Lo scandalo del vino al metanolo – parte III; le conseguenze

 

Prima parte

Seconda parte

 

Scandagliata la storia dello scandalo nelle scorse puntate, qui siamo alla parte riflessiva: cosa ci ha lasciato in eredità questo scandalo?

 

Credo che non si possa non partire dalla prima e più grave delle sue conseguenze: 23 persone sono morte, un numero assai maggiore di persone sono state gravemente lesionate. Ecco, credo si debba sempre partire da questi dati se si parla di questo evento; da queste persone, che non vanno mai dimenticate. Lo dico perché spesso ho sentito citare con leggerezza questa tragedia, anche sottolineandone gli involontari risvolti positivi. Può darsi, ma va sempre premesso che a causa di esso 23 persone non ci sono più.

 

Un altro aspetto, che io stesso sottovalutavo ma su cui ho potuto riflettere grazie ad una recente discussione su Facebook: molti onesti piccoli vignaioli non hanno più lavorato per colpa del metanolo. Il vino lo facevano, ma non lo riuscivano più a vendere. Pensateci: siete in Piemonte ed è il 1987; andreste a cuor leggero a comprare una Barbera sfusa dal vignaiolo di turno? 

Per gli anni a venire il vino è stato venduto col contagocce, un intero comparto si è trovato d’improvviso senza entrate. Gente finita sul lastrico per colpa di un gruppetto di criminali che si credevano furbi. Un altro aspetto di questa tragedia oggi ignorato ma che ha avuto un impatto potente su tante famiglie.

 

Veniamo a quello che si sente dire più spesso dell’eredità del vino al metanolo: ha fatto bene al vino italiano, ha costretto a produrre vino di qualità.

Dunque, innanzitutto il vino di qualità non nasce nel 1986, ma ha radici ben più profonde. Certo, nella cultura contadina italiana il vino era un alimento aggiuntivo, grazie al potere calorico dell’alcol etilico, e quindi contava più la quantità della qualità; tuttavia una moltitudine di viticoltori italiani già vinificava secondo i dettami delle scuole enologiche francesi ed italiane. Per dire: nel 1986 erano già vini affermati il Sassicaia, il Tignanello, il Monprivato di Mascarello, il Fiorano Rosso, ecc. Quindi non è che in epoca pre-metanolo si bevesse solo aceto; semmai, dopo quell’episodio e la conseguente penuria di vendite, tanti viticoltori impostarono il loro lavoro su basi differenti: produrre meno vino ma di qualità superiore. Ci volle tempo, ma negli anni ’90 il vino italiano cominciò la sua risalita, le vendite aumentarono fino a prendere il volo; al contempo diminuì il volume di vini da tavola in favore di vini DOC o IGT. Anche per i consumi pro capite si registrò un progressivo calo, che faceva scopa con un aumento del prezzo speso per il vino. Il tutto è riassumibile dalla famosa frasetta da recitare in piedi sulla sedia la sera della vigilia: “oggi si beve meno ma si beve meglio”. 

 

Fonte: lafillossera.com


Resta il fatto che per bere meglio, per avere un innalzamento della qualità globale dei vini italiani, per educare al consumo consapevole di vino di qualità, è servito un evento tragico. Cosa per nulla infrequente in Italia. Prima di mettere un semaforo in un incrocio aspettiamo la carambola; per fare manutenzione ad un ponte c’è sempre tempo, finché quel traditore non decide di crollare. “Se non ci scappa il morto non siamo contenti”, un maledetto mantra. 

Dopo lo scandalo le analisi sul vino, dal fermentino alla bottiglia, vennero potenziate ed ampliate (dopo eh, mai prima, guai). Oggi possiamo dire che il vino, tranne per l’alcol etilico (che è scientificamente accertato essere dannoso; bevete con moderazione, disgraziati!), è uno degli alimenti più sicuri, e certo fra i più controllati. 

Questo vuol dire che sia solo succo d’uva? Piano. Va bene che è diventato svantaggioso manipolare il vino in modo truffaldino, ma ciò non toglie che si possano usare tutta una serie di minute, innocue e legali molecoline per aggiustare qua e là i connotati organolettici della bevanda di Bacco (per maggiori informazioni dare un’occhiata al fascicolo “cisteina nei Sauvignon Blanc friulani”, A.D. 2017). 

 

È cosa attuale la nutrita schiera di viticoltori che aborriscono l’uso della chimica di sintesi in cantina (occhio a parlare di chimica con me in termini troppo generici. Mozzico), il che ci conduce all’immane successo dei vini cosiddetti naturali dell’ultimo decennio. Siamo in un momento in cui quasi ogni cantina propone un proprio vino “d’impostazione naturale” al fianco dell’affermata pattuglia convenzionale, con irata avversione da parte dei vinnaturisti della prima ora; o tempora, o mores.

Riannodiamo un momento le fila: oggi spopolano i vini naturali; questi (ri)nacquero in risposta all’eccessivo interventismo dell’enologo in cantina, reo di snaturare il vino rendendolo una bevanda artefatta e non più sincera; bene, ma queste attenzioni maniacali in cantina derivano da quello scandalo, dalla sensazione generale che in cantina si facessero solo manipolazioni illegali e schifezze. Gli enologi lavorarono per dare dimostrazione che tutti i vini sul mercato erano perfetti, erano affidabili, si potevano e si dovevano bere. Poi vennero i vini naturali, ma solo dopo che il mercato riprese fiducia nel vino in generale.

 

Tutto torna maledettamente a quello scandalo. Mi domando “e se non ci fosse mai stato”? 

Probabilmente ci sarebbe voluto più tempo per arrivare a vini di maggior qualità; forse ci si sarebbe arrivati per colmare di un gap sempre crescente con altri paesi produttori; forse il movimento dei vini naturali da noi avrebbe avuto meno slancio.

Forse tutto questo. Certo molte persone sarebbero ancora vive o sane. Mi sembra evidente quale sia il piatto della bilancia più pesante.

Lo scandalo del vino al metanolo – parte II

 

Prima parte


Narzole (CN) nel 1986 contava 3000 abitanti e 120 aziende vinicole. Un parallelo: oggi Montalcino di abitanti ne ha 5000 e le aziende iscritte al consorzio del Brunello sono 201. Insomma, numeri molto alti per un comune che sì confina con Barolo, ma che non rientra nell’areale della prestigiosa DOCG e che rivendica anche pochi ettari vitati. Non importa, a Narzole il vino veniva commerciato, fatto per essere venduto a terzi. E secondo una vecchia usanza, figlia se si vuole della fame, delle sofferenze contadine, ma anche di scarsa lungimiranza, veniva fatto con tutti gli acini disponibili in vigna. Rese da Guinnes dei Primati che portavano a vini di scarsa qualità e basso tenore alcolico, tanto da rischiare di mancare l’appellativo stesso di ‘vino’.


Fonte: welcomelangheroero.com


30 anni fa il riscaldamento globale non aveva ancora effetti evidenti come ai nostri giorni: oggi è raro che un vino non raggiunga l’11% di alcol. All’epoca poteva invece capitare che un’uva coltivata (male) e vendemmiata (peggio) conducesse ad un vino che faticava ad arrivare al 10% in alcol necessario per poter essere commercializzato con il nome di ‘vino’. Chi avrebbe mai comprato un vino così povero di alcol, debole, smunto? Ci voleva un tocco dell’artista, un “Pimp my Wine”; tocco che ad ogni modo sarebbe rientrato sotto gli articoletti del Codice penale relativi alle frodi e alle sofisticazioni.

 

Si sarebbe potuto aggiungere al mosto il comune zucchero, azione sì illegale in Italia ma consentita ancora oggi in Germania e in Francia (chaptalisation è il termine per questa pratica); azione soprattutto innocua dal punto di vista della salute, poiché lo zucchero sarebbe diventato null’altro che alcol etilico. Il problema dello zuccherò è che ha un certo costo, non facilmente ammortizzabile da chi avesse voluto produrre vini da due lire. Andavano esplorate altre strade. 

 

Sfortunatamente alcuni produttori, ignoranti a livello di metabolismo umano, considerarono vantaggiosa la strada del metanolo. Il metanolo nel vino è indistinguibile dal fratello maggiore, l’etanolo: è inodore ed incolore, non altera il sapore del vino, ne aumenta il grado alcolico e si può individuare solo attraverso una gascromatografia (non di uso routinario nel 1986). Ad involontario coronamento del tutto aggiungiamoci la legge 408 del 28 luglio 1984, a seguito della quale la detassazione del metanolo portò il costo da 5000 lire a 500 lire al litro. Ecco l’affare criminale: aggiungere metanolo al vino per pomparne il grado alcolico. Come dite? La salute dei consumatori? Paesaggio.

 

Fonte: intravino.com

Giovanni (pardon, il cavalier Giovanni) e Daniele Ciravegna, padre e figlio, fecero così nella loro prestigiosa cantina in quel di Narzole: aggiunsero al vino litri e litri di metanolo puro, per poi venderlo ad aziende imbottigliatrici come la Vincenzo Odore. E sì che i due signori erano già noti per i loro magheggi: 500 milioni di multa per zuccheraggio comminata dal tribunale di Alba già prima del 1986, condanna poi revocata in appello; in quei giorni il coordinatore del servizio repressione frodi di Torino parla anche di una vasca sigillata già da due anni nella cantina dei Ciravegna; ma anche solo il fatto che il signor Giovanni fosse soprannominato in paese “dudes e mes”, dodici e mezzo, era indicativo: il riferimento era alla gradazione alcolica sempre raggiunta dai suoi vini, più frutto di Ciravegna padre che di madre natura. 

 

Nelle vasche dei Ciravegna vennero trovati 9ˈ000 ettolitri di vino avvelenato, non ancora piazzato sul mercato. 

9ˈ000 ettolitri. 

900ˈ000 litri. 

1ˈ200ˈ000 bottiglie da 0.75 l. 

Per dare un’idea dell’ulteriore danno scampato. 

I due ribaldi imprenditori furono arrestati e condannati nei tre gradi di giudizio, pena definitiva rispettivamente di 14 e 11 anni, più un sostanzioso risarcimento alle famiglie delle persone uccise o permanentemente lesionate che, come era prevedibile (ed ingiusto), non videro mai un centesimo. 

Il cavalier dudes e mes, dopo essere uscito dal carcere tornò nella sua Narzole e continuò a definirsi innocente fino al 2013, anno della sua dipartita (“Sofisticatore sì, assassino no […] Mica sono pazzo ad avvelenare i miei clienti”. No, pazzo no. C’è un’altra parola. Comincia per ‘s’), il figlio vende macchine agricole da un’altra parte. 

 

La storia sarebbe finita qui, ma il terremoto generato è stato intenso. L’onda d’urto si è propagata per tutti gli anni successivi, con una serie di spunti di riflessione che credo siano ancora piuttosto attuali. Ma ne parleremo la prossima volta.  

 

[continua]

 

P.S.: un doveroso ringraziamento va agli autori delle fonti dalle quali ho attinto:

https://www.intravino.com/grande-notizia/narzole-io-ci-passavo-30-anni-fa-lo-scandalo-del-metanolo/

https://it.wikipedia.org/wiki/Scandalo_del_vino_al_metanolo_in_Italia

https://www.unionemonregalese.it/2021/03/18/35-anni-fa-lo-scandalo-del-vino-al-metanolo/

https://www.lastampa.it/blogs/2010/11/16/news/il-silenzi-e-le-preghiere-br-del-cavaliere-metanolo-1.37194955

 

Lo scandalo del vino al metanolo – parte I

 

Marzo 1986, Lombardia, un qualsiasi comune della Brianza. Fuori c’è un freddo porco e a sera giusto la minestra messa a tavola può dare conforto a chi vive con poche lire, accompagnata dal vecchio e caro bottiglione di vino. Magari una Barbera di Vincenzo Odore, ditta di Incisa Scapaccino (AT). Due litri in cambio di poche migliaia di lire. Vino dozzinale, che Carlo e Maria (nomi puramente inventati) bevono una sera di quel marzo 1986. La vita è quello che è, il vino nemmeno è buono ma ha l’alcol, che lenisce le pene di chi non sa scuotersi da solo. I bicchieri di Barbera sono due, sono tre, quattro a testa. A letto si va presto, che domani sarà un’altra giornata balorda. Eh, non si ha idea di quanto.

L’indomani Maria si sveglia, apre gli occhi. Non vede niente. Buio. Nero. Ma a Carlo va peggio: gli occhi li ha chiusi e non li aprirà più. Arriva prima l’ambulanza, seguono i carabinieri. Essendo tutto in ordine, zero tracce di violenza, l’indagine principale la si effettua in cucina. Si pensa ad avvelenamento, ma da cosa? Resti di minestra nella pentola, piatti vuoti nel lavello, frigo e dispensa scarsi ma in ordine. Un boccione da due litri quasi vuoto sul tavolo. Immobile, innocuo.

 

Fonte: associazioneacu.org

La scena si replica in altre case, sparse tra Piemonte, Lombardia e Liguria; sulle tavole sempre lo stesso boccione, sempre della stessa ditta. Facile fare 2+2 ed andare a vedere cosa c’è in quelle maledette bottiglie. Si scoprirà qualcosa che va oltre la causa di 23 morti e decine di lesionati in maniera irreversibile. Si scoprirà che avidità e incoscienza vanno di pari passo. E si scoprirà che, contro ogni logica umana, in una bottiglia di vino può starci un terremoto, un tornado, che fa piazza pulita e definisce un punto zero da cui ricominciare. 


Chi è avvezzo già ha capito dalle prime due parole del racconto introduttivo (una parola e un numero) di cosa si sta parlando. Per chi non lo fosse, e nonostante l’aiuto dato dal titolo non ha ancora ben capito, vi metto subito in carreggiata: il racconto di prima non è altro che l’inizio un po’ romanzato del più grande scandalo del vino italiano (forse più di ‘scandalo’ calza meglio il termine ‘tragedia’, date le morti e i danni provocati a persone vere, come me e voi): lo scandalo del vino al metanolo.

 

Fonte: Wikipedia


Collegando i numerosi casi di intossicazione e di morti sospette, avvenute nelle tre regioni nominate in una manciata di giorni di quel marzo 1986, si giunse presto ad individuarne la causa: assunzione di metanolo. Ora, non è che il metanolo lo si compri al supermercato, oppure di straforo dal tabaccaio. E poi per farne cosa, che in cucina non deve entrarci neanche per sbaglio?

Perché il metanolo, enogastronomicamente parlando, è un gran bastardo. È un sottoprodotto naturale della fermentazione del mosto d’uva e in caso di assunzione viene trasformato dagli enzimi digestivi del corpo umano in formaldeide ed acido formico, due molecoline che è preferibile tenere quanto più possibile alla larga dall’organismo, data la loro estrema tossicità. E nel vino noi ce lo troveremo sempre, ma molto al di sotto della soglia letale di assunzione: i limiti sono fissati in circa 0,25 ml per 100 ml di vino rosso e 0,20 ml per 100 ml di vino bianco. La soglia letale è invece individuata tra i 0,3 g e 1 g per kg di peso corporeo: in soldoni, per un ometto di 80 kg basterebbero già 30 ml di metanolo per andare a stringere la mano a San Pietro. Questa è la soglia letale, ma assumendo comunque dosi minori di metanolo i regali che ci si concede vanno dai dolori sparsi ai danni neuronali e renali, alla cecità e infine morte. 

 

Quelle morti nella primavera dell’86 diedero il via ad un terremoto di proporzioni omeriche: sequestri di bottiglie di vino nei supermercati, analisi di laboratorio a campione sui vini di tutta Italia, camion cisterna bloccati e sigillati, ettolitri di vino “ritoccato” riversati nel fiume Tanaro, la Germania che stoppa i tir con i vini italiani alla dogana per giorni, un crollo dell’export del 25% rispetto l’anno precedente. Una reputazione enologica da ricostruire ex novo

Nell’immediato, quegli eventi portarono ad una visita degli inquirenti alla ditta Vincenzo Odore di Incisa Scapaccino, per chiedere loro da dove fosse nato il visionario progetto di avvelenare buona parte del nord Italia. 

Risposta degli Odore: “ma mica è colpa nostra. Noi il vino lo imbottigliamo solo”.

“E da chi vi rifornite?”

“Dai Ciravegna, a Narzole”.


[continua]

Boland Cellar – WO Coastal Region Shiraz “Five Climates” 2015


Lo so, lo so, ho un po’ trascurato il blog, avete pienamente ragione. È che serve la giusta ispirazione per scrivere qui, altrimenti per le brevi note di degustazione c’è Instagram (se non mi followatefollowatemi ora, brutti lazzaroni). E l’ispirazione non è che te la vai a cercare con il lanternino; deve cascarti addosso, quasi casualmente, con la minima variabile di essere almeno predisposti all’epifania.

Per questa bottiglia ha giocato il caso: non era previsto che entrassi in enoteca quel giorno, e oltretutto stavo curiosando su altri vini. Poi abbasso lo sguardo, “Shiraz sudafricano… e proviamolo”.

In Sudafrica non si sono messi a fare vino 2 settimane fa: i primi viticoltori furono di origine olandese e impiantarono le prime vigne attorno al 1650, in quelle che poi sarebbero diventate le storiche denominazioni (Wine of Origin, WO, l’equivalente delle nostre DOC) di Constantia e Stellenbosch. Purtroppo la grande idea del vino non riscosse molto successo nell’immediato; d’altra parte cosa aspettarsi da gente che ha la brillante idea di mettere la marmellata sulla pasta? Ci vollero i francesi per evitare una finaccia alla viticoltura sudafricana. E sì che i francesi nemmeno si sarebbero sparati di loro sponte 15000 km in nave alla fine del XVII secolo. Ma un motivo c’era: 1685, il Re Sole Luigi XIV promulga l’Editto di Fontainebleau, in cui si dichiara illegale il protestantesimo in Francia (che cara persona, il parruccone). Con l’alternativa di rimanere in Francia ed essere convertiti o in cattolici o in concime, alcuni ugonotti, protestanti perseguitati in patria, impacchettarono quello che c’era da impacchettare e mollarono gli ormeggi alla volta del Capo di Buona Speranza. Tra le cose caricate in nave c’erano anche tante belle barbatelle. Perché ok andare via dalla Francia ma il vino andava fatto, ovunque fosse stato. Dopo lunghe settimane approdarono a Città del Capo, guardarono le vigne in degrado degli olandesi e gli dissero “ma che è ‘sta roba? Spostatevi va, che ci pensiamo noi”.

Il vino Sudafricano conobbe poi alterne fortune fino ad arrivare ai giorni nostri, dove il Sudafrica è riconosciuto come una zona vitivinicola ad altissimo potenziale.

 


Uno dei vitigni che eccelle a quelle latitudini è lo shiraz (syrah per gli europei. Vai a capire perché mai sudafricani ed australiani gli abbiano dovuto cambiare nome. Mah…). Ovviamente non incontra le condizioni per rodaneggiare, si esprime su note diverse, ma mantiene comunque un fascino e personalità.

Lo Shiraz di Boland Cellar è uno Shiraz sudafricano entry level. La vendemmia viene effettuata in cinque diversi climates, come abbastanza pomposamente proclama l’etichetta, con una francofilia forse fuori luogo (d’altra parte l’etichetta è la loro e ci fanno quello che vogliono). Affinamento per un annetto parte in botte nuova e parte in botte usata. Tappo stelvin, per mia grande soddisfazione.

Nel calice il vino si presenta (“piacere”) di un luminoso ed impenetrabile rosso rubino, il violaceo dello Shiraz è ormai impercettibile.

Al naso salgono piacevoli aromi di frutti di bosco maturi, il protagonista pepe nero, cardamomo, mirto, un nonnulla di violetta, cacao e caffè.

Beva molto agile, il sorso è di gusto intenso e di medio corpo, fresco e tannico, con una buona sapidità e con un gran bell’allungo, che conduce ad un lungo finale di bocca chiuso su sensazioni di pepe e spezie.

  

Agricoltura Capodarco – Vino Rosso “Xenia”

 

Dal greco antico “ospitalità per lo straniero”

Questo è il vino di chi non si arrende alle ingiustizie e alle disuguaglianze. Questo è il vino dei Sognatori che credono nell’impegno comune per restituire felicità alle nostre comunità.

 

Quanto appena scritto è ciò che questo vino riporta in etichetta. Politico? ‘Orca miseria, certo che lo è. Tenendo presente che, volenti o nolenti, qualsiasi vostra azione è politica, qui il messaggio politico è forte, non dico urlato ma certo sbandierato senza rossori alle guance. 

La cooperativa Agricoltura Capodarco di Grottaferrata è da sempre per il coinvolgimento delle cosiddette ‘minoranze’, non solo straniere, nelle usuali attività lavorative. Ne avevamo parlato qui e qua. Giova ricordare che il futuro di questa cooperativa è assai incerto e, dato che chi fa del bene andrebbe aiutato, chi avesse la possibilità può ancora dare una mano nella campagna di crowdfunding ancora attiva. Non me lo hanno chiesto loro, sono io che voglio insistere nel parlarne. I tempi sono quelli che sono, pare che riusciamo a detestarci l’un l’altro sempre meglio. Un’isola di inclusività e di positività come Capodarco merita di esistere e resistere. Nel caso vi servisse un’altra scusa pratica, producono dei gran bei vini.

 


Lo Xenia è il vino-manifesto di Agricoltura Capodarco. Le etichette di questo vino sono tre e rappresentano due mani che dapprima sono lontane, poi quasi si sfiorano, fino all’ultima etichetta dove arrivano a stringersi e sostenersi a vicenda. Non sappiamo chi vada da chi, non si sa quale delle due mani sia in difficoltà, non ne conosciamo nemmeno sesso o colore della pelle. Ad una serve un aiuto e l’altra arriva in soccorso, chiunque essi siano, il prossimo o noi stessi. Beh, senza che diventi un’orazione Gandhiana, date una mano sempre se potete, senza fare calcoli o ragionamenti.

Terminata la lezione spirituale passiamo allo spirito, inteso come alcol. Come avrete letto, il vino è classificato come Vino Rosso, il vecchio Vino da Tavola. Secondo legislazione non è obbligatorio indicare in etichetta origine delle uve ed annata, ma parlando con i ragazzi di Capodarco sappiamo che il vino, biologico certificato, è un blend 80% sangiovese e 20% merlot, che l’annata è la 2015 e che il vino affina 18 mesi in inox e 30 mesi in bottiglia al chiuso di una delle grotte di cui il territorio dei Castelli Romani è disseminato.

Nel calice è di un rosso rubino piuttosto compatto. Al naso la prima cosa che impressiona è il potente effetto balsamico; mentolo, vostro onore. Man mano che il vino si apre nel bicchiere sale un intenso profumo di mirto, bacche e foglie, seguito da sentori di more e prugne in confettura, fiori secchi, cera d’api, noce moscata e cannella, tabacco dolce, cuoio e caffè. Un profumo attraente, non sussurrato ma per nulla volgare.

Al palato il vino si presenta con la parte acida ancora viva ed arzilla ed un tannino morbido. L’intensità gustativa è fenomenale e il sapore resta in bocca lunghissimi secondi, a ricordare che quello appena bevuto è un vino di tutto rispetto; che oltre alla storia della cooperativa, oltre all’interpretazione dell’etichetta, oltre al messaggio, c’è la concretezza della bevanda che quel messaggio deve consegnare e, se possibile, lasciare ben incastrato nelle sinapsi di chi beve. E se il vino è buono il messaggio difficilmente verrà dimenticato.

Ultimo avviso: le bottiglie sono solo 2000. Meglio affrettarsi.

Frescobaldi, Castello Pomino – Pomino Bianco DOC 2020

 

C’è un parametro della scheda degustativa della FIS che non ho mai del tutto digerito: la tipicità del vino, la quale si può definire esemplare allorquando il vino è, cito, un “perfetto esempio di unicità e tipicità che riesce a fondere i caratteri del vitigno con la massima espressione del terroir”. Ho una formazione scientifica, mi riesce molto difficile socializzare con parametri poco empirici, ma se è su una scheda di degustazione ufficiale di un’associazione nemmeno poco importante, un suo senso lo avrà.

Eppure il Pomino Bianco DOC di Frescobaldi è un bel bug per tale parametro. Dunque, carte in tavola: l’uvaggio è in prevalenza chardonnay e pinot bianco, più un saldo di uve di zona, probabilmente trebbiano. Se non lo sapeste, siamo in Toscana, Pomino è una frazione del comune di Rufina. Beh, con questi dati possiamo già azzardare un giudizio: vino poco tipico. 

Giusto?

Mmm…

Potreste affermare “Be’, diamine, da quando in qua chardonnay e pinot bianco sono tipiche della Toscana?”. Difatti nulla da eccepire, tranne che in quella minuta frazioncina dove lo chardonnay e il pinot bianco stendono i panni da quando lì era ancora Granducato di Toscana.

Era il 1855, l’Italia era ancora un bel sogno risorgimentale e Camillo Benso Conte di Cavour, forte dell’alleanza con la Francia, cercava disperatamente di provocare gli austriaci anche a sputi e pernacchie pur di farsi dichiarare guerra. Proprio in quello stesso anno i Frescobaldi piantavano barbatelle di chardonnay, pinot bianco, pinot nero, cabernet sauvignon e merlot nella tenuta di Castello Pomino. 1855. 

Lo vedete anche voi il parametro della tipicità che qui mi si va a fare un giro in monopattino cantando “Favorite Things” degli Incubus? Ah, se proprio non vogliamo farci mancare nulla, il Pomino Bianco è stato anche il primo bianco italiano a fermentare ed affinare in barrique. 

 


Oggetto di questo post è la versione ‘base’ del Pomino Bianco, costituito come già accennato da chardonnay, pinot bianco e un saldo minoritario di altre uve tipiche bianche toscane. La fermentazione avviene in acciaio, salvo una piccola parte in barrique. La maturazione la svolge in bottiglia, entro pochi mesi è già fuori dalla cantina. Qualche altra settimana e finisce nel calice di questo energumeno.

Il colore è un giallo paglierino scarico. Al naso detta legge la frutta tropicale (mango, ananas) e una sventagliata di fiori. Completano il corteo lime, un leggero sentore di erba appena tagliata e cenni di salvia.

In bocca è leggero, scorrevole, di buona freschezza e sapidità con un accenno di morbidezza al palato. Persistenza dignitosissima e fin di bocca che oscilla tra sapidità e sensazioni di agrumi.

Cristian Senez – Champagne Brut “Rosé de Saignée”

 

Certo signore e signori, qui si è bevuto dello Champagne. Rosé per giunta, acquistando così un bel mucchietto di punti charme. L’arrivo di questo Champagne alla mia magione è stato possibile grazie all’intercessione dell’amica Federica Benazizi, che di vino ne sa, e anche parecchio. E se qualcuno che di vino ne sa, e anche parecchio, ti propone una cordata per l’acquisto di vini, se sei saggio ed hai due lire da investire tu ubbidisci.

Due righette sul produttore credo siano doverose: l’azienda, a conduzione familiare, annovera la sua prima vendemmia orientata alla spumantizzazione in proprio nel 1973. Gli attuali 30 ettari della Maison sono localizzati nella Côte des Bar, più a sud rispetto le zone di maggior blasone della denominazione; quasi quasi siamo più vicini alla porzione settentrionale della Côte d’Or, e difatti i suoli sono argilloso-calcarei, con rare tracce della craie che caratterizza le tre zone storiche dello Champagne. Il padrone del territorio è il pinot noir, con il suo nome sul citofono di circa l’85% degli ettari vitati locali. 

 


Espletate dunque le minime formalità, tuffiamoci in questo Rosé de Saignée ottenuto da un 80% di pinot noir e un 20% di chardonnay. Risalta violentemente il colore di questo Champagne: un rosso a metà tra il corallo e la fragola, luminosissimo ed attraente; non amo il termine ‘sexy’ accostato al vino (anche perché spesso viene usato ad minchiam), ma in questo caso non avrei nulla da obiettare.

Il profumo del rosé in questione è soffuso, sfaccettato ma non chiassoso. Le note principali sono di lampone e fragola, di cenere, di arancia sanguinella e lime, con una leggerissima punta speziata. Stessa atmosfera in bocca, dove il vino fluisce leggiadro e brioso (sembra una prosa da settimana Incom). Perfettamente dosata la componente sapida ed ottima la persistenza, chiude il sorso una sensazione agrumata di lime.

Uno Champagne rosé dal magnifico rapporto qualità/prezzo. So che molti storcono il naso riguardo il coinvolgimento di questo rapporto nelle questioni di vino. Pazienza. Credo che solo alle opere d’arte tale rapporto non possa essere applicato (e neanche sempre: provate a disquisire con l’uomo qualunque sui prezzi delle opere di Pollock o di Fontana). 

Nota di colore, perché i francesi qualcosa su cui ridere ce lo regalano sempre: la retroetichetta indica come perfetto l’accostamento di questo Champagne rosé brut con dessert ai frutti rossi. Brut e dessert. Ah, i francesi, che sagome…