver incrociato un avversario leggendario (nel caso di Liston, Muhammad Ali; nel caso dei Nebbioli dell’alto Piemonte, Barolo e Barbaresco), ma quanto straordinariamente bello era il corpo di Sonny Liston? Una roccia, eppure finemente modellata, levigata ovunque tranne sulla schiena, segnata dalle frustate ricevute da bambino (nostalgia dello schiavismo forse, certo non da parte sua).



Il Nebbiolo delle Colline Novaresi “Bocciolo” di Ca’ Nova è un vino di pronta beva, piuttosto gentile e beverino, sempre tenendo in mente di che uva si parla. Ma ciò non venga letto come sinonimo di semplicità, di bevuta distratta, di passatempo. Il Nebbiolo non può essere mai un passatempo e questo vino non fa eccezione. Leggero, delicato, nel calice è completamente trasparente, un rosso rubino acceso che si intuisce appena mattonato sul bordo.
Il naso è molto affascinante, altro che semplicità e pronta beva. Si colgono sfumature diversissime, che vanno dai fiori rossi al lampone e al ribes; un leggero sottobosco unito a spezie scure, tra le quali dominano liquirizia e pepe nero. Notevoli cenni di cuoio, accompagnati da tenui sentori di mirto, sfalci, tabacco e da intenso ematico. Un naso complesso e attraente. 
In bocca il vino scorre felice, caratterizzato perlopiù da una freschezza invogliante. Non ha persistenza eterna, né grandissima intensità, e lo trovo un pregio. È un vino quotidiano, non deve catturare tutti i neuroni disponibili, deve essere bevuto, non contemplato. Non vuole imporre la propria presenza, eppure la sua assenza verrebbe notata con malinconia. Avercene di vini ‘semplici’ così.


Nifo Sarrapochiello – Falanghina del Sannio DOC Vendemmia Tardiva “Alenta” 2016

Avrei voluto scrivere un incipit in chiave più bizzarra, eppure non riesco a dribblare l’argomento coronavirus (o Covid-19 per i più tecnici). Dal mio ultimo articolo della scorsa settimana la situazione è degenerata e il virus, a guisa di un Carlo V, volge alla maschia colonizzazione del mondo intero. Purtroppo il periodo di crisi si prospetta ancora duraturo e sta mettendo alla prova le tante generazioni che una crisi vera (come, ad esempio, una guerra mondiale, una dittatura, l’intero Paese in macerie, perfino gli anni di piombo e l’austerity degli anni ’70) non l’hanno mai sperimentata. 
Potrebbe stridere, in uno scenario simile, parlare allegramente di vino o altre amenità, ma in qualche modo bisogna custodire porzioni di normalità. Che poi quanto fa piacere quella carezza che a cena ti dà un bicchiere di vino, alla fine di queste belle giornatelle. Un bicchiere eh, regolatevi. Che se esagerate è un attimo che il vino dalle carezze passa a prendervi a schiaffi andanti e tornanti. Proprio per una di queste sere ho aperto la Falanghina del Sannio Vendemmia Tardiva “Alenta” di Nifo Sarrapochiello.
Molto di rado l’avverbio ‘tardi’ ha connotazione positiva. Il più delle volte viene collegato a comportamenti distratti, o magari pigri, comunque non positivi, non costruttivi. Un esempio? Per il Tokaji dobbiamo dire grazie ai turchi, che decisero di guerreggiare con l’Ungheria proprio un quarto d’ora prima che i contadini vendemmiassero. Quando questi poterono tornare (molto tardi) alle loro vigne, trovarono i grappoli tutti belli avvizziti ed ammuffiti. Quei pochi folli che dissero “vabbè, persa per persa io quest’uva la vinifico” si ritrovarono nelle damigiane un vino spaventosamente buono. Ma nulla era stato previsto, tutto era frutto di una casualità dovuta a un ritardo. Ecco, in qualche caso un qualcosa di negativo si può trasformare in qualcosa di enormemente positivo.


L’intuizione di Lorenzo Nifo di vinificare Falanghina da vendemmia tardiva è decisiva. La Falanghina è accomunabile al Grechetto, al Trebbiano Toscano, cioè ad uve ‘poverelle’, uve che non sparano fuochi d’artificio organolettici. Sono lì, tranquille, connotate da ribalda freschezza e da aromi morigerati. Concedere alla Falanghina quel poco di appassimento dà modo di amplificare tali aromi nel vino. Il risultato è un vino sorprendente e molto complesso, splendidamente dorato e brillante, bello ‘ciccioso’ nel calice (i puristi leggano: ‘molto consistente’).
Il profumo, dicevamo, gli aromi: fragore, crepitio (cosa non si fa per dire ‘esplodono nel bicchiere’). Salgono tutti insieme, rapidi come uno Shinkansen: mimosa, camomilla, zenzero e cedro canditi, kumquat, mango, miele, pietra calcarea, tanti semi di coriandolo, tanto zafferano, leggeri sentori di resina e di gomma. Complesso? Ampio? Esagero io con i descrittori? Non saprei, so solo che ad ogni sorso ho ficcato con piacere il mio importante naso nel calice, ritrovandoli tutti, sempre e comunque.
Sorso come ci si aspetterebbe da un aspetto e un naso del genere: pieno, corposo, morbido, molto intenso e  persistente. Il breve passaggio in barrique aiuta la Falanghina nel raggiungimento di questa complessità senza andare a snaturarla. Eleganza e potenza, un vino sorprendente e che viene via dall’enoteca a 15 €. Applausi.

Damiano Ciolli – Olevano Romano Cesanese DOC “Cirsium” 2016

Settimana interessante quella appena trascorsa. Il Coronavirus ha ufficialmente schierato i carrarmatini per la conquista del mondo; in risposta a ciò le persone hanno reagito con criterio, saccheggiando i supermercati e guardandosi l’un l’altro peggio di prima; la vita sociale globale ha subìto una brusca frenata e gli eventi pubblici vengono volta per volta annullati o rinviati (notizia fresca fresca il rinvio del Vinitaly al 14-17 giugno, invece del 19-22 aprile previsto originariamente). In questo periodo funesto si inserisce il mio conseguimento del diploma di Sommelier, grazie al quale il processo di crescita di lunghe piume variopinte sulla zona sacrale del rachide del sottoscritto ha conosciuto un rapido incremento. 
E dunque, per il primo articolo da esperto qualificato del settore (calma, bimbo) ho deciso di rimanere vicino casa, andando a stappare un vino che è il presente e il futuro del Lazio: il Cirsium di Damiano Ciolli, 100% Cesanese da Olevano Romano. Un vino che negli anni ha visto crescere la propria fama, merito della testardaggine di Damiano e della sua compagna ed enologa Letizia Rocchi. Tutto parte attorno al 2000, quando Damiano comincia a lavorare i 6 ettari di famiglia, vitati prevalentemente a Cesanese. E se bisogna faticare, che almeno ne valga la pena: si punta alla qualità, all’eleganza, alla pienezza del gusto. 
I primi tempi sono difficili: sono in pochi a notare questo giovane produttore laziale, proveniente da una zona vinicola nota (all’epoca) per l’abbondanza dei vini e le loro poche pretese. Poi, piano piano, il nome di Damiano Ciolli si fa largo nel mondo del vino, e via via fa da traino all’areale di Olevano Romano e ad una schiera di viticoltori straordinari.
Oggi il Cirsium è un vino di riferimento, con la 2015 che si può fregiare dell’etichetta “Vino Slow” di Slow Food e dei 5 grappoli di Bibenda, primo Cesanese di Olevano a conquistarli. Uve raccolte manualmente e a perfetta maturazione da 1 ettaro di terreno di origine vulcanica a 500 m s.l.m., piantato tutto a Cesanese di Affile  nel 1953 dal nonno di Damiano, Guido. Poi, come si legge dal sito di Damiano Ciolli: “Le uve vengono fermentate in acciaio a temperatura non superiore a 25 °C per preservare gli aromi caratteristici del Cesanese. La macerazione dura circa 15 giorni. Dopodiché il vino viene travasato in botti di rovere francese, dove riposa sui suoi depositi fini per circa 18 mesi. Nel corso dell’affinamento vengono svolti batonnages regolari. Dopo l’imbottigliamento Cirsium affina nella nostra cantina per almeno 2 anni”. Ed è proprio dalla cantina di Damiano che la scorsa estate ho prelevato questo Cirsium 2016. Era tardi ed avevo poco tempo a disposizione, ciò nonostante Damiano è stato comunque gentilissimo ad aprirmi la porta della cantina e a parlarmi del suo Cesanese per qualche minuto. Presto passerò nuovamente a trovarlo, e stavolta mi tratterrò di più, avviso già da ora.


Vino di un rosso rubino vivo quasi trasparente. A livello olfattivo, il profumo del Cirsium non andrebbe valutato appena versato. Ha bisogno di qualche minuto di ossigeno per riprendersi dal parto, per togliersi il suo soprabito spigoloso. Solo allora riesce letteralmente ad esplodere nel calice tutta la sua gamma di profumi: geranio, more ed amarene, ematicità, humus, pepe, balsamicità, mirto e rabarbaro. Altre note che arricchiscono il tutto sono china, liquirizia ed un sentore di grafite. C’è un unico grande filo conduttore per questo Cesanese: la terra. Ogni singola nota riporta a sensazioni di natura, di macchia, di terra vera e propria. È di una coerenza impressionante.
In bocca il vino cattura immediatamente tutte le papille gustative presenti. Freschezza e tannino sono ancora scalpitanti, un elisir di lunga vita; persistenza notevole e chiusura a ricordare la radice di liquirizia. Il Cirsium è un vino che, credo, il buon Mario Soldati avrebbe definito ‘schietto e sincero’ e di cui avrebbe senz’altro fatto scorta.

Tenute San Leonardo – Vigneti delle Dolomiti IGT “Terre di San Leonardo” 2012

Chi scrive ha avuto, fin da bambino, una sorta di puerile insofferenza per i personaggi famosi, per i nobili, per i ‘top di gamma’. Rivolgevo le mie simpatie sempre verso gli ultimi, i non considerati e tutti coloro che non fossero investiti dal cono di luce della fortuna o della grazia. Una sorta di inconscia fratellanza con i cosiddetti underdog in linguaggio cestistico. Banale esempio, quando guardavo Holly e Benji in tv, il mio preferito era Tom Becker. Lo so, magari vi aspettavate un paragone più elevato; magari un confronto tra Giovanni Fattori e Telemaco Signorini, con il primo che è il più famoso rappresentante dei Macchiaioli a discapito del secondo, i cui dipinti trasmettono una gamma di emozioni (pathos, tormenti, senso di vertigine) che Fattori non riusciva a generare in modo così pieno e violento. E invece vi siete beccati Oliver Hutton e Tom Becker.
Insomma, tutto questo per dichiarare la mia iniziale, istintiva e superficiale sfiducia per tutte le cantine e i vini che fossero ammantati da un’aura nobile o comunque fossero prestigiosi. Pensavo che i prezzi dei monumenti enologici italiani ed esteri fossero inconcepibili, che il vino non dovesse essere un bene di lusso e che un Premier Grand Cru Classè di Bordeaux avrebbe potuto tranquillamente rivaleggiare con il blend di uve ignote de poro nonno (non il contrario). Poi arriva il corso sommelier FIS ed ho l’opportunità di assaggiare tantissimi vini, alcuni dei quali provengono da quel mondo che io guardavo come un inglese guarderebbe un francese mentre recita il Macbeth. Fa parte dell’evoluzione è riconoscere i propri difetti ed elaborare una strategia per eliminarli o, perlomeno, tenerli a freno per mezzo della ragione. E solo frenando i miei istinti infantili ho potuto cominciare ad apprezzare a fondo tali vini, a comprenderli un po’ meglio, a criticarli anche, ma sempre senza pregiudizi. 
Tutto ciò per dire che, di fronte al second vin dei Marchesi Guerrieri Gonzaga, produttori del mitico “San Leonardo”, una volta avrei avuto delle difficoltà nell’approccio e nel riconoscerne l’effettivo valore. Valore che, dopo averlo provato, posso dire essere assolutamente evidente, a fronte di un prezzo da vino quotidiano.


Il “Terre di San Leonardo” nasce sugli stessi terreni del San Leonardo ed utilizza il medesimo blend di uve (Cabernet Sauvignon, Merlot e Carmenère). Resa per ettaro di 70/80 q/Ha, l’80% della massa affinata per 18 mesi in botti di rovere di Slavonia da 60 hl e il restante 20% fa almeno 6 mesi di barrique. L’assemblaggio attende almeno 6 mesi in bottiglia nella cantina della tenuta prima di andare in giro per il mondo.
Vino da consumo piuttosto immediato ma capace anche di invecchiare bene per qualche anno. La mia fortuna è stata trovare in enoteca una 2012, e penso di aver trovato questo vino al suo apice evolutivo. Di un rosso granato pieno, praticamente trasparente nel calice. 
Naso magnifico. Il primo sentore, a calice fermo, è un intenso cioccolato bianco su sottofondo ematico. Poi, ruotandolo, il vino esprime una seducente complessità. Lo so, ho appena fatto un pezzo dove rido della terminologia spinta applicata all’analisi organolettica del vino (e se non lo avete letto, cliccate qui e redimetevi), e appena un articolo dopo mi ritrovo ad usare il termine ‘seducente’? Eppure c’è un motivo: il dizionario Sabatini-Coletti riporta come significato di seducente: “Che attrae in modo particolare, che affascina, alletta”. Bene, il profumo, splendidamente ampio, di questo “Terre di San Leonardo” 2012 attrae, affascina e alletta. Invita costantemente ad annusarlo ancora e ancora, a cogliere tutte le sue sfumature odorose: prugna matura, frutta rossa in confettura, un pot-pourri di fiori, vaniglia, pepe nero, noce moscata, chiodo di garofano, un leggero sottobosco, legno di sandalo, profonda balsamicità, cuoio, caffè e cacao. Nessuna traccia del peperone cabernettiano, tradotto in una moltitudine di spezie da mani capaci.
E se il naso è di questo calibro, le aspettative sul gusto aumentano. E, con mia grande soddisfazione, vengono rispettate alla grande: freschezza ancora percepibile, tannino levigato, gran corpo e chiusura molto lunga su note di cacao amaro. 
A livello di rapporto qualità/prezzo, uno dei migliori vini che abbia bevuto finora. No, mi dispiace per quello che pensavo fino a qualche tempo fa: qui c’è nobiltà, c’è prestigio e c’è, obiettivamente, un grande vino, fatto da persone realmente capaci ed accessibilissimo a tutti. 

De verbis vini.

No, non è il titolo di un’opera di Marco Porcio Catone o un’enciclica di papa Pio IX, quanto una mia placida riflessione sulle parole utilizzate per descrivere il vino. Perché sono consapevole che, agli occhi di una persona normale, l’eloquio descrittivo di noi enofili appare piuttosto bizzarro. E, come disse con veemenza Nanni Moretti, le parole sono importanti. Lo spunto è arrivato direttamente dalla mia grande docente del corso Sommelier FIS, Sara Tosti, via Instagram ieri mattina. 
Io non posso fare altro che ringraziarla, perché mi ha regalato un argomento ampio e assai stimolante, che mi consente di riflettere un po’ sulle parole che usiamo per descrivere il vino, sulla loro effettiva capacità comunicativa verso chi non è un appassionato e, come sempre, sul ridicolo in cui scadono alcuni ‘professionisti del settore’ quando commentano vini con parole epiche e credendoci sul serio.

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Cominciamo dunque con il primo dei sensi che entra in gioco davanti a un calice di vino: la vista. In linea di massima qui tutto sembra procedere regolarmente. Il vino può essere descritto come limpido, brillante o torbido; può essere consistente, denso, viscoso (citofonare ‘Sherry Pedro Ximénez’); se ne può descrivere anche il perlage in maniera intuitiva. E, ovviamente, se ne apprezza il colore, che può andare dal bianco carta al rosso mattone. Qui l’unica nota di colore (ah ah…) riguarda i rosati, dove alcuni spaziano anche oltre le eno-sacre scritture, con risultati rivedibili (ramato, buccia di cipolla, salmone, petalo di rosa Tea, tramonto sul Grande Raccordo Anulare uscita aeroporto di Fiumicino, ecc.).

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Proseguiamo con i descrittori olfattivi, la parte che tanto fa ridere grandi e piccini. Premessa: il vino non è mai solo succo d’uva fermentato. Esso suscita sempre sensazioni particolari, che per facilità di comprensione paragoniamo a cose esperibili da tutti. Il profumo di una pesca, di una rosa o di una scatola di sigari è alla portata di tutti, basta annusare; parlare di tali profumi in un vino significa darne un’idea più ‘concreta’ possibile a qualcuno che stia solo ascoltando o leggendo, magari stuzzicandone la fantasia e creandogli delle aspettative. Ne consegue una precisazione doverosa per gli scettici (come sono e fui): le sensazioni odorose che descriviamo esistono realmente nel vino. Non sono frutto di fantasie lisergiche di gente vestita da pinguino con un bersaglio di metallo al collo: la presenza di molecole ‘odorose’ all’interno dei vini è stata accertata tramite gascromatografia (orgoglio da chimico analitico!) ed ogni vino ha i suoi profumi caratteristici. 
Tutto ok quindi? Non proprio. Perché anche nel campo degli enofili, come in qualsiasi altro ambiente (ma tra gli enofili un po’ di più), ci sono i fenomeni. Quelli che non possono descrivere l’odore di un vino attraverso paragoni elementari. No, loro devono esagerare. Non gli basta dire ‘sottobosco’, devono dire ‘fulgida brina primaverile adagiata su equiseti e muschi che si arrampicano strenui fra terrose radici di larice dell’entroterra ligure’. Capite che, sentendo roba simile, nessuno si sognerebbe mai di approfondire il tema. Né tantomeno di berlo quel vino. Lo scopo di chi racconta il vino è di renderlo attraente, di incuriosire anche il meno interessato. Un po’ di teatro ogni tanto ci può stare per dare vivacità al racconto, ma sempre con l’obbligo di non renderlo mai fine a sé stesso o, peggio, grottesco. Se descrivo un vino parlando di un vasetto appena aperto di confettura di more o di pepe macinato di fresco, e motivo l’esistenza di tali sensazioni, sto informando ed incuriosendo chi mi sente/legge. Se cito il macis grattato su una papaya colta dall’albero due giorni prima e immersa nel latte di cocco trasportata a dorso di mulo in salita, sto solo pavoneggiandomi a tal punto da diventare ridicolo. E amen.

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Interessante è anche la descrizione del gusto del vino. Partiamo dal presupposto fondamentale per il vino: deve essere buono. Ci sono sì i gusti personali, ma alla base di tutto deve esserci la piacevolezza, la voglia di berne un altro sorso. Ogni vino ha una propria struttura e caratteristiche che lo rendono unico. L’esame può rivelarne alcune, come la freschezza o la sapidità, la morbidezza o il calore, l’astringenza o la dolcezza. L’esperienza porta alla loro corretta catalogazione (esempio: all’inizio i rossi sembrano tutti tannici. Poi arriva il Sagrantino e mette una bella bandierina a scacchi sul traguardo del termine ‘tannico’). Anche qui i descrittori sono piuttosto pacifici… nel 99% dei casi. Perché il tannino può essere graffiante, ruvido, sabbioso, vellutato, setoso, verde, ecc. Ah, se un vino bianco è molto fresco come lo definireste? Verticale, è ovvio! Io ogni volta che leggo che un vino è verticale, mi immagino che dal liquido nella bocca si materializzi una lancia di cristallo acuminata che mi trafigga il palato. Immagine truculenta, ma è la mia testa. Abbiate pietà.

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Infine la descrizione globale del vino, il momento dove l’estroso può scatenarsi sul serio. Ad un livello normale qui si definisce se il vino sia di corpo medio o pieno, se le sue caratteristiche organolettiche siano in equilibrio fra loro, se sia piacevole e se possa avere buone prospettive di invecchiamento. Poi, quando il demone dell’estro creativo si impossessa dell’enofilo, la situazione trascende. O si è Sandro Sangiorgi, con quella sconfinata cultura e quella magnifica capacità di linguaggio, oppure il famoso uomo della strada di cui sopra volta le spalle e torna a bere il San Crispino in brick. Dire a un neofita che un vino è austero, materico, fiacco, grasso, opulento, senza un adeguata spiegazione a supporto, non lo aiuta a farsi un’idea più precisa del vino in questione e l’esito è solo il suo allontanamento.
Soprattutto, l’antropomorfizzazione del vino è quanto di più rischioso possa esistere. Dare a un vino caratteristiche umane avvicina al fuoco la miccia della boiata. Perché uno poi deve spiegare, e deve anche essere parecchio convincente, perché mai abbia definito un vino triste, struggente (questo mi fa ammazzare dalle risate ogni volta), tenebroso, languido, ribaldo, fiero, bizzoso, tracotante, ecc. Ma cos’è, dannazione, un vino o un cavalier cortese?
 
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I migliori però li ho lasciati per ultimo: vino maschile e vino femminile. La categorizzazione dei gusti secondo sessualità è qualcosa di veramente vecchio e polveroso, ma c’è chi resiste e persiste nell’uso di questi aggettivi. Viene definito maschio un vino deciso, maleducato, che entra senza chiedere permesso e si impossessa del cavo orale, che impone la sua presenza dominando con vigore tutti gli organi di senso. Uno stronzo, in pratica. Viceversa un vino viene definito femmineo quando è leggero, delicato, magari abboccato o amabile, con tanti fiori, tanta frutta, molta morbidezza. Insomma, la bella addormentata. Vi serve anche la mia opinione o basta l’oggettività della cosa a suggerire che, nel 2020, il paragone di natura sessuale faccia parte di un retaggio culturale a dir poco anacronistico? L’italiano ha una quantità immane di aggettivi, utilizziamo quelli più adatti o evocativi, lasciando da una parte quelli palesemente inutili. 

Questo è il mio pensiero sulle parole del vino, buttato giù di getto e di pancia. L’argomento meriterebbe molto più spazio, sarebbe meritorio anche di un libro a sé. Forse un domani mi ci metterò, magari sfruttando l’aiuto di un vino del genere: “un mare di frutto e di polpa profusi con potenza alcolica sontuosamente massiva. Favoloso il suo equilibrio palatale, con la polpa glicerinosa della sua maestosa uva, che morbida ammanta equilibrando la sua poderosa acida spina e il suo tannino pastoso e tramoso. Limpidissima la livrea olfattiva: frutto inossidato e spezie vanigliosamente suadenti di gran pulizia e calibratissima proporzione. Un vino d'insistenza e persistenza balsamicamente cremosa”. [Luca Maroni, Schenk Italia, Amarone 2016]

Abbazia di Novacella – Alto Adige Valle Isarco DOC Sylvaner 2018

Siccome l’Alto Adige è un posticino che ci garba parecchio, restiamoci. Questa volta saliamo di una cinquantina di km verso nord-est, in Valle Isarco, una delle sottozone della DOC Alto Adige. Valle Isarco vuol dire maggiore altitudine, dunque escursioni termiche pronunciate, dunque una finezza di profumo già discretamente auspicabile per i vini bianchi, che qui dominano la vallata. I vigneti dell’abbazia di Novacella si trovano tra i 600 e i 900 metri s.l.m., ben saldi nel terreno ciottoloso e sabbioso di origine morenica. L’abbazia, fondata nel 1142, produce vini praticamente da quell’epoca. E non bisogna mai dimenticare di ringraziare i monaci che mille anni fa, in tempi cupi per il vino, preservarono le vigne e studiarono come farle rendere al meglio, facendo in modo che oggi possiamo godere di quest’intruglio che ci piace tanto.
Del Sylvaner dell’abbazia di Novacella ne parlò anche Mario Soldati nel suo secondo viaggio nell’Italia del vino, trovandolo “di color giallo chiaro tendente al verdolino, leggero, secco, armonico, lievemente profumato, lievemente acidulo, lievemente frizzantino”. Lui, bontà sua, poté assaggiarlo direttamente spillato da una botte; io ho dovuto accontentarmi di una rapida incursione in enoteca.



La discesa nel calice del vino è piuttosto consistente, indicazione per nulla celata che il vino ha una discreta corposità. Nel calice si presenta di un bel giallo paglierino vivo. Il naso spoilera l’origine del vino, anche se venisse degustato alla cieca difficilmente si potrebbe dubitare della provenienza altoatesina. Il profumo è molto fine, spazia dai fiori (gelsomino, sambuco, ginestra) alla frutta matura (mela, pera, pesca e melone invernale), ad un accenno di resina, mineralità calcarea e leggera fragranza di lievito. La bocca è in linea con le aspettative: molto fresca, con sensibile caratterizzazione sapida, che non lesina sulla morbidezza e di lunga persistenza con ritorni agrumati. La frutta matura, la morbidezza e il corpo del vino sono anche donati dall’utilizzo di botti di acacia da 50 hl per la fermentazione ed affinamento del 25% della massa. Ciò permette di dare al vino una sorta di dimensione ulteriore, una ‘tridimensionalità’ che porta in dote una maggiore complessità rispetto al classico vino alpino tutto leggerezza e verticalità. E a noi di The Catcher in The Wine (quindi io soltanto) tutto ciò è piaciuto molto.

St. Michael-Eppan – Alto Adige DOC Pinot Bianco “Schulthauser” 2017

Voglio mettere in difficoltà un po’ di persone. Leggete con me: The Catcher in the Wine presenta il Südtirol DOC Weißburgunder “Schulthauser” di St. Michael-Eppan. E l’arcivescovo di Costantinopoli non sembra più una faccenda ardua. Il caso ha voluto che dietro i nomi più ostici (per noi) si nascondessero dei tesori magnifici. Questa potrebbe già essere un’ottima sintesi dei vini altoatesini, non ce ne è uno che non sia di livello.
Gli altoatesini sono una popolazione che ne ha passate tante. Centinaia di anni di impero austroungarico e poi, in meno di un secolo: “congratulazioni, ora siete italiani” dopo la prima guerra mondiale, senza averlo chiesto; poi “ok, siete italiani, quindi basta con ‘sta storia del tedesco”; poi, a seconda guerra mondiale finita “ok, potete anche parlare tedesco. Ma non tanto, siete pur sempre italiani”. Insomma, non la sequenza di azioni ideale per accogliere qualcuno che fino all’altro ieri non ci pensava neanche ad essere italiano. Fortunatamente il tempo aggiusta le cose, le generazioni passano ed oggi per fortuna ci vogliamo bene gli uni con gli altri.
Però che i sudtirolesi abbiano una testa tutta loro è un dato di fatto. Una prova? Le loro cantine. Raccolgono decine e decine di soci conferitori da ogni vallata, eppure è difficilissimo trovare un vino, anche tra quelli base, che non sia qualitativamente ineccepibile. Una serietà ed una meticolosità nel lavoro in vigna e in cantina rare da trovare altrove, unite ad un magnifico rapporto qualità/prezzo. 


“Schulthauser” è un Pinot Bianco coltivato nella zona di Schulthaus, sopra Appiano, tra i 540 e i 620 metri. La particolarità di questo vino è che il 15% della massa fermenta in botti di legno e fa malolattica, venendo poi unita al restante 85% a febbraio. Il risultato è un vino sì fruttato e fresco, ma ingentilito da note più mature, dove è la sapidità a fare la parte del leone.
Nel calice il colore è un paglierino tenue, che non crea sospetti riguardo il passaggio in legno. Il naso invece qualche indizio comincia a darlo. Non subito, la partenza è su toni freschi di mela e tiglio. Toni che entro breve diventano più complessi, con una pera, un’albicocca, gelsomino, scorza di limone. Si percepiscono bene note di crosta di pane, una decisa sensazione salina e poi, verso la fine, si apprezzano le note donate dalla botte: nocciola tostata, una leggera foglia di coriandolo e speziatura delicata di noce moscata. Una gran bella complessità.
In bocca il vino entra leggero ma deciso, l’intensità gustativa è notevole, così come lo è la sapidità, caratteristica peculiare di questo vino. Aumentando la temperatura di pochi gradi, se ne percepisce meglio la morbidezza, che equilibra perfettamente il sorso. Persistenza notevole e finale piacevolmente ammandorlato. Pur non essendo un vino base della cantina, il rapporto qualità/prezzo è da bocca spalancata ed applauso convinto.