Vignaioli in Grottaferrata, stavolta in cantina - 20 giugno 2021


Giovanotti, io ve lo dico: pregate che i Castelli Romani non si mettano in testa di voler diventare importanti sul piano enologico, altrimenti bisognerà ricalibrare le guide enologiche e lì altro che qualche battuta su un blogghetto coccoloso: bisognerà mettersi con riga e squadra a fare le cose a modino. Se altre zone dei Castelli prendessero spunto dai sei Vignaioli in Grottaferrata, i Colli Albani diverrebbero un gran bel parco giochi a tema enologico. 

 


Di strada da percorrere ce n’è, ovviamente, ed è pure lunghetta. Un po’ per colpa di chi ancora punta a fare vini dal carattere forte ed esuberante quanto i Servi della Gleba di Elio e le Storie Tese. Un po’ per i disciplinari del Frascati Superiore DOCG e, soprattutto, del Frascati DOC. Questa è una cosa che mi smeriglia le ossa dall’interno. Nel Lazio c’è un’uva spettacolare: la malvasia puntinata. Con il boom del Frascati degli anni ’60, tuttavia, venne importata e piantata la più produttiva e meno caratteristica malvasia di Candia, oltre a tende di trebbiano toscano con il compito di donare grappoli come se fossero di qualcun altro. I 140 q/ha della DOC Frascati sono da crisi isterica (e i 110 del Frascati Superiore DOCG non è che ci adagino in poltrona a rifiatare). Modifiche del disciplinare pare siano state proposte in sede di Consorzio, ma sono state accolte con lo stesso calore che si destina alle raccomandate di colore verde. Non sarà un caso se i tre vignaioli visitati, consci del prestigio del Frascati di un tempo e del valore di questo incredibile territorio, non imbottiglino attualmente alcun Frascati, DOC o DOCG che sia. Con i dovuti distinguo, lo fece Sergio Manetti in Chianti decenni fa. Pare che poi ad adeguarsi fu il disciplinare del Chianti.

 


Ho parlato di vignaioli visitati perché, grazie all’invito della sempre magnifica Saula Giusto, domenica 20 giugno questo barbuto ometto è stato portato a zonzo per cantine dato l’evento “Vigne, oliveti e cucine aperti”, organizzato dai Vignaioli in Grottaferrata, Ristoratori in Grottaferrata e Gustati Grottaferrata. Dove eravamo? Ma a Grottaferrata (ma pensa te)!

I Vignaioli in Grottaferrata già li avevamo conosciuti lo scorso 14 settembre 2020 all’abbazia di San Nilo. Questa volta l’opportunità è più stimolante: andare a disturbarli in gruppo, direttamente a casa loro, e farsi anche dare da bere. Sfacciataggine livello “ma quindi li mangi tutti quei gyoza che hai nel piatto?”.

 



Il primo a ricevere la torma assetata è stato Emanuele Ranchella, nonostante qualche difficoltà logistica (leggi: autista del bus che liscia sottoporta l’ingresso della cantina, producendosi poi in manovre pitonesche per guadagnare l’accesso, accompagnate dal commento “ma io nemmeno volevo venirci”. Caldi applausi per lui). Emanuele Ranchella potrebbe parlare per ore di viti, vigneti, territorio, delle sue origini marchigiane, del trebbiano verde che colonizzava i castelli romani prima di essere espiantato per far posto ad altri vitigni, tanto da uscire fuori dal disciplinare del Frascati, dei tre strati diversi e perfettamente visibili di sabbie di origine vulcanica che si trovano nel suo vigneto a Valle Marciana, dell’impatto che ognuno dei tre strati ha sulle uve coltivate… Potrebbe, ma si è dovuto adeguare alle poche decine di minuti a disposizione. Però, e senza scherzare, qualora abbiate del tempo da spendere andate a trovarlo. Sentir parlare una persona competente è sempre un piacere e un arricchimento.

Ah, già, quasi scordavo: abbiamo bevuto. “Virdis” 2019, trebbiano verde in purezza: verticale, leggiadro, agrumato; attendetelo degli anni, sorprenderà. “Ad Decimum” 2019, 50% malvasia puntinata, 25% trebbiano verde, 25% trebbiano giallo: aromatico, fiori come se fossimo a un matrimonio, grande bevibilità.

 



La seconda cantina a ricevere la schiera di assetati è stata La Torretta. E qui va detto che l’autista riscatta la sua prestazione con un ingresso in retromarcia che sarebbe valso una medaglia alle olimpiadi. 

Ad accoglierci il proprietario Riccardo Magno, vignaiolo biodinamico. Da come parla della sua terra, di come la coltiva, dei vini che riesce a realizzare, trasmette grande fierezza per il suo lavoro. Potrebbe tirarsela, fare il personaggio come tantissimi di quelli che si professano naturali e biodinamici, simpatici come un “sai chi ti saluta tantissimo?”. Invece lui no, molto modestamente parla del perché ha deciso questo regime in vigna e in cantina: “io qui ci abito, ci abitano mia moglie e i miei figli. E se con la mia esperienza ho visto che non ho bisogno di utilizzare prodotti di sintesi, se ho visto che con i preparati biodinamici la terra mi appare migliore, se ho visto che le fermentazioni vanno avanti lo stesso senza che aggiunga nulla, ma perché dovrei fare diversamente?”. Vostro Onore, non ho altro da aggiungere.

La vista dall’alto della casa sui vigneti è splendida, tanto quanto lo è la grotta adibita a cantina, dove si notano le varie stratificazioni di ceneri che il Vulcano Laziale lasciò in eredità ai vignaioli millenni fa. In grotta ci sono sei anfore interrate, di capacità fra i 5 e i 7 hl, e botti in castagno, albero che sui Castelli Romani spadroneggia, da 11 hl. 

I vini: “Bolle di Grotta” 2020, metodo ancestrale 100% trebbiano toscano; al vino che ha fermentato in anfora viene aggiunto a febbraio il mosto della stessa annata ed il tutto viene imbottigliato per la seconda fermentazione. Quello che arriva nel calice è un vino frizzante vivo e beverino, che profuma di agrumi e frutta esotica; un mambo scalzo.

Il “Castagna” 2019, malvasia e trebbiano fermentati ed affinati in botti di castagno per almeno 12 mesi. Corposo e sapido, sentori di pesca gialla e note fumè, se Riccardo calibra la mira, ma giusto un pochetto, mette in fila la maggior parte dei bianchi laziali (e non solo).

 


Si fa ora di pranzo, ci ospita l’azienda Agricoltura Capodarco. E qui mi soffermo più su loro che su quanto mangiato e bevuto. Perché questo posto da 40 anni dà lavoro a ragazzi diciamo in condizione di disagio sociale (il vero disagio l’ho visto dentro tante persone sedicenti ‘normali’, ma vabbè), persone con disabilità psico-fisiche e lavoratori extracomunitari regolarmente assunti. Tuttavia, mentre scrivo l’esistenza dell’azienda è messa in serio pericolo dal fallimento del proprietario di fabbricati e terreni dove essa è in affitto. Questo vuol dire che, se non si troveranno in fretta i soldi per riscattare l’immobile, Agricoltura Capodarco potrebbe chiudere i battenti e, peggio ancora, molte persone perderebbero il sostegno che da essa stanno ricevendo. Aiutateli per come potete, c’è anche una campagna di crowdfunding su Produzioni Dal Basso che i ragazzi hanno lanciato. Se volete un motivo ulteriore, dato che mi leggete per un motivo ben preciso, fatelo per il loro vino. Specialmente lo “Xenia” 2015, un 80% sangiovese e 20% merlot (18 mesi in inox e altri 30 mesi di affinamento in bottiglia dentro una grotta) di una complessità e bevibilità assurda. Nel mio infimo piccolo, due bottiglie di Xenia le ho acquistate. Andateci anche voi, dategli una mano. È gente che lo merita.

 


Ultima visita prevista per la giornata è da Villa Cavalletti, una delle storiche Ville Tuscolane, dimore di nobili e prelati da secoli e secoli. La tenuta, condotta in regime biologico certificato, possiede un oliveto secolare ed un vigneto con annessa necropoli sottostante. In pratica ha più storia una zolla di terra di Villa Cavalletti che una qualsiasi città del Maine. Manca giusto la cantina, ma è in fase di costruzione, con tanto di barricaia e sala degustazione. Conto i giorni.

La proprietaria della tenuta, nonché presidentessa dei Vignaioli in Grottaferrata, è Tiziana Torelli, un sorriso che illumina e prospettive ben chiare per questo territorio. Sono le persone il principale biglietto da visita di un’azienda, e questi vignaioli associati insieme sono una delle cose migliori che potessero capitare nel panorama viticolo frascatano. 

Giusto per concludere, parliamo anche dei vini, degustati in un giardino immenso con un affaccio sull’agro romano e circondato da pini, cipressi e cedri del Libano che mi hanno roso d’invidia (invidia scemata quando ho pensato al costo dell’eventuale manutenzione botanica). La partenza è con una bolla, Villa Cavalletti Brut, 80% trebbiano giallo e 20% malvasia puntinata, metodo Charmat, 6 mesi sui lieviti. Scorrevole e profumato, ideale per un aperitivo, forse si ritrova un po’ spaesato a tavola ma voi non datemi retta e tentate sempre. Proseguiamo con “Meràco” 2019, un IGT da uve cesanese surmature che fa solo acciaio. Interessante al naso, con le tipiche marasche e spezie pepose, in bocca è di grande impatto. Concludiamo con il Roma DOC Riserva 2017, servito in una Jeroboam di grande fascino. 80% montepulciano e 20% cesanese, purtroppo il vino aveva ormai pareggiato la temperatura esterna (e non è che il 20 giugno si facciano pupazzi di neve), quindi mi riserverò di degustarlo un’altra volta alla temperatura adeguata. In pratica mi sono auto-reinvitato. Si era notato?

 

Vignaioli in Grottaferrata, bravi. Continuate così, per piacere.

Vigneti Massa – Vino bianco “Derthona” 2018

 

Di Walter Massa già abbiamo parlato nel recente passato, del suo intuito e della sua tenacia. Ho la speranza di mettere le mani sui suoi meravigliosi cru di timorasso in tempi ragionevoli. Quando sarà,  approfondiremo maggiormente il lavoro di questo grande vignaiolo (come dire: lascio le cartucce migliori per la prossima volta). Però qualcosa la possiamo dire anche qui ed oggi. 

Di Massa la cosa che leggerete con più probabilità è che è un genio e che è matto. Delle due, entrambe. Per dire: ha tirato fuori dall’oblio l’uva timorasso; ha dato lustro ad una zona che prima di lui era conosciuta solo per la faciesgeologica, mentre oggi anche i langaroli stanno fiutando il terreno come bassotti a una grigliata; ha fatto squadra con gli altri vignaioli della zona condividendo la sua esperienza; ti esce dalla DOC e i suoi vini li etichetta come ‘vino bianco’, perché “il pensiero è come l’oceano, non lo puoi bloccare, non lo puoi recintare” (Walter Massa adora le citazioni musicali). Io di più imprevedibili di lui conosco solo Jamal Crawford. 

 


Dunque, eccoci al vino bianco Derthona 2018, il ‘base’ di Vigneti Massa. 100% timorasso che fa due giorni di macerazione, decantazione a freddo, fermentazione e successiva maturazione in acciaio e cemento per un anno circa, più 6 mesi di affinamento in bottiglia. Un vino bianco che ha come mantra “live long and prosper”.

Nel bicchiere è tra il giallo paglierino carico e il dorato, e mostra una bella consistenza durante la mescita.

Il naso è rusticamente elegante, o elegantemente rustico; insomma, ha un profumo che mette in risalto tutte le sfaccettature di un’uva così dotata, ma sempre mantenendo la camicia a quadrettoni di flanella. Tornando sul concreto, emergono profumi di fiore di ginestra, di mela golden, pesca gialla, nespola matura e cedro; c’è un sentore che mi riporta alla sensazione di terra secca e di fieno secco. Infine, a chiusura della sfilata aromatica, si apprezzano i profumi di crema al limone e miele d’acacia.

Il sorso del Derthona 2018 è di corpo, morbido e sapido ma con il sostegno della parte acida sempre presente. Il vino ha sapore deciso ed intenso, sapore che sfuma dopo svariati secondi, lasciando in bocca sensazioni che rimandano alla terra e agli agrumi. 

 

 

Ca’ dei Frati – Riviera del Garda Classico DOC “Rosa dei Frati” 2019

 

Tutti abbiamo visto almeno una bottiglia di Ca’ dei Frati in ogni enoteca. Che fosse uno dei Lugana o proprio questo “Rosa dei Frati”, a chiunque sarà cascato l’occhio almeno una volta su quelle bottiglie di vetro chiaro, tutte arzigogolate, con lo stemma in rilievo e piuttosto pesantucce.

Lo confesso: io le guardavo con diffidenza. A volte se la bottiglia non ti aggrada, finisci per cassare anche il contenuto. Loro, le bottiglie, mi guardavano indifferenti; io, la persona consumatore che si fregia del foglio Fabriano F4 dove qualcuno ha stampato il suo nome accanto alla parola ‘sommelier’, le guardavo come un inglese guarda un indiano che parla la sua lingua (avete mai sentito un indiano parlare inglese? Ve lo raccomando. Poi mi dite).

In questi casi è necessario l’ingresso in scena dell’aiutante per sbloccare lo stallo. Nel ruolo di Oda Mae Brown (se vi domandate “e chi è” avete scarsissima cultura in materia di film romantici) ecco di nuovo Sara Tosti. Il consiglio proviene da una fonte più che affidabile, prendiamo questo Rosa dei Frati.

 


Mix di uve groppello (per la maggior parte), marzemino, sangiovese e barbera, le quali bucce hanno riposato una notte a bagno nel loro mosto, il Rosa dei Frati passa sei mesi di affinamento post-fermentativo in acciaio in compagnia delle fecce fini prima di venire imbottigliato e cacciato di ca’. La zona, sulle sponde del lago di Garda, è storicamente vocata per i vini rosati (più in auge sulla sponda veronese che non su questa bresciana; ma anche qui si fanno valere alla grande). 

Nonostante la bottiglia di vetro incolore non aiuti chi vorrebbe far invecchiare in cantina dei rosati, magari per testarne la longevità (che poi è un problema comune a tutti i rosati del mondo; io capisco far leva sul consumatore tramite il colore del vino, ma se prende mezza giornata di sole quel vino diventa un Madeira), dicevo, nonostante il vetro incolore il Rosa dei Frati non è stato per nulla intaccato dall’annetto in più sulle spalle. Il suo colore è evoluto verso un rosa buccia di cipolla, segno che ha assorbito il tempo trascorso non rimanendone segnato.

Il naso è un compendio di aromi tropicali: mango, ananas, una quintalata di passion fruit, pompelmo e kumquat. Oltre a questo buffet di frutta si notano profumi di rosa gialla, una leggera sensazione di mineralità calcarea, speziatura leggera di cannella, erba cedrina e bacca di ginepro. Time out: leggendo la scheda tecnica del vino prendo atto delle note olfattive dominanti, che risultano essere: biancospino, mela verde, mandorla bianca, ciliegia selvatica. Particolare come i profumi da me percepiti siano su un tutt’altro binario rispetto a quelli riportati dall’azienda. Non so, avrà inciso l’anno in più sul groppello (battuta scandalosa, me ne scuso)? Oh beh, se Ca’ dei Frati volesse invitarmi per una verticale di Rosa dei Frati, per chiarire definitivamente questa questione, mi rendo eleggibile. 

In bocca invece concordo con quanto espresso dalla scheda tecnica: il vino è succoso, agile e ancora guizzante (dedicato a chi bolla i rosati come vini con scadenza a 12 mesi). La caratteristica predominante è di sicuro la freschezza, che invoglia costantemente a bere un sorso dopo l’altro (cauti, per l’amor del cielo!). Il sorso ha buona intensità gustativa e persistenza nella media, con un fin di bocca che ondeggia tra frutta esotica ed agrumi. La morte di questo vino? Cruditè di pesce e frutta esotica. L’ambientazione mettetecela voi, io sto già soffrendo così. E buona Festa della Repubblica a tutti voi.

 

 

Rocca di Montegrossi – Toscana IGT “Geremia” 2015

 

Abitiamo un tempo per cui parlare di un bordolese di Toscana può essere controproducente. “Ma come, con tutto quel ben di Dio che abbiamo in Italia c’è ancora chi fa tagli bordolesi in Chianti? In barrique?”.

Beh, partiamo dal presupposto che ognuno possa fare il tralcio che vuole. Detto ciò, ci vuole il fegato di affrontare il mercato e le sue mode. Una volta proporre tagli bordolesi poteva rivelarsi il boost di un’azienda vinicola, mentre oggi una proposta simile rischia di fungere più da ganascia.

Io, con tutto il rispetto, me ne frego altamente. Sì, intimamente sorrido più volentieri a un autoctono di livello, un minimo di orgoglio tricolore esiste; ma mettetemi nel calice un vino fatto come Bacco comanda ed avrete la mia gioia, chissenefrega se è autoctono o alloctono. E i due miei buoni amici, Valentina e Fabio, hanno pensato bene di festeggiare il mio invecchiamento anagrafico con il “Geremia” 2015 di Rocca di Montegrossi. Mi vogliono bene, non c’è che dire.

L’azienda, certificata biologica, sorge in Monti in Chianti, frazione di Gaiole in Chianti, dove un tempo sorgeva la vera e propria Rocca di Montegrossi. Non una rocca qualunque delle migliaia sparse sullo stivale, se è vero che Federico II la scelse come una delle sue sedi imperiali. La rocca venne costruita nel VII secolo d.C. dal capostipite della famiglia Ricasoli-Firidolfi, tale Geremia. Della rocca oggi resta solo il ricordo, dato che nel 1570 Carlo V, l’uomo sul cui regno non tramontava mai il sole, vi fece calare la notte sopra riducendola ad un magazzino di prodotti edilizi.

Il terreno nei pressi della rocca però esiste, ed è un gran bel terreno, lo si apprezza nelle foto del sito aziendale: di origine calcarea, a medio impasto e con discreta presenza di scheletro. I 20 ettari di vigneto sono distribuiti tra i 340 e i 510 m s.l.m., con esposizione prevalentemente sud-orientale.

 


L’annata 2015 del Geremia è per l’85% Merlot e per il restante 15% da Cabernet Sauvignon, vendemmiati e fermentati separatamente a circa una settimana l’uno dall’altro. Dopo le fermentazioni la massa viene riunita e messa in affinamento per 24 mesi in barrique (70% della massa) e tonneaux (30%), entrambi di rovere di Allier di primo, secondo, terzo e quarto passaggio. Infine avviene l’imbottigliamento del vino senza filtrazione, cui fa seguito un’altra sosta nelle cantine aziendali per altri 15 mesi.

Scendendo nel calice il vino trasmette una sensazione di seria corposità, e il suo colore è un compatto rosso rubino.

Naso potente, ricchissimo ma non confusionario, molto elegante. La balsamicità è la prima sensazione a colpire, seguita da una notevole speziatura dolce (di cannella e noce moscata) e tanta frutta scura matura ma non ancora in confettura (prugne, more ed amarene). Si fanno notare ulteriori profumi di noce po’ di cocco e vaniglia, di pepe verde, un lievissimo humus e sul finale dell’olfazione emergono del tabacco dolce e cuoio.

In bocca il vino è una bellezza: il sorso è ampio, di gusto intenso, corposo ma non pesante, un tannino carezzevole, una bella spina dorsale e persistenza aromatica decisamente lunga. Un vino molto, molto godibile e dalla beva per nulla impegnativa: la bottiglia è finita in un colpo di tosse (non la migliore delle similitudini, dati i tempi).

 

Franz Haas – Vigneti delle Dolomiti Pinot Nero Rosé IGT 2018

 

Io, generalmente, i consigli degli altri li ascolto con riserva. La maggior parte delle volte è perché chi ti dà un consiglio lo fa distrattamente. Ti dice la prima cosa che gli passa in testa in quel momento, poi adiòs, affari tuoi. Però ci sono persone di cui mi fido, e i loro consigli li accolgo senza domandare i documenti.

Una di queste è la mia docente, Sara Tosti. Le chiedo: “Sara, avrei voglia di rosati”. Lei: “Say no more”. Vado da Marco Bonelli, gentilissimo titolare della Vineria Bonelli (via delle Cave, Roma; passateci, vale la sosta), e le bottiglie sono lì. Fiducioso pago, prendo e porto a casa. Ed eccoci a tu per tu con il Rosè di Franz Haas.

Franz Haas è una delle aziende a tenuta familiare storiche dell’Alto Adige. I 55 ettari aziendali sono dislocati in mezzo alle dolomiti, tra i 250 e i 1150 metri d’altezza. A noi interessano gli ettari dove si coltiva il pinot nero adibito alla rosificazione (roba mia, lasciate fare), che guardano la vallata dall’alto di 750 metri d’altezza. I terreni delle dolomiti sono di origine erosiva: sabbia di porfidi, calcare, un po’ di argilla dove capita. Le uve vengono raccolte, pressate e il mosto fermenta in acciaio. Dato che in acciaio ci si trova bene, il vino ci passa altri 6 mesi, a contatto con i lieviti e svolgendo pure la malolattica, tiè! Poi imbottigliamento, chiusura con tappo a vite (un encomio a Franz Haas) e via per il globo terracqueo.

 


La vulgata popolare vuole i rosati come vini immediati, dell’ultima vendemmia, massimo della penultima. Questo Rosè ha invece ben tre anni sul groppone. Secondo molti sarebbe incanutito, buono giusto per sfumarci l’arista al tegame. E però è strano: se al corrispettivo Pinot Nero vinificato in rosso pronosticate decenni di vita, perché non concedere almeno un lustro al Rosé?

Nel calice si nota il passaggio degli anni, perché da un iniziale rosa cerasuolo si migra all’attuale colore ramato, un ramato brillante.

Pure il naso resta sulle sue per i primi minuti, con lievi sentori fungini e gommosi. Poi il vino respira e salgono i veri profumi del vino, che si districano tra la pietra calcarea e frutti di bosco maturi (fragoline e lamponi), il pepe rosa, il timo e la mandorla tostata, con uno sfumato sottofondo di cerino spento (l’accezione ‘sfumato’ calza a pennello).

La bocca è ancora fresca ma il sorso è dominato dalla sapidità, sensazione che fa da scorta fino alla fine. E la fine arriva dopo molti secondi, portando con sé una residua morbidezza al palato e in chiusura una sensazione ammandorlata ed amaricante. Un rosato che reclama attenzione, che si impone al palato, che ha anche una discreta capacità di invecchiamento. Non li sottovalutate mai, i vini e, soprattutto, i vini rosati.

 

 

 

Produttori del Barbaresco – Barbaresco DOCG 2017

 

Il Barbaresco, uno dei capolavori enologici italiani. Un nome sontuoso, imponente, da condottiero germanico. Tre i comuni in cui è lecito battezzare Barbaresco il vino che vi si produce: Barbaresco, Neive e Treiso, più San Rocco Seno d’Elvio, frazione di Alba. Ha un vicino imponente, il Barolo, praticamente il fratello maggiore che spopola tra le donzelle su cui vorrebbe far colpo nostro Barbie; chiariamo però che si tratta di due fratelli categorizzabili come “bòno” e “bòno assai”, praticamente Liam e Chris Hemsworth: comunque si caschi, si casca gran bene. Terreno di origine Tortoniana, marne di Sant’Agata e parecchia arenaria a rendere il Barbaresco tendenzialmente più ‘facile’ e ‘di pronta beva’ rispetto al Barolo; ma tarate il tutto sulle caratteristiche dell’uva nebbiolo, che di facile non ha mai avuto nulla nella storia.

Per il Barbaresco dobbiamo giungere le mani e fare un inchino al cospetto di un uomo: tal Domizio Cavazza. Questo signore, dalla magnetica allitterazione anagrafica, era certo che in quel territorio potesse venire su un vino paragonabile al già blasonato Barolo (l’avete già pensata “il re dei vini, il vino dei re”?). 

L’uomo non era un langhetto DOC bensì un autoctono modenese, che decise di dedicare la sua vita al vino (mentre io ho scelto chimica… poche volte tutto è chiaro dall’inizio). Dopo gli studi in Francia portò i suoi talenti ad Alba e nel 1881 fondò la Regia Scuola Enologica. A 26 anni; e no, non mi presterò al giochetto “cosa facevi tu a 26 anni?”, voglio conservare una briciola di autostima. 

Dopo dieci anni affidò la Scuola Enologica di Alba ad altre mani, lasciando la teoria per la pratica. Nel 1894 due eventi: il Cavazza acquistò il castello di Barbaresco, con l’obiettivo di mettere le ampie cantine a disposizione della Cantina Sociale di Barbaresco, fondata proprio nel 1894: il secondo evento. 

Successe che i produttori del Barolo si opposero all’’allargamento dei confini’ fino ad est di Alba, la zona attuale del Barbaresco. Immagino che qualche barolista, alle recriminazioni, se ne sia uscito con “se a Barbaresco vogliono fare del vino, fondino una cantina sociale, vinifichino le uve e vediamo quante bottiglie vendono”. Allora il nostro Domizio riunì nove soci viticoltori, con l’obiettivo di produrre vini “di lusso e da pasto” a base di uva nebbiolo locale. Il Barbaresco nasceva ufficialmente e già da subito veniva considerato come vino “di lusso”, da non ritenere secondo al Barolo (in seguito un certo Gaja amplierà il concetto).

Purtroppo tutto ciò che nasce alla fine muore (e daje a ride…): nel 1913 Domizio Cavazza lascia l’esistenza terrena; nel 1920 tocca invece alla Cantina Sociale chiudere i battenti. Ma il seme era ormai piantato e non poteva essere più estirpato: dopo la devastazione della Seconda Guerra Mondiale l’eredità della Cantina Sociale venne ufficialmente raccolta dalla cooperativa Produttori del Barbaresco.

Nata nel 1958 per volontà di Don Fiorino Marengo, che non era un boss di una delle cinque famiglie newyorkesi, ma il parroco di Barbaresco. Don Fiorino radunò 19 viticoltori e fondò la cooperativa “per la qualifica e garanzia del Barbaresco”. Giunta ai giorni nostri, la cooperativa oggi conta su 50 soci per 110 ettari vitati a nebbiolo e circa 500000 bottiglie annue.

 


Passiamo dal generale al particulare, esaminando il Barbaresco 2017 che, guarda caso, è finito nel mio calice. E nel calice il colore è uno scintillante rosso rubino, con una minima concessione al granato appena sul bordo del liquido.

Naso d'impatto, prevalentemente terroso e speziato, su toni cupi, la frutta esce solo dopo qualche momento. Sottobosco, ruggine, chiodo di garofano e noce moscata dettano i tempi. Seguono prugne mature, amarene sotto spirito e mirtilli, violetta, sigaro e cuoio. E se già ora il profumo è di tutto rispetto, immagino cosa possa essere dopo alcuni anni di paziente e fedele attesa.

Bocca leggiadra e di carattere, che non fa mancare la dose di freschezza e tannino auspicata. Dopo le sensazioni iniziali emerge grande ricchezza di sapore, che resiste piacevolmente in bocca per molti secondi. Magari facessero tutte dei vini così le cooperative vinicole…

Antonio Camillo – Toscana IGT Ciliegiolo 2019

 

Il Ciliegiolo di Antonio Camillo comincia ad essere un must per chi si avventuri tra i vini maremmani. Quella zona è perfettamente a metà tra Mar Tirreno e Lago di Bolsena, con suoli che degradano dal vulcanico al sabbioso, all’argilloso. Sono zone in cui il turista ci arriva se ci parte da casa, o se si è perso e ne ha avuto piacere; non è mainstream, non campano solo di turismo, insomma non è il Chianti.

Pur non essendo annoverata nei registri nobiliari del vino italiano, la zona ben si presta a regalare alcoliche bevande tratte dalla fermentazione del succo d’uva. Antonio Camillo ci si è messo di buzzo buono a cercare e recuperare vecchie vigne, magari abbandonate, per vinificare quello che già era piantato lì. Non fantasticava di tagli bordolesi, legittimi tra l’altro (se uno vuole vinificare merlot, perché dovrebbe essere criticato); il concetto di Antonio Camillo era “qui da sempre coltivano ciliegiolo, sull’altro terreno sangiovese, dall’altra parte il procanico. Le uve sono legate al loro territorio, quindi devo rispettarle per avere il miglior vino possibile, che sia anch’esso legato al territorio”. Non a caso ‘Vini di territorio’ è, diciamo, il motto aziendale, anche se definirlo ‘motto’ è assai riduttivo. Il rispetto del territorio fa sì che anche un’uva più modesta come il ciliegiolo possa dare vini con un qualcosa di non banale, di stimolante.

 


Il Ciliegiolo di Camillo nasce da viti di una quarantina di anni di età, che vedono la luce fra i 200 e i 400 metri s.l.m. tra i comuni di Manciano e Capalbio, su terreni prevalentemente argillosi e ricchi di scheletro. Dopo la vendemmia il mosto fermenta in acciaio a contatto con le bucce per un paio di settimane, quindi il vino viene spedito a farsi le ossa per 6 mesi in alloggi di cemento. Altri 3 mesi di riposo in bottiglia e poi si va in giro per enoteche.

Il vino è di uno splendido rosso rubino, molto carico, trasparente. Profumo per nulla banale, piacevolmente sfaccettato, dove la prevedibile marasca è accompagnata da profumi vegetali di sottobosco e foglie bagnate, di liquirizia, pepe rosa e una leggera sfumatura di mentuccia.

Il sorso è succoso e sapido, con un tannino impercettibile. Il sapore è intenso e resta a lungo in bocca, con richiami finali di pepe e marasca. Grande bevibilità, un vino passepartout da tenere sempre caro in cantina.