Colle Picchioni – Lazio Rosso IGT “Il Vassallo” 2015

 

Una maledizione. L'impossibilità di mettere due parole in croce per questo pezzo è durata una settimana. Sette giorni di “e mo' che scrivo”, “e come faccio”, “e questo è un vino importante”, “e non posso fa' figuracce”. Poi al settimo giorno la svolta. In fondo anche Dio il settimo giorno si riposò, giusto? Bene, io ho deciso che basta. Anzi, ho deciso che mo' basta!

Il vino in questione è uno dei più importanti del Lazio, ha una grande storia alle spalle, legata alla storia di una grande Donna (D maiuscola) del vino laziale. Io invece sono uno che pigia tasti su una tastiera nei ritagli di tempo che ha, mosso da sincera passione e da una cospicua dose di sfrontatezza, che mi permette di pensare che ci sia pure qualcuno interessato alle mie parole. Ma restiamo onesti: se vi aspettate un Veronelli, un Soldati o un Sangiorgi ad ogni pezzo, tesori miei grandissimi, siete finiti in una scarpata. Non basta, come vedete ogni tanto soffro anche io di ansia da prestazione, e senza che nemmeno ci sia un dannato motivo! Come quelli che al campetto si vergognano di aver fatto 4/25 da soli da sotto canestro: ma a chi diamine vuoi che glie ne importi?!

Per cui, con le nuove lenti della saggezza (le davano in abbinata con la Settimana Enigmistica stamattina), scriverò quel che so del Vassallo, senza improvvisare lezioni di storiografia enologica dei Castelli Romani. Scriverò di quello che posso padroneggiare, come sempre. Magari un giorno evolverò in un Armando Castagno, ma quel giorno non è oggi.


Il Vassallo è il vino di punta della cantina Colle Picchioni, che qui già conosciamo per il loro Donna Paola, annate 2017 e 2019. È un taglio bordolese composto da 60% merlot, 30% cabernet sauvignon e 10% cabernet franc. Detta così sembra semplice, in realtà è il primo grande taglio bordolese laziale. E di questo bisogna ringraziare Paola Di Mauro, la fondatrice di Colle Picchioni.

Era il 1976 quando i Di Mauro, romani de Roma, acquistarono un casale alle pendici del Vulcano Laziale che guardano al Tirreno, nel territorio di Marino, in una zona anticamente appartenuta a un vassallo dei principi Colonna. Il casale già aveva a dimora una vigna con le varietà bordolesi di cui sopra. Ecco, il vino che se ne traeva però non doveva essere un granché se perfino Donna Paola, astemia convinta, abiurò per affrontare il problema: colpa dell'uva o della sua lavorazione? Spostàti gli occhi sulla seconda opzione, si mise a quasi 50 anni a leggere con grande slancio testi di agronomia ed enologia per arrivare al vino che lei voleva, immagino con marito e figli che la guardavano come un tibetano guarderebbe il Dalai Lama prendere lezioni di cricket.

Alla fine ha avuto ragione lei e il Vigna del Vassallo (il suo nome originario) vide la luce negli anni '80, acquisendo subito una buona notorietà, paradossalmente più nel resto d'Italia che nel Lazio, regione a prevalenza bianchista e dove il vino si è sempre venduto sfuso. Ribadisco, perché magari la cosa è passata sotto traccia: una donna nei primi anni '80 ha deciso da sola di produrre vino di qualità, di imbottigliare un taglio bordolese laziale, di farlo conoscere fuori dal cortile di casa. E diavolo se ci è riuscita.

Oggi Colle Picchioni è gestita da Valerio, il nipote di Paola Di Mauro, e dalla moglie Laia, dopo la dipartita di Donna Paola del 2015. E proprio del 2015 è il Vassallo aperto e gioiosamente bevuto.

Nel calice è ancora di un rosso rubino vivo, scuro e compatto, con una lieve concessione al rosso mattone ma giusto al bordo del liquido.

Il naso è intenso, ricco e molto affascinante. Dominano la frutta, con frutti di bosco maturi ed amarene sotto spirito, e una carrettata di spezie che sembra il mercato dell'Esquilino (pepe nero, noce moscata, cannella, coriandolo, liquirizia, vaniglia). Come complessità sulla carta avremmo già raggiunto la sufficienza, ma il Vassallo cala anche il carico con glicine e geranio ancora freschi, con foglie secche, mentuccia e rabarbaro, polvere pirica (grazie, vulcano) e note finali di caffè, tabacco dolce e cuoio. Male male?

In bocca il vino è ampio, è corposo, ha buona freschezza e tannino presente e garbato. Notevole la sapidità (grazie, vulcano) e l'intensità del gusto, con un finale di bocca lungo e sfaccettato (vuol dire che sono molteplici le sensazioni che si alternano nella via retronasale una volta che il vino è sceso nel burrone. Sfaccettato, appunto).

Un'emozione non è rilevabile analiticamente, non è un dato oggettivo: c'è o non c'è, la si prova o non la si prova, qualsiasi cosa sia. Le parole sono poche e semplici: il Vassallo, per chi scrive, è un vino emozionante.

Deltetto – Roero Riserva DOCG “Braja” 2016

 

Parafrasando gli individui più irrispettosi, il Roero è solo il cugino sfigato delle Langhe. È quello che ha pagato la voglia di emancipazione del Tanaro, che stufo di sfociare nel Po nei pressi di Carignano ha deciso, due o trecentomila anni fa, di traslocare con tutti i suoi affluenti verso Alessandria (disclaimer: due/trecentomila anni fa né Carignano né Alessandria erano ovviamente citate sulle mappe catastali del paleolitico; è solo per dare un riferimento geografico attualizzato) . Affluenti che, delicati come dei panzer sul fronte russo, hanno lasciato traccia della loro diaspora nelle attuali Rocche del Roero, patrimonio dell’umanità UNESCO.

Ed ecco qui che, al di là del Tanaro, abbiamo la meraviglia delle Langhe, la storia, il Barolo, il Barbaresco, Cavour, Tortoniano ed Elveziano… E sulla sua sponda sinistra? 

Beh, anche il Roero è un gran posto per far crescere la vite. Ok, è offuscato dalle Langhe, questo senza dubbio, ma oltre a dolcetto, barbera ed altre uve paesane, cresce anche qui un grande nebbiolo. Il terreno è in prevalenza sabbioso, di origine marina, con sporadiche apparizioni di calcare ed argilla. Sabbia vuol dire terreno poroso, dunque la riserva idrica dei terreni del Roero è abbastanza ridotta. Metteteci come contorno la scarsità di piogge annuali (che però quando arrivano si sentono come la banda di Quinnipak) ed ecco che esce fuori un quadretto niente male per la viticoltura. La vite qui soffre e si prodiga nel generare acini ricchi di zucchero e aromi, che si tradurranno in vini alcolici e profumati. Certo, il terreno sabbioso si dice penalizzi la longevità del vino, ma se l'uva in questione è il nebbiolo state sereni che acidi fissi e tannini sono sempre in valigia: il trascorrere del tempo non sarà un gran problema per i Roero DOCG.

Per questo test viene chiamato sul banco dei tastevin il Roero Riserva “Braja” 2016 di Deltetto. Le uve di questo vino provengono tutte dallo storico vigneto “Braja” (“grida” in dialetto roerino) in Santo Stefano Roero. Una volta pigiate le bucce restano a far compagnia al succo in fermentazione per una trentina di giorni a cappello sommerso. Il passo successivo è la maturazione per 24 mesi in botti e barriques di rovere, cui fa seguito un’altra dozzina di mesi di riposo in bottiglia.

Nel calice il vino appena versato è rosso rubino con bordo granato, che per un nebbiolo equivale a dire gioventù, ma ormai sapete che da queste parti i vini hanno ancora limitati margini di sopravvivenza in cantina.

Al naso si avvertono inizialmente sentori terrosi, fruttati e speziati. Andando nello specifico, emergono note di mela e ciliegia matura, di violetta appassita, di foglie secche e carne cruda, di rabarbaro, vaniglia e cannella, di pepe nero; sul finale si apprezzano note tostate ed affumicate, di sigaro e di olive nere. Un profumo di grande complessità, piacevole e non stordente.

In bocca il vino fa notare tutta la sua giovane età, con un tannino esuberante, ancorché gentile, e con un freschezza che reclama attenzione. Però, a latere di queste due caratteristiche affatto fastidiose, si affacciano una splendida sapidità ed un sapore intenso e molto persistente, di grande finezza.

Vino che già si beve bene ma che potrà dare il meglio di sé solo dopo qualche anno di attesa, alla faccia dei 'poco longevi' vini da terreni sabbiosi.

Poggio Bbaranèllo – Lazio Bianco IGT “T1” 2019

 

Coi vini naturali non c’è mai da star tranquilli. Non è che ne prendi una bottiglia e la rendi fulcro di un progetto enogastronomico. Puoi azzardare degli accostamenti, magari avvantaggiato dal conoscere il produttore, ma difficilmente un vino naturale può assecondarti pacificamente.

Oh, io sto parlando di vini naturali ma sia chiaro che la definizione, oltre che così terribilmente di moda da rischiare di vedersi svuotata di contenuto, possiede contorni assai poco definiti. Un vino definito ‘naturale’ non risponde a protocolli o parametri definiti. Il tratto di base è la rinuncia a qualsiasi prodotto chimico di sintesi da utilizzare in vigna, nonché l’utilizzo dei soli lieviti indigeni per portare avanti la fermentazione, senza ricorrere a lieviti selezionati o altri additivi pur consentiti in cantina. Precetti nobili e condivisibili, la cui applicazione resta però fiduciaria (non saremmo mai presenti tutti i giorni in tutti i vigneti dove crescono le uve con cui vengono prodotti i vini che tanto ci piacciono. “Dovemo fa’ a fidasse”).

Va bene, ma tutto questo preambolo, molto vago e poco rassicurante, dove dovrebbe portare? All’avere un’ottica aggiuntiva nell’approccio a tali vini. L’ottica primaria è quella della classica degustazione: aspetto visivo, complessità olfattiva e performance al palato. L’ottica aggiuntiva riguarda le altre sensazioni che il vino stimola. Perdonatemi, non so essere più preciso di ‘altre sensazioni’. Le intendo come delle percezioni particolari; percezioni che, una volta catturate, completano il giudizio su questo vino.

Parliamo del T1, il bianco di Poggio Bbaranèllo (le ricordate, Silvia e Lisa? Ci siamo stati e abbiamo anche già bevuto qualcosina) a base trebbiano toscano, localmente chiamato procanico: vinificazione in bianco con lieviti indigeni e affinamento in acciaio, nessuna filtrazione, nessuna chiarifica.

Alla stappatura della bottiglia è entrato in azione il degustatore: vino di un bel giallo paglierino, molto intenso cromaticamente.

Naso intenso, che ricorda ananas e frutta tropicale, mimosa e ginestra, mandorle, miele e cera, con note minerali a metà tra lo iodato e il terragno e con leggeri cenni di origano e salvia.

La bocca è di sapore intenso, di grande sapidità e fresca, con un finale di bocca molto lungo dove spiccano un sentore ammandorlato e un leggero fumè in chiusura di sorso.


Bene, queste erano le note di degustazione al primo calice. La vita poi scorre, il block notes si rimette in tasca (letteralmente: le note di degustazione le scrivo sul fido smartphone. O tempora, o mores) e ci si concentra sulla cena, sul giorno successivo, sul lavoro. Nel frattempo però anche il vino si fa i fatti suoi e, una volta stappato, prosegue il suo percorso. 

Io utilizzo i tappi Vacu Vin, tappi in silicone con cui metto sottovuoto l’interno della bottiglia, limitando l’ossidazione del vino rimasto. Il giorno dopo stappo il vino e ne metto un po’ nel calice. Che strano, non ha ceduto affatto di profumi né di sapore. Ma proprio niente. “Bontà del vuoto” penso. E, non so il perché, mi viene in mente una diavoleria. Con una perfidia del tutto casuale, che non aveva motivo di esistere, mi dico “io il vuoto non glie lo faccio. E lo lascio anche una notte fuori dal frigo, tiè” (e cos’altro vogliamo fare signor Fiordiponti, allungarlo con della trielina? Non so, mi dica lei).

Giorno successivo, vino nel calice: perfetto. Nemmeno una sgualcitura, gli abiti addosso perfettamente stirati. E se sui gusti possiamo tutti discutere, ma diamine sarà sempre più soddisfacente vedere uno in tuta e felpa ma pulito e ordinato che un tizio in giacca e cravatta che sembra uscito dalla turbina di un jet. E questo T1 gli abiti, i suoi abiti, li mantiene a modino anche dopo due giorni dalla stappatura.

Ma anche dopo tre giorni.

Ma anche dopo quattro.

Signori, io questo vino non l’ho maltrattato, ma nemmeno gli ho riservato un trattamento beauty luxury. E lui se ne è stato per quasi una settimana bello dritto sulla schiena, i profumi al posto giusto e il sapore che assecondava il tempo trascorso senza subirlo. Una seppur minima evoluzione c’è stata (sarebbe stato Frankenstein altrimenti, non proprio il manifesto della naturalità), con i profumi che si sono fatti meno tropicali e più terreni, con il sapore lievemente ammorbidito e un meno ammandorlato. Ma la cosa principale è che questo vino è rimasto sé stesso. Non è mutato, non si è corrotto di fronte a una minima mancanza di cura. Che poi è quello che una persona normale, non un malato di vino come me, fa nella vita di tutti i giorni: lascia il vino in frigo, o anche fuori, tappandolo alla bell’e meglio.

Il T1 2019 ha scorza, ha sostanza, è fedele all’uva e al territorio da cui proviene e non lo molla nemmeno sotto minaccia. Ho ripensato al mio giudizio iniziale: era positivo, ma non credo di offendere Silvia e Lisa se dico di aver provato vini più impressionanti del T1. La vitalità di questo vino mi ha costretto a tornare sui miei passi, non poteva essere ignorata. È una caratteristica da vino importante.

I vinonaturalisti direbbero che è una caratteristica che ha il ‘vino vero’, l'unico vino possibile. Stavolta hanno ragione loro mi sa.


Salvatore Martusciello – Asprinio d’Aversa DOC Metodo Martinotti Brut “Trentapioli” 2019

 

L’Asprinio non è ancora patrimonio dell’umanità UNESCO ed io non me ne capacito. Seriamente, non me ne riesco a fare una ragione. Per quale motivo? Due parole: alberata aversana, che volendo si può leggere anche ‘alberata etrusca’.

Ci troviamo di fronte ad uno dei più antichi ‘addomesticamenti’ di questa liana foriera di biglie zuccherose. Sì, bravi quanto vi pare i greci, ma oltre il potare la pianta a quota Umpa Lumpa non sono andati. Gli etruschi invece, brava gente pratica ed assetata, hanno introdotto il concetto di matrimonio combinato, molto prima degli indiani. Ed ecco che, avendo a disposizione olmi e pioppi, architettarono di piantare la vite tra un albero e l’altro, maritando arbusto e arbusto.

‘Architettarono’ è il verbo perfetto: gli etruschi, come oggi i campani dell’Agro Aversano, fanno salire la vite su, su, su per la chioma dell’albero. Vite che raggiunge così anche i 15 metri d’altezza. Ok, ma come ci si arriva lì su? Con gli scalilli, scale costruite appositamente per inerpicarsi su questi palazzi di 5 piani; scale strette ed alte, che si appoggiano ai filari di asprinio e si va su a potare e a vendemmiare come se si fosse sull’Empire State Building, solo che a terra non c’è Manhattan ma l’Agro Aversano (molto meglio, dico io).


Fonte: rivistadiagraria.org

Ora, capite bene che se prendete una pianta e la fate sviluppare per decine di metri in altezza, anche se aveste un grappolo ogni metro avreste comunque un bel gruzzolo di grappoli. L’uva dunque deve essere collaborativa, non può essere un’uva qualunque. L’asprinio collabora. Quest’uva è un concentrato di acidità tale che può sedersi al tavolo con i cugini più blasonati (riesling, chenin blanc, Müller Thurgau). Attenzione, il vino Asprinio non è mica solo una limonata, per piacere: è un vino complesso il giusto, magari elegante il giusto, sicuramente un grande alleato a tavola. Perfino un buongustaio come Mario Soldati, nel suo Vino al Vino, si prodigò in grandi lodi per questo onesto bianco vinificato da frizzante a spumante. Certo, lo chiamava ‘asprino’, ma una licenza glie la si può concedere. Molto meno gli concedo il chiamare il pranzo ‘colazione’, roba da mandarmi al confino due etti di calma ogni volta che lo leggevo; e siccome Mario nostro ci andava di forchetta ad ogni allacciata di scarpa, praticamente ho letto Vino al Vino in preda all’ira. Ma questo è un mio problema (pure grosso, a rileggere l’ultimo paio di periodi… coraggio, avanzare, avanzare).



Lo spumante brut a base asprinio metodo Martinotti (e che Charmat vada a farsi… benedire) “Trentapioli” viene prodotto da Gilda e Salvatore Martusciello. Il nome è un omaggio ai pioli degli scalilli usati per andare a recuperare la materia prima del vino tra un pioppo e l’altro. Dopo la vendemmia si operano fermentazione e maturazione per 50 giorni in autoclave sui propri lieviti.

Il vino ha una colorazione praticamente bianco carta, con un rispettabilissimo perlage che prende vita nel calice.

Il profumo di questo Asprinio parla di uva spina, di lime, pompelmo, di pesche e nespole, di gelsomino, di timo. L’atmosfera è costantemente punzecchiata da un sentore polveroso, che collocherei tra le note minerali e che, stazionando il vino nel bicchiere, muta ricordando il profumo delle conchiglie. Facendo paragoni impropri (usando anche termini orrendi) ma mediamente calzanti, direi che questo Asprinio ha un naso che ‘Chenineggia’.

La bocca è secchissima. Secchissima proprio. Volete trovare una traccia di quei “fino a 15 g/l” di zucchero possibilmente presenti in uno spumante brut? Lasciate stare, il vino è secco come un ciocco. In grande spolvero anche la freschezza, prevedibile; sapidità contenuta, una bella cremosità al palato, sapore mediamente intenso ma con una persistenza notevole, che sfuma su chiare note di limone e pompelmo.

Un abbinamento su due piedi? Facilissimo: mozzarellona di bufala e pane di Benevento. I perfezionisti obietteranno che si rischia di scodare in succulenza, voi non invitateli a pranzo e il gioco è fatto.


Poggio Bbaranèllo – Lazio Bianco Frizzante IGT “507” 2019



Dal vocabolario Treccani, ‘ancestrale’: che appartiene o si riferisce agli antenati, trasmesso dagli antenati; avito, atavico. Dunque, quando attribuiamo a qualcosa l’aggettivo ‘ancestrale’, stiamo legando quella cosa a tradizioni vecchie di secoli e secoli. È più forte di ‘antico’, ha un ché di misterioso ed evocativo, istantaneamente dona un’aura filosofeggiante a chi lo pronuncia (se nella stessa frase riuscite ad utilizzare ‘ancestrale’ e ‘olistico’ siete da campionato mondiale).

Tutto questo preambolo per dire che il vino testé degustato è un metodo ancestrale, la terza via della spumantizzazione. Gli edotti sanno che esistono metodo classico (o champenoise) e metodo Martinotti-Charmat; il metodo ancestrale è cugino del metodo classico, se vogliamo attribuire parentele a casaccio.

Proviamo a spiegarlo a un bambino (che poi però non potrà berlo. Vabbè, giusto un assaggino): l’uva viene vendemmiata, pigiata e fatta fermentare. A un certo punto il cantiniere urla “CAMBIOOO” e ordina l’imbottigliamento del mosto non ancora totalmente fermentato, con i lieviti e tutto il resto. La fermentazione riprende dentro la bottiglia e la CO2 che si forma è forzata a rimanere in compagnia del liquido. Raggiunta una determinata concentrazione la COsmette di starsene sulle sue e comincia a disciogliersi nel vino. Il processo si ferma solo quando tutti gli zuccheri sono stati convertiti in alcol dai lieviti. A questo punto due vie: effettuare la sboccatura o mantenere tutti i lieviti in bottiglia. 

Silvia e Lisa di Poggio Bbaranéllo hanno optato per la prima strada (ve le ricordate? Siamo andati a trovarle qualche settimana fa), scelta che unita all’uso di champagnotte trasparenti ha condotto a delle invitanti bottiglie, che splendono come le maglie del Brasile. L’uva designata per questo vino è il trebbiano toscano, che viene vinificato in bianco e poi, a un certo punto della fermentazione, Silvia urla “CAMBIOOO” e segue il procedimento descritto poc’anzi. Ora, io non so se Silvia o Lisa mentre fanno il vino urlino veramente come un gestore di balera, ma perché rovinare una bella storia con la verità?

 

Veniamo a noi e al “507”. Il nome, lo avevamo già detto in passato, è il numero delle bottiglie prodotte nella prima edizione di questo metodo ancestrale laziale. 

La 2019 è di un giallo paglierino carico, luminoso e limpido, segno che la sboccatura si è portata via praticamente tutti i lieviti (ce n’é giusto una traccia sul fondo della bottiglia, nessuna particella visibile in sospensione).

Lo stappo, lui si affaccia esuberante dal collo della bottiglia. Lo verso nel calice e, passata l’iniziale spuma, nel calice si forma un discreto perlage, che didatticamente parlando non andrebbe giudicato in un vino frizzante, ma io sono un dannato ribelle.

Il naso di questo vino è pulitissimo, prevalgono note fruttate di uva spina, pompelmo ed arancia, poi fiore d’arancio, profumo di biscotti, salvia, maggiorana e pietra focaia.

In bocca il vino è succoso, fresco, ha buona sapidità ed intensità e persistenza notevoli. Il finale è caratterizzato da un sentore ammandorlato e un leggerissimo amarore. Il pregio maggiore di questo vino?  Un sorso chiama l’altro, la beva è dannatamente agevole.

Amalia Cascina in Langa – Langhe Rossese Bianco DOC 2018


Siete mai stati a Roma? Suppongo di sì. Avete presente il Pantheon, per chi scrive l'edificio più emozionante dell'Urbe? Ritengo di sì.  Bene, proprio dietro al Pantheon si trova la basilica di Santa Maria Sopra Minerva, una chiesa dalla facciata un po’ prosaica che cela lo sfarzo neogotico del suo interno. Che c’entra questo col Rossese Bianco? Ci stiamo arrivando.

In Santa Maria Sopra Minerva si entra dall'ingresso principale, oltrepassando l'obelisco del Bernini con l'elefantino che mostra fiero le terga al convento in cui Galileo Galilei fu costretto ad abiurare le proprie tesi nel 1633. Oppure si può essere curiosi, girovagare lì attorno, ritrovarsi in via del Beato Angelico ed entrare nella basilica dalla porticina che immette nell'abside. Una piccola porticina, che fa entrare in una chiesa monumentale quasi di nascosto: roba per animi sensibili. Ed entrando da quell'ingresso ci si trova al cospetto della tomba del Beato Angelico, il meraviglioso pittore del primo rinascimento, patrono degli artisti. Un bell'esempio di serendipità, parola molto più attraente di “resilienza”, che avrebbe anche martoriato le gonadi.

Ricolleghiamoci al vino: abbiamo le Langhe (la basilica), dove troviamo le uve che tutti si aspettano: nebbiolo, barbera, dolcetto. Però, se si è provvisti di curiosità, si può osservare la Langa da un'altra prospettiva, rischiando di incappare in un'uva semisconosciuta. Io di curiosità ne sarei ben fornito, ma dal Beato Angelico (il Rossese Bianco) ci sono arrivato grazie a Paolo Boffa di Amalia Cascina in Langa e Rosanna Ferraro. Ed io sentitamente ringrazio.

Il rossese bianco è un'uva coltivata da un manipolo di giocatori d'azzardo tra le Langhe e la Liguria. Uva poco produttiva e caratterizzata da un discreto rossore degli acini maturi, dà un vino se vogliamo meno profumato rispetto al vermentino, che lo ha nel tempo soppiantato, ma con più ampi margini di invecchiamento in bottiglia. Quest'affermazione non può certo essere verificata da me, dato lo scarso tempo di permanenza in cantina delle bottiglie, ma, seppure in prospettiva, posso confermare le prospettive longeve di questo vino.

 


Il Rossese Bianco di Amalia Cascina in Langa, ultimata la consueta vinificazione in bianco in acciaio, a fermentazione ultimanda (“verso la fine della fermentazione” per i meno fantasiosi) viene scisso in due parti: metà del vino continua la fermentazione in acciaio, mentre l'altra metà la porta a termine in barrique. Seguono 12 mesi di affinamento sulle fecce fini per entrambi i contenitori, con periodici bâtonnage. Le due masse vengono infine assemblate prima dell'imbottigliamento.

Una prima sorpresa l'ho avuta già nel calice: il vino è di color giallo paglierino, insospettabile per un'uva che, seppur bianca, si chiama rossese e per un vino che, seppure per metà della massa, ha passato un anno in barrique. Una bella vivacità cromatica ed una bella consistenza del liquido.

Al naso imperano i sentori agrumati, su di tutti la buccia di limone, cui vanno a sommarsi albicocca, crema di latte, decisi sentori fumé e di nocciola tostata, miele e leggera pasta frolla in chiusura.

In bocca il vino ha una pregevole freschezza, caratteristica che unita a un discreto corpo fa pensare ad un'ottima capacità di invecchiamento. Il vino ha in dote anche sensibile morbidezza al palato, una grande sapidità e buonissime intensità gustativa e persistenza, con un finale di bocca che unisce la nocciola tostata all'aroma di limone. 

Siate curiosi, in giro per Roma come in campo enologico, che culturalmente parlando quasi sempre ci si guadagna.  

 

Cantina del Barone – Campania Fiano IGP “Particella 928” 2018

La Cantina del Barone si trova a Cesinali (AV), nel cuore dell'Irpinia. 'Del Barone' perché quella tenuta apparteneva anticamente proprio a un barone napoletano (niente colpi di scena alla Quentin Tarantino). Poi nel 1998 fu acquistata da Antonio Sarno ed oggi è il figlio Luigi saldamente al timone del vascello.

Nella Cantina del Barone si coltiva e vinifica il fiano. Stop. Punto. I Sarno sono andati all in con questo vitigno, confidando ciecamente nelle sue caratteristiche. Ecco, se volete un esempio di scommessa vincente questo potrebbe essere adatto. Il terreno dove pasteggiano le viti è fieramente vulcanico, con cospicua dote di scheletro. Facile prevedere dei vini dall'accentuato carattere minerale e dalla sapidità degna di nota. 

Andrebbero spese due parole sull'uva fiano. Questa è un'uva troppo sottovalutata, ma davvero. I vini a base fiano hanno tutto: freschezza, sapidità, eleganza, profumo, carattere, corpo, longevità; Il fiano legge il territorio con radici e foglie e, saggio come un Tom Morello, se lo porta appresso nella bottiglia. Eppure ancora non mi capacito di come non siano capillarmente diffusi in tutta Italia, di come non sia facile trovare un Fiano in una carta dei vini. Sapete che c’è? Va bene così, rimarrà cosa tra appassionati e voi consolatevi col Gewürztraminer. E non ve le meritate certe cose! E che cavolo!

 



La Particella 928 è solo una piccola porzione, 2800 ceppi, dei 2,5 ettari vitati a fiano della Cantina del Barone. Però questa vigna, totalmente riconcepita nel 2001,  deve avere un qualcosa di speciale se dal 2009 Luigi Sarno ha deciso di vinificarla separatamente.

Il processo di vinificazione parte con una pressatura soffice senza diraspatura, prosegue con fermentazione spontanea in acciaio per un paio di settimane, continua con un affinamento sur lie per circa 7 mesi e culmina con altri 4 mesi di bottiglia.

Il Fiano “Particella 928” 2018 nel calice è di un giallo paglierino carico e luminoso. 

Il profumo è molto intenso, una distesa di fiori (gelsomino e fiori d’arancio), agrumi canditi e pesca gialla, un grande sottofondo di cenere appena spenta, leggero zafferano e, udite udite, crostata alla crema (questa è quasi da “carciofino” ma, oh, io ce l’ho sentita).

In bocca questo Fiano lascia il segno: grande intensità, grandissima sapidità, freschezza ovviamente con la manina alzata, anche una discreta morbidezza al palato. Durevole persistenza gusto-olfattiva, con lunga scia sapida accompagnata da una leggera sensazione agrumata.